AGENDA GLOBALE 2030 e gli obiettivi sostenibili I vantaggi competitivi dell’EU

Nel settembre 2015, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i paesi di tutto il mondo hanno sottoscritto l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile (Agenda 2030 delle Nazioni Unite) e i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (in inglese Sustainable Development Goals- SDGs), decidendo così un elenco concreto di “cose da fare per le persone e il pianeta”1. I leader mondiali si sono impegnati a eliminare la povertà, proteggere il pianeta e garantire pace e prosperità per tutti. Gli SDGs, insieme all’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, costituiscono la tabella di marcia per un mondo migliore. L’UE è una delle forze trainanti dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e si è pienamente impegnata a darvi attuazione. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile non sono un obiettivo di per sé, ma fungono da bussola e da mappa, offrendo la necessaria prospettiva a lungo termine, che trascende le campagne elettorali. Ci aiutano a orientarci per sostenere democrazie solide, costruire economie moderne e dinamiche e contribuire a un mondo con un migliore tenore di vita, disuguaglianze in diminuzione e la garanzia che nessuno venga lasciato indietro, rispettando allo stesso tempo i limiti del nostro pianeta e assicurandolo alle generazioni future.

Quali sono i 17 obiettivi sostenibili

1 La mia regione, la mia Europa, il nostro futuro: settima relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale, 2017. Disponibile al seguente indirizzo: https://ec.europa.eu/regional_policy/sources/docoffic/official/reports/cohesion7/7cr_it.pdf

I target calati nella realtà nazionale1

In Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 28,9%, in diminuzione rispetto all’anno precedente. La povertà di reddito riguarda il 20,3% della popolazione; la grave deprivazione materiale il 10,1% e la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è del 11,8%. La situazione appare in miglioramento, ma le disparità regionali sono molto ampie.

In Italia, un bambino su tre (6-10 anni) è in sovrappeso, ma la tendenza è al miglioramento. In agricoltura, continua ad aumentare la superficie investita in coltivazioni biologiche e diminuisce l’impiego dei fitofarmaci, ma aumentano anche le emissioni di ammoniaca, tornate ai livelli del 2010, e non diminuisce l’impiego dei fertilizzanti. Continua a ridursi, inoltre, l’indice di orientamento all’agricoltura della spesa pubblica.

L’Italia ha da tempo raggiunto l’obiettivo definito dalle Nazioni Unite per la mortalità neonatale e per la mortalità sotto i 5 anni, collocandosi tra i Paesi con la più bassa mortalità infantile in Europa.

Gli ultimi dieci anni hanno portato un diffuso avanzamento sul fronte dell’istruzione inclusiva, ma l’Italia è ancora agli ultimi posti in Europa per numero di laureati, tasso di abbandono e competenze. Il tasso di abbandono è salito per il secondo anno consecutivo e si attesta, nel 2018, al 14,5%. Permangono consistenti differenze territoriali a svantaggio del Mezzogiorno e dei maschi. Per le donne la quota delle 30-34enni laureate è del 34%, mentre per gli uomini è del 21,7%.

Diminuisce la violenza contro le donne, ma ne aumenta la gravità e rimane stabile la violenza estrema. Il divario di genere è ampio, pur se in diminuzione nel lavoro domestico e di cura non retribuiti. Riguardo alle donne nei luoghi decisionali, economici e politici, emergono segnali positivi, ma la presenza resta bassa.

L’Italia presenta il maggiore prelievo di acqua per uso potabile pro capite tra i 28 Paesi dell’Unione europea: 156 metri cubi per abitante nel 2015. Nel 2015 sono stati prelevati 9,5 miliardi di metri cubi d’acqua per uso potabile, ma solo 8,3 sono stati immessi nelle reti comunali di distribuzione e 4,9 sono stati erogati agli utenti, corrispondenti a 220 litri per abitante al giorno. L’efficienza della rete di distribuzione dell’acqua potabile è in peggioramento. Nel 2018 il 10,4% delle famiglie ita- liane lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nelle loro abitazioni.

L’Italia, storicamente caratterizzata da una contenuta intensità energetica primaria, ha visto diminuire l’indicatore, tra il 2000 e il 2016, da 113,2 a 98,4 tonnellate equivalenti di petrolio per 1000 euro di PIL. La Sardegna è la regione su cui si registra il maggior decremento del rapporto CIL/PIL, seguita da Molise, Marche e Abruzzo. Dopo il rallentamento segnato tra il 2013 e il 2015, nel 2017, torna a crescere il contributo delle fonti rinnovabili ai consumi di energia complessivi, ma non per l’energia elettrica.

Il tasso di crescita annuo del PIL reale pro capite mostra un miglioramento negli ultimi tre anni (+1,0% nel 2018), ma la dinamica della produttività del lavoro resta debole. Pur restando al di sopra dei livelli pre-crisi, il tasso di disoccupazione continua a calare (10,6% nel 2018; -0,6 rispetto al 2017). Il tasso di mancata partecipazione al lavoro è quasi doppio rispetto all’Ue.

Il sistema produttivo è in costante trasformazione, con una diminuzione, tra il 1995 e il 2017, del peso del settore manifatturiero in termini di incidenza sul totale, sia di occupazione sia di valore aggiunto. Nel 2017 l’intensità di emissione di CO2 sul valore aggiunto (178,28 tonnellate per milione di euro) tocca il minimo storico. Il sistema di Ricerca e Sviluppo (R&S) italiano sconta un ritardo strutturale rispetto a quello dell’Ue, che la lenta progressione dell’intensità di ricerca e del personale coinvolto nella R&S non riesce a compensare.

Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi della popolazio- ne complessiva. Dal 2008, a causa della crisi economica, sono state osservate flessioni più marcate per i redditi relativamente più bassi. L’Italia sta vivendo un profondo mutamento dei fenomeni migratori che la interessano. Passata l’epoca delle migrazioni per lavoro, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una crescente rilevanza di flussi in ingresso di persone in cerca di asilo e protezione internazionale. Nel 2017 si è registrata per la prima volta, dopo un decennio di costante crescita, una diminuzione del numero di acquisizioni di cittadinanza (-26,4%).

Battuta d’arresto nella riduzione del livello di inquinamento atmosferico da particolato. Generale miglioramento dei fattori di disagio abitativo dopo anni in cui risultava in aumento. Un terzo delle famiglie è ancora insoddisfatta per l’utilizzo dei mezzi pubblici. Prosegue la diminuzione della quota di rifiuti urbani conferiti in discarica, scesa al di sotto di un quarto negli ultimi due anni (23,4% nel 2017). La spesa pubblica pro capite per la protezione delle biodiversità e dei beni paesaggistici si è ridotta di circa venti euro pro capite negli ultimi dieci anni.

L’Italia si colloca in posizione virtuosa in Ue per il contenuto consumo di risorse naturali, grazie anche al netto calo registrato negli ultimi quindici anni. Il consumo di materia torna però a crescere in concomitanza con la ripresa delle attività produttive, raggiungendo, nel 2017, 8,2 tonnellate pro capite; con notevolissimi disparità regionali. Nonostante i numerosi segnali positivi relativi alla gestione dei rifiuti, l’Italia è ancora indietro rispetto ai target di raccolta differenziata stabiliti dalla normativa.

A livello globale, le emissioni di anidride carbonica sono aumentate del 40% rispetto ai valori del 2000. Nel 2015, si è rilevata una lieve flessione rispetto all’anno precedente. In Europa, le emissioni di gas serra ed altri gas climalteranti pro capite registrano una lieve diminuzione tra il 2015 ed il 2016, con 8,7 tonnellate pro capite. Analoga la flessione in Italia (7,2 ton pro capite), dove le emissioni di gas serra sono in diminuzione dal 2005. I tre quarti sono generate dalle attività produttive ed un quarto dalla componente consumi delle famiglie. Nel 2017, è esposto a rischio di frane il 2,2% della popolazione e a rischio alluvioni il 10,4%. Le anomalie di temperatura sono pari a 1,30°C rispetto ai valori climatologici normali.

In Italia, la superficie delle aree marine protette è pari complessivamente a 3.020,5 km2. I tre quarti delle aree protette si trovano in Sardegna, Sicilia e Toscana. Le Aree marine comprese nella rete Natura 2000 han- no nel 2017 un’estensione pari a 5.878 chilometri quadrati. La percentuale di coste marine balneabili è pari al 66,9%. La maggior parte degli stock ittici è in sovra sfruttamento. La pesca intensiva nell’Atlantico nord-orientale (e aree adiacenti) e nell’area geografica del Mediterraneo (Occidentale) deve essere maggiormente contenuta per rientrare nei livelli biologicamente sostenibili.

Il 31,6% del territorio nazionale è coperto da boschi, la cui estensione è aumentata dello 0,6% l’anno dal 2000 al 2015, e cresce anche la loro densità in termini di biomassa (da 95 a 111 t/ha). Il sistema delle aree naturali protette copre circa l’80% delle Aree chiave per la biodiversità, il 35,1% delle aree forestali e il 21,6% dell’intero territorio nazionale. Il consumo di suolo, tuttavia, continua ad avanzare (14 ettari al giorno nel 2017), e continuano a diffondersi le specie alloctone invasive (in media, più di 11 nuove specie introdotte ogni anno dal 2000 al 2017). Aumentano, a parità di controlli effettuati, le violazioni delle norme sui traffici illeciti di specie protette (da 2,5 a 4 ogni mille controlli dal 2015 al 2016).

Nel 2017 hanno avuto luogo 0,6 omicidi ogni 100 mila abitanti. Il tasso di omicidi si riduce per gli uomini nel corso degli anni, mentre rimane stabile per le donne. La quota di popolazione vittima di aggressioni o rapine consumate è pari all’1,4%. Il 4,1% delle donne e lo 0,7% de- gli uomini in età compresa tra i 18 e i 29 anni sono stati vittime di violenze di tipo sessuale prima dei 18 anni. Il 7,9% delle famiglie è rimasto coinvolto in almeno un caso di corruzione nel corso della vita. Diminuisce nel corso degli anni la quota di detenuti adulti nelle carceri italiane in attesa di primo giudizio (16,5% nel 2018). La durata media per l’espletamento dei procedimenti civili dei tribunali ordinari rimane molto elevata, 429 giorni in media nel 2018, con grandi differenze a livello territoriale.

La quota di reddito nazionale lordo destinata dal nostro Paese all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo continua a crescere anche nel 2017, mentre l’andamento dell’APS ai Paesi meno sviluppati è stabile. L’Italia rimane comunque molto distante dai target al 2030 stabiliti dall’Agenda. Nel 2018, le entrate delle amministrazioni pubbliche rappresentano il 42,1% del Pil, una quota leggermente decrescente a partire dal 2016, ma superiore di 2,1 punti percentuali rispetto al 2000. Le rimesse verso l’estero degli immigrati in Italia, in decremento dal 2012, tornano a crescere nel 2018, fino a raggiungere, i 6,2 miliardi di euro.

Sforzi ne sono stati fatti in Italia, ma non basta.

La vigente disciplina italiana sull’ambiente risente dunque, della forte spinta europea in termini di normativa: ad oggi circa 550 direttive, regolamenti e decisioni stanno innalzando i nostri standard di vita con evidenti benefici per i cittadini e per l’ambiente. Senza questi standard, i clorofluorocarburi distruggerebbero lo strato di ozono, le emissioni dai trasporti avrebbero un’impennata, i corsi d’acqua sarebbero soffocati dagli scarichi fognari e ampie fasce di terreno sarebbero seppellite dai rifiuti2. 


Secondo l’ultimo aggiornamento della Commissione Europea (7 marzo 2019) il numero delle procedure di infrazione totali a carico del nostro Paese, sale a 74,rispetto alle 61 dello scorso anno, praticamente una nuova procedura al mese dal 2018 al 2019.

Di queste, 64 sono attribuite per violazione del diritto dell’Unione e 10 per mancato recepimento di direttive.

Affinché l’Italia s’immetta su un percorso sostenibile, dobbiamo fare in modo che le nostre politiche aiutino tutti i cittadini europei a realizzare il cambiamento. Oggi la sfida della sostenibilità è sistemica perché fondamentale avere in mente l’intero sistema, niente è a sé stante; è pervasiva perché non teme la contaminazione unendo creatività, innovazione, tecnologia alla produzione; è culturale perché necessita di un mindset con nuove priorità; è globale perché siamo interconnessi poiché ci troviamo dentro la stessa astronave in qualunque latitudine ci troviamo.

Irene Sollazzo

2 Rapporto SDGs. 2019. Informazioni Statistiche per l’Agenda 2030 in Italia

3 Dossier WWF per le elezioni europee 2019 Italia_chiama_Europa

Brexit: il convegno del 10 giugno a Venezia

“Brexit, cosa rischia l’Unione Europea”: è il tema del convegno, organizzato da Fondaco Europa, che si è tenuto a Palazzo Franchetti, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti. Ne discutono David Sassoli, vicepresidente del Parlamento Ue, Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia e Sergio Fabbrini, politologo dell’Università Luiss di Roma. I lavori sono stati introdotti da Tiziana Lippiello, prorettore vicario dell’ Università di Ca’ Foscari.

Brexit – quale alternativa alla negoziazione astiosa?

Il commento di Sergio Fabbrini, componente del comitato scientifico di Fondaco Europa apparso su “Il Sole 24 Ore” di domenica 26 giugno.

La negoziazione per fare uscire il Regno Unito dall’UE richiederà una negoziazione contrastata e astiosa tra Londra e Bruxelles. Vediamo perché cominciando da Londra. L’esito del referendum non è vincolante sul piano legale. Il Regno Unito è un paese a sovranità parlamentare. Solamente un atto approvato dal parlamento di Westminster può avere un valore legale. Il premier Cameron informerà martedì prossimo i suoi colleghi primi ministri dell’esito del referendum, ma si tratterà di una comunicazione informale. Per poter attivare l’Art. 50 del Trattato di Lisbona (che regola la secessione di uno stato membro dall’UE) è necessaria una decisione formale del parlamento britannico. Cameron, nel suo discorso di dimissioni, ha detto che non sarà lui ad avviare la discussione a Westminster. Rimarrà in carica fino all’ottobre, quando si terrà la conferenza annuale del suo partito. In quell’occasione, un nuovo primo ministro e segretario di partito verrà eletto. Spetterà quindi a quest’ultimo decidere quando attivare l’Art. 50. Per farlo dovrà però avere l’approvazione di Westminster, ma lì non c’è una maggioranza per abolire l’atto di adesione all’UE (allora CEE) del 1972 e sostituirlo con un atto che formalizzi la separazione dall’UE. Se i parlamentari del partito conservatore, che hanno sostenuto Cameron nella sua campagna per rimanere, non voteranno il nuovo atto di separazione, allora le cose si complicheranno. Infatti, poiché Westminster ha approvato nel 2011 una legge (Fixed-term Parliaments Act) che impone di tenere le elezioni parlamentari ogni cinque anni a scadenza fissa (le ultime si sono tenute nel 2015), il nuovo primo ministro non potrà sciogliere il parlamento per crearsi una nuova maggioranza a favore dell’atto di secessione. Prima dovrà cambiare la legge del 2011. E ciò aprirà nuove divisioni. Nel frattempo, il Regno Unito continuerà ad essere membro dell’UE, al punto che potrebbe presiederla nel secondo semestre del 2017. Una situazione paradossale che fa però il gioco dei favorevoli a Brexit. Per loro è molto più conveniente negoziare dall’interno, piuttosto che dall’esterno, dell’UE. Dall’interno possono utilizzare i loro poteri di ricatto (se non accettate questa richiesta blocchiamo quella trattativa), dall’esterno sarebbero un paese contro 27 altri paesi. Insomma, potrebbe passare parecchio tempo prima di attivare l’Art. 50, che a sua volta prevede due anni per concludere la negoziazione.
Ciò non andrebbe bene a Bruxelles. Infatti, è interesse di Bruxelles accelerare la negoziazione. Più la negoziazione tarda, più altri stati membri (come la Svezia e la Danimarca) potrebbero farsi contagiare dalla voglia di uscire. Per di più, non sarà facile far funzionare le istituzioni comunitarie con il Regno Unito ancora membro dell’UE, quando si sa che ha deciso di uscirne. Però, se il Regno Unito tarderà a notificare la sua decisione di secessione dall’UE, non è chiaro quali strumenti Bruxelles potrebbe utilizzare per obbligarlo a farlo prima possibile. Comunque, una volta che il Regno Unito formalizzerà la sua domanda di secessione, cosa dovrà fare l’UE? L’art. 50 non entra nei dettagli. Sicuramente il Consiglio europeo dei capi di stato e di governo dovrà accogliere quella richiesta. Il Consiglio europeo incaricherà poi la Commissione europea ad avviare il negoziato con il nuovo governo britannico, sotto la supervisione del Consiglio dei ministri. Tuttavia, poiché il negoziato riguarderà un numero notevole di materie di natura commerciale, è improbabile che il Consiglio europeo possa dare un preciso mandato alla Commissione per concludere il negoziato in due anni. Su ognuna di quelle materie (ad esempio, i 54 accordi commerciali da rinegoziare) gli interessi dei governi del Consiglio europeo differiscono. Così come differiscono i loro interessi politici, con alcuni governi che ‘vogliono farla pagare agli inglesi’ (per spaventare gli euro-scettici di casa propria) ed altri governi che spingeranno invece verso soluzioni pragmatiche e di compromesso. Due anni non basteranno e il Consiglio europeo dovrà allungare la scadenza. Nel frattempo, la Commissione si troverà in mezzo a pressioni contrastanti, che sarà arduo ricomporre. Per di più, la negoziazione con il Regno Unito richiederà risorse e tempo, al punto che la Commissione dovrà probabilmente trascurare gli punti della sua agenda (come il piano di investimenti e la stessa unione bancaria). In una situazione in cui la crisi non è ancora superata, ciò aumenterà ulteriormente il malessere dei cittadini degli altri 27 paesi nei confronti dell’UE e dell’impotenza decisionale delle sue istituzioni.
Insomma, nei prossimi anni, sia il Regno Unito che l’UE saranno assorbiti da una negoziazione incerta e astiosa. Le élite politiche di Londra e di Bruxelles, come i sonnambuli che portarono l’Europa alla prima guerra mondiale, non sono riuscite ad anticipare questa crisi, né riescono oggi a proporre una via d’uscita. Dirà qualcuno, cosa mai si potrebbe proporre con le elezioni francesi che si terranno il prossimo maggio, quelle tedesche il successivo settembre e l’Italia concentrata sul suo referendum costituzionale? Eppure, non ci si deve rassegnare alla disintegrazione dell’Europa. Invece di perdere anni in negoziati astiosi, si dovrebbe far partire subito un’iniziativa politica per riformare i trattati (che comunque la negoziazione tra il Regno Unito e l’UE obbligherà a rivedere). Una riforma che distingua tra un’unione del mercato comune (basata su un trattato interstatale leggero, accettabile dai britannici come dai polacchi) ed un’unione politica (basata su un “Political Compact”). Quest’ultima dovrebbe dare vita ad un governo democratico, dotato di una sua capacità fiscale autonoma, per gestire cruciali politiche come quella della difesa, della sicurezza, del controllo delle frontiere, dei rifugiati, della politica economica. I sei paesi fondatori o i 19 paesi dell’Eurozona dovrebbero incontrarsi a Roma l’anno prossimo per celebrare i Trattati del 1957 con una dichiarazione che li impegni a creare un’unione politica secondo scadenze precise. In momenti di crisi esistenziale, il realismo non basta. Ci vuole una visione. E il coraggio di promuoverla.