LA RISPOSTA DELL’UNIONE EUROPEA ALLA CRISI COVID–19

L’emergenza sanitaria

L’Unione Europea ha esercitato tempestivamente in occasione della crisi Covid-19 “la sorveglianza, l’allarme e la lotta contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero” di cui parla l’articolo 168 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE)? Per analizzare e valutare la risposta dell’Unione Europea, in primo luogo occorre considerare che le competenze di cui essa dispone nel settore della sanità pubblica sono limitate al sostegno, coordinamento e completamento dell’azione degli Stati membri. L’azione si è potuta sviluppare in maniera sufficientemente articolata e adeguata utilizzando competenze di cui la Commissione dispone in maniera più piena, come quella in materia commerciale. Ne è un esempio la decisione (UE) 2020/491 del 3 aprile 2020 relativa all’esenzione dai dazi doganali e dall’IVA concessa all’importazione delle merci necessarie a contrastare gli effetti della pandemia, oppure il Regolamento di esecuzione UE 2020/568 del 23 aprile 2020 che consente agli Stati di limitare le esportazione verso paesi terzi dei dispostivi di protezione individuale (DPI). Entrambe queste misure, indirizzate ad evitare situazioni di penuria nel mercato interno di prodotti essenziali per prevenire l’ulteriore diffusione della malattia, sono state accompagnate con la creazione di una scorta strategica (RescEU) di attrezzature mediche interamente finanziata dalla Commissione con sovvenzioni dirette, nel quadro del meccanismo di protezione civile.

La crisi attuale indurrà probabilmente gli Stati a trasferire ulteriori competenze alle Istituzioni in materia sanitaria e, d’altra parte, suggerisce all’Unione un potenziamento delle strategie di prevenzione, coordinandole con la cooperazione internazionale e la politica ambientale, altre materie in cui può esercitare più pienamente la propria competenza.

Riflessi sul mercato interno europeo

In secondo luogo occorre considerare che la crisi sanitaria è una di quelle circostanze eccezionali che consentono di sottrarsi alle prescrizioni dei Trattati. Gli Stati quindi hanno potuto derogare al regime di libero attraversamento delle frontiere interne previsto dal Codice Schengen [regolamento (UE) 2016/399], contemporaneamente alla chiusura delle loro frontiere esterne. In relazione all’ iniziativa degli Stati, l’opera dell’Unione europea è consistita nell’offrire linee guida per ottenere una gestione ordinata e uniforme degli attraversamenti ammessi delle frontiere esterne ed interne [Comunicazione della Commissione (2020/C 102 I/02) del 30 marzo 2020].

Per effetto delle pur necessarie misure degli Stati e dell’azione di accompagnamento delle Istituzioni dell’UE, si assiste alla frantumazione di quella unità territoriale che appare ai cittadini come il risultato più visibile dell’Unione. Questo sentimento di perdita di uno spazio comune è ben rappresentato dal ritorno precipitoso nel proprio paese di origine degli studenti ERASMUS, la categoria che ha dimostrato la maggiore propensione ad usare lo spazio europeo come proprio.

Una ripresa della dimensione europea andrebbe non solo affidata alle iniziative delle Istituzioni o all’atteggiamento solidaristico degli Stati membri, ma ricostruita a partire dal sentimento di mancanza di questo spazio comune che si ricollega fortemente alla qualità di cittadino europeo.

La crisi pandemica ha spinto inoltre la Commissione ad adottare misure che rappresentano un arretramento anche nel settore degli investimenti esteri diretti, al fine di contrastare, per motivi di sicurezza nazionale, tentativi di acquisizioni di industrie collegate al settore sanitario, e più in generale la svendita delle attività strategiche europee, comprese le PMI [Comunicazione della Commissione (2020/C99 I/01)].

Ancora più significativo l’intervento della Commissione in relazione agli aiuti di Stato. Qui si trattava di rassicurare gli Stati circa la disponibilità della Commissione ad approvare speditamente misure nazionali per garantire l’accesso ai finanziamenti per le imprese che si trovano in un’improvvisa carenza di liquidità. Con il “Quadro temporaneo per le misure di aiuto di stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del COVID–19” [Comunicazione (2020)C-91 I701 del 19.3.2020] la Commissione definisce le condizioni alle quali dichiarerà compatibili con il mercato interno gli aiuti destinati a “porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno stato membro”. Si tratta di misure ammesse temporaneamente (fino al 31 dicembre 2020) sotto forma di sovvenzioni dirette, garanzie e tassi di interessi agevolati sui prestiti e misure per salvare l’occupazione, quali il differimento del pagamento di imposte e contributi previdenziali e le sovvenzioni ai costi salariali, come la nostra Cassa Integrazione Guadagni . Queste misure, che di per sé costituiscono una frammentazione del mercato interno, potrebbero ancor più ostacolare la concorrenza fra imprese, tenendo in conto le diseguaglianze nell’intervento degli stati conseguenti alla loro differente disponibilità finanziaria.

Gli aiuti finanziari per la ripresa economica

L’iniziativa più importante dell’Unione Europea è avvenuta sul piano dei finanziamenti necessari per far fronte allo stato di crisi e alla ripresa economica. Punto di partenza è stata la constatazione in data 20 marzo 2020 da parte della Commissione di una grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, che autorizza gli Stati a discostarsi dai requisiti di bilancio normalmente applicabili nel quadro del Patto di stabilità e crescita, per adottare le misure adeguate a sostenere i sistemi sanitari e a tutelare l’economia. [Constatazione poi ribadita dai Ministri delle finanze dell’UE con una dichiarazione del 23 marzo successivo].

In questo contesto risalta la decisione del 24 marzo 2020 [(UE) 2020/440] con cui la Banca Centrale Europea (BCE) lancia un nuovo programma temporaneo di acquisto di debito pubblico con una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro fino alla fine del 2020 per far fronte alla crisi provocata dalla pandemia Covid – 19 (il Pandemic Emergency Purchase Programme—PEPP). Il dibattito sulla fattibilità dell’iniziativa riceve ulteriore impulso dalla nota sentenza emanata dalla Corte costituzionale tedesca il 5 maggio 2020, che impone alla BCE di offrire (a posteriori) giustificazioni circa l’analogo programma del 2015 di acquisto di titoli di stato, il Public Sector Purchase Programme (PSPP) (in contrasto con una precedente decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea che aveva ritenuto legittimo tale programma). Peraltro la pronuncia della Corte tedesca potrebbe sì provocare una più cauta partecipazione della Bundensbank ai programmi finanziari dell’Unione, ma non ha comportato alcun ripensamento dell’Istituto bancario europeo circa l’iniziativa di aiuto finanziario per contrastare l’attuale emergenza sanitaria.

Un’ulteriore misura di aiuto finanziario è stata pensata nel quadro del Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, “istituzione finanziaria internazionale” che non poggia sulla base giuridica del TFUE, essendo stata creata nel 2012 attraverso un accordo intergovernativo degli Stati membri. Con questa scelta è stato tralasciato l’ancoraggio al sistema monetario dell’Unione offerto dell’art.136 del TFUE, che nel 2011 è stato appositamente modificato per consentire la creazione di un meccanismo di stabilità della zona euro mediante l’erogazione di aiuti finanziari. Un qualche collegamento con il quadro dell’Unione è stato successivamente realizzato attribuendo alle istituzioni europee il potere di esercitare una sorveglianza rafforzata nei confronti degli Stati che usufruiscono dell’aiuto finanziario dal MES [regolamento (UE) 472/2013]. Con lo scoppio della crisi sanitaria e la conseguente necessità di reperire risorse finanziarie di contenimento, il dibattito circa la utilizzazione di questo meccanismo ha riguardato anche il problema di una sua possibile riforma, sia per mutarne il carattere intergovernativo, in favore di una qualificazione più marcatamente unionista, che per renderlo maggiormente corrispondente alla necessità di erogare aiuti in maniera indiscriminata, anche in considerazione del carattere simmetrico della crisi, che, sia pure con intensità diversa, colpisce tutti gli Stati dell’Unione.

Mentre è pendente una proposta di modifica dell’accordo originario del Mes, si è previsto (8 maggio 2020) un rafforzamento delle linee di credito del meccanismo (Pandemic Crisis Support) che dovrebbe consentire di erogare aiuti fino al 2% del PIL 2019 dello Stato membro richiedente, ed essere specificamente orientato a finanziare le spese sanitarie sostenute a partire dal febbraio 2020 per fronteggiare e prevenire la crisi Covid19.

In quanto “strumenti del passato” non può dirsi che le misure di aiuto finanziario sin qui considerate costituiscano un avanzamento verso la realizzazione del principio solidaristico che ispira il Trattato sull’Unione europea. Sintomo di questa apatia istituzionale è la risoluzione del 17 aprile 2020, in cui il Parlamento europeo esprime preoccupazione “per l’incapacità iniziale degli Stati membri di agire in modo collettivo” e “invita la Commissione e gli Stati membri ad agire di concerto per essere all’altezza della sfida e garantire che l’Unione esca dalla crisi più forte”. A questo proposito il Parlamento europeo sollecita un massiccio pacchetto di investimenti per la ripresa e la ricostruzione che vada al di là di ciò che stanno già facendo il MES e la BCE.

L’iniziativa del Parlamento europeo è giunta in un momento di particolare rilevanza costituito dal fatto che le Istituzioni sono coinvolte nell’approvazione del Quadro finanziario pluriennale 2021 – 2027: lo strumento che offre l’ambito entro il quale reperire e gestire le risorse necessarie per la ripresa. In effetti la proposta annunciata dalla Presidente della Comissione europea von der Leyen al Parlamento europeo il 13 maggio 2020 e successivamente precisata (il 27 maggio) prevede un Recovery Plan denominato Next Generation EU, del valore di 750 miliardi di euro, incorporato nel bilancio dell’UE: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_20_940?cookies=disabled.

Non è questo l’unico elemento di novità della proposta poichè in relazione al reperimento delle risorse finanziarie, oltre ad un aumento temporaneo del massimale delle risorse proprie al 2% del reddito nazionale lordo dell’UE, si prevedono l’emissione di titoli di debito da parte della stessa Commissione e l’istituzione di alcune forme di fiscalità europea, per esempio a carico delle imprese inquinanti. Anche dal punto di vista dell’impiego delle nuove e ingenti risorse finanziarie la proposta in questione presenta importanti elementi di europeismo, in quanto ne condiziona l’erogazione, da farsi in parte tramite prestiti e in parte sotto forma di sussidi a fondo perduto, alla realizzazione di progetti in aree sensibili quali l’agenda verde, la digitalizzazione e la riforma dell’apparato dello Stato.

Questo notevole impulso ad una risposta europeista della Commissione non è certamente senza ostacoli, dal momento che occorrerà l’approvazione del Consiglio e del Parlamento europei, nonché il coinvolgimento dei Parlamenti nazionali per quanto riguarda il Quadro finanziario pluriennale.

I giochi sono aperti: un possibile esito positivo di questa vicenda potrebbe essere la leva per un fruttuoso svolgimento della Conferenza sul futuro dell’Europa, rinviata oltre la data del 9 maggio (in cui doveva aprirsi), sempre per effetto di questa pandemia.

 

Venezia, 2 giugno 2020

Francisco Leita

Il salto di qualità che serve al futuro dell’Europa

1.La sentenza di Karlsruhe, della Corte Costituzionale tedesca (Bundesverfassungsgericht, BVerfG, 5 maggio 2020) è una grossa tegola caduta sul capo dell’Unione Europea, e prima ancora della Germania. Molti giornali hanno minimizzato, perché non vi sono immediati effetti pratici. Ma le conseguenze sono devastanti, se l’Unione non saprà reagire, se la Germania stessa non saprà reagire. Un bicchiere di veleno, ha detto Pietro Manzini su La voce.info.

In sintesi, ricordo la vicenda: nel 2015 si erano rivolti al BVerfG vari ricorrenti per contestare l’operato del Governo, del Parlamento e della Bundesbank che, a loro dire, non si erano opposti alle procedure che avevano portato la BCE ad assumere le decisioni di acquisto massiccio di titoli pubblici (Public Sector Purchase Programme, PSPP)1, in conseguenza della grave crisi innescatasi nel 2011 che stava mettendo a rischio la nostra moneta. Si trattava di ricorsi che seguivano un approccio simile ad altri di poco precedenti con cui erano state contestate le decisioni della BCE sulle Outright Monetary Transactions (OMT).

I ricorsi, pur essendo diretti al giudice nazionale per asseriti errori degli organi costituzionali tedeschi, richiedevano l’interpretazione del diritto dell’UE applicabile al caso, quindi correttamente il BVerfG aveva richiesto alla Corte di giustizia (CGUE) – cui spetta l’interpretazione dei Trattati – di rispondere ad una serie di questioni. La CGUE aveva risposto con una sentenza molto articolata (C-493/17; sentenza 11 dicembre 2018, nota come “Weiss”), che concludeva per la correttezza delle decisioni della BCE.

Si riteneva che la sentenza Weiss avesse chiuso la questione. Il giudice competente a pronunciarsi, la CGUE, si era pronunciato. Invece quando il processo è ritornato dalla Corte europea in sede BverfG, si è capito che i giudici costituzionali tedeschi non davano per niente chiusa la questione relativa all’interpretazione data dalla CGUE al diritto dell’Unione. Il 5 maggio è uscita la sentenza, nella quale il giudici dicono apertamente che si rifiutano di attenersi a quella sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (la Weiss) perché incomprensibile e sbagliata. La critica in punto di diritto è che la Corte di giustizia avrebbe violato il principio di proporzionalità, iscritto nel Trattato. La discrezionalità della CGUE non sarebbe illimitata, ma appunto limitata dal principio di proporzionalità. Se esce da quel limite, secondo la BverfG, compie un atto nullo o inesistente, ultra vires, come se quella sentenza non fosse mai stata pronunciata.

In sostanza, il BVerfG si è arrogato il diritto di giudicare la giurisprudenza della “Corte suprema dell’UE” ed ha ritenuto che la sentenza della CGUE sia appunto “incomprensibile” e “ultra vires”; da considerarsi “arbitraria in una prospettiva obbiettiva”. Non ha contestato in sè il programma di acquisto di titoli di Stato, ma ha giudicato che quello realizzato dalla BCE non risponde ai requisiti propri della proporzionalità, così come da esso stesso interpretata.

Secondo la Corte tedesca, le competenze attribuite alla CGUE dall’art. 19 c. 1 per. 2, TUE (“La Corte di giustizia … assicura il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati) non coprono la manifesta inosservanza dei tradizionali metodi interpretativi dei singoli stati, che in questo caso si sarebbero manifestati essenzialmente nella mancata considerazione dei concreti effetti del PSPP sulla politica economica.

La CGUE, nel sottoporre al proprio controllo l’operato della BCE, si è chiesta se vi fosse stato errore “manifesto” di valutazione; in altri termini, e correttamente, non è entrata nell’esercizio della discrezionalità propria della banca centrale. In tal modo, dice il BVerfG, ha consentito alla banca centrale di andare oltre le proprie competenze. Mentre “per salvaguardare il principio di democrazia e sostenere le basi giuridiche dell’Unione europea, è indispensabile rispettare la ripartizione delle competenze”.

Un programma finalizzato all’acquisto di titoli di Stato come il PSPP, che ha un impatto significativo sulla politica economica, necessita innanzitutto che l’obiettivo di politica monetaria e l’impatto di politica economica vengano identificati, ponderati e tra loro bilanciati”, valutazioni che non sarebbero state fatte, con conseguente disconoscimento del principio di proporzionalità2.

La CGUE, sollecitata da varie parti a reagire alla pronuncia dei giudici tedeschi, ha emesso un comunicato stampa nel quale, premesso che i servizi dell’istituzione non commentano mai una sentenza di un organo giurisdizionale nazionale, continua così:

In linea generale, si ricorda che, in base a una giurisprudenza consolidata della Corte di giustizia, una sentenza pronunciata in via pregiudiziale da questa Corte vincola il giudice nazionale per la soluzione della controversia dinanzi ad esso pendente 1. Per garantire un’applicazione uniforme del diritto dell’Unione, solo la Corte di giustizia, istituita a tal fine dagli Stati membri, è competente a constatare che un atto di un’istituzione dell’Unione è contrario al diritto dell’Unione. Eventuali divergenze tra i giudici degli Stati membri in merito alla validità di atti del genere potrebbero compromettere infatti l’unità dell’ordinamento giuridico dell’Unione e pregiudicare la certezza del diritto 2. Al pari di altre autorità degli Stati membri, i giudici nazionali sono obbligati a garantire la piena efficacia del diritto dell’Unione 3. Solo in questo modo può essere garantita l’uguaglianza degli Stati membri nell’Unione da essi creata”.

Un comunicato che prende atto della grave frattura che si è creata, e la Corte europea non poteva fare diversamente, che riaffermare la propria esclusiva competenza.

2.La prima e più immediata conseguenza della sentenza è che “gli organi costituzionali, le autorità e i tribunali tedeschi non possono partecipare né allo sviluppo, né all’attuazione, all’esecuzione o all’operatività di atti ultra vires. Pertanto, in seguito ad un periodo transitorio di un massimo di tre mesi per il coordinamento necessario all’interno dell’Eurosistema, alla Bundesbank è vietato partecipare all’attuazione e all’esecuzione delle decisioni della BCE oggetto della presente procedura, salvo che il Consiglio direttivo della BCE non dimostri chiaramente in una nuova decisione che gli obiettivi di politica monetaria perseguiti con il PSPP non sono sproporzionati rispetto alle connesse implicazioni di politica economica e fiscale”.

La sentenza è in una certo senso “provvisoria”, in quanto chiede alla BCE di giustificare entro tre mesi l’attività oggetto del giudizio e contestata dai ricorrenti. In base alle giustificazioni ricevute – se la BCE le invierà – i giudici costituzionali tedeschi decideranno definitivamente.

La reazione della Presidente Cristine Lagarde fa pensare, almeno per ora, che la BCE non intenda offrire giustificazioni del proprio operato.

Nell’immediato non cambierà nulla, i programmi in corso della BCE continueranno ad essere eseguiti (la Germania è in minoranza nel Consiglio della BCE), ma in futuro la Banca centrale tedesca non potrà parteciparvi.

La sentenza rappresenta anzitutto un consapevole sovvertimento dell’art. 19 del TUE, affermando in sintesi che il monopolio sull’interpretazione del diritto comunitario affidato dai trattati alla CGUE vale solo sino a quando un giudice nazionale non ritenga che la CGUE abbia errato nella sua decisione. Si sapeva già che secondo il BVerfG gli stati nazionali sono “i signori dei Trattati” e gli unici interpreti, ma mai era stato scritto così perentoriamente in un atto ufficiale.

Inoltre la corte tedesca, affermando che la BCE ha travalicato dalle sue competenze di politica monetaria ed è entrata nella politica economica e sociale, di competenza dei singoli Stati, sottrae all’Europa strumenti indispensabili in tempi di crisi. La BCE ha, o non ha, il compito di arginare la volatilità dei differenziale di interesse tra i titoli di stato dell’area euro, per contrastare la mancanza di sfiducia e la speculazione finanziaria? Secondo la Corte tedesca evidentemente no.

3.Il primo punto da sottolineare, che ha carattere decisivo, è che una corte costituzionale nazionale, di uno degli stati membri, non può permettersi di disconoscere una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione, quale che sia il suo contenuto, e di dare disposizioni per sottrarre le istituzioni nazionali (la banca centrale tedesca, la Bundesbank) all’osservanza di quella sentenza. Farlo, assume i caratteri della sovversione e dovrebbe portare alla fuoriuscita della Germania dall’Unione. Così come ha fatto la GB che, non volendo sottostare a determinate decisioni dell’Unione, è uscita. Siamo di fronte ad una presa di posizione che impedisce alla Banca centrale tedesca di partecipare alle operazioni di sostegno decise in sede UE, o se preferite in sede BCE.

Il secondo punto è che non siamo di fronte ad una questione da risolvere in punto di diritto, gli argomenti non sono nuovi e sono stati ampiamente discussi, si possono riassumere nella convinzione della Corte costituzionale tedesca (e di parte consistente della relativa opinione pubblica) che l’UE sia soltanto un metodo di collaborazione tra stati sovrani.

L’Unione europea non può sopravvivere se l’unico strumento utilizzabile è quello della politica monetaria intesa in senso stretto (notoriamente non è così semplice distinguere che cosa è politica monetaria e che cosa politica economica). E’ indispensabile che si munisca di altri strumenti d’intervento di politica economica e di bilancio.

Non può sopravvivere se non si risolve il problema della democraticità delle sue decisioni, se gli stati soltanto rispondono al requisito della rappresentatività, o almeno questo può rivendicare il BVerfG.

In poche parole, la sentenza mette l’Unione di fronte alla necessità di fare un salto di qualità, migliorare il proprio assetto democratico e munirsi di “attrezzi” che non siano soltanto la politica monetaria.

Ora la Germania non può restare ferma, deve necessariamente reagire, e reagire in questo caso significa far progredire l’UE verso una maggiore solidarietà politica. Merkel ha detto nel suo precedente discorso avanti il Bundestag che “l’Europa non è Europa se ognuno non sta dalla parte dell’altro in tempi di emergenza di cui nessuno ha la colpa. In questa crisi abbiamo anche il compito di mostrare chi vogliamo essere come Europa. E così alla fine del mio discorso sono di nuovo giunta al pensiero della coesione. Quel che vale in Europa è la cosa più importante anche per noi in Germania”.

Ancor più importante è quanto la stessa Merkel ha detto ieri – 13 maggio – davanti al Bundestag. Secondo le agenzie di stampa, Merkel ha detto che l’integrazione politica è l’obiettivo dell’Eurozona “sin dall’inizio”. Tuttavia, in tale direzione, “non sono stati compiuti progressi sufficienti”. Ora, ha proseguito Merkel, si tratta di rispondere alla sentenza del BverfG “con una chiara bussola politica”, mantenendo l’obiettivo che l’euro costituisca una valuta forte. Secondo il cancelliere tedesco, le modifiche ai trattati dell’Ue “non devono essere un tabù” e occorregarantire che la Bundesbank continui a partecipare alle decisioni della Bce”.

La sentenza della Corte costituzionale federale tedesca (BverfG) con cui il programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) della Banca centrale europea (Bce) viene dichiarato in parte in contrasto con la Legge fondamentale della Germania è un’opportunità per promuovere l’integrazione politica dell’Unione monetaria”.

Parole chiare e confortanti.

Non so se la battaglia sarà vinta – lo speriamo molto – ma di certo sarà combattuta.

14 maggio 2020

Adriana Vigneri

 

1Nell’ambito dell’Asset Purchase Programme (APP) l’Eurosistema conduce quattro programmi di acquisto di titoli pubblici e privati:

  • il terzo Covered Bond Purchase Programme (CBPP3, dal 20 ottobre 2014), per l’acquisto di obbligazioni bancarie garantite;
  • l’Asset-Backed Securities Purchase Programme (ABSPP, dal 21 novembre 2014), per l’acquisto di titoli emessi in seguito alla cartolarizzazione di prestiti bancari;
  • il Public Sector Purchase Programme (PSPP, dal 9 marzo 2015), per l’acquisto di titoli emessi da governi, da agenzie pubbliche e istituzioni internazionali situate nell’area dell’euro;
  • il Corporate Sector Purchase Programme (CSPP, dall’8 giugno 2016), per l’acquisto di titoli obbligazionari e, da marzo 2020, commercial paper emessi da società non finanziarie dei paesi dell’area dell’euro.

 

L’APP ha effetti diretti sui rendimenti di mercato dei titoli pubblici e privati. Favorendo lo spostamento verso il basso dei rendimenti di mercato, che si muovono in maniera inversa rispetto ai prezzi delle attività finanziarie, esso produce un miglioramento delle condizioni di offerta del credito e stimola gli investimenti. Inoltre, la liquidità aggiuntiva spinge gli investitori a riequilibrare il proprio portafoglio verso attività finanziarie più redditizie, non direttamente interessate dagli interventi della banca centrale, trasmettendo l’impulso monetario ai diversi strumenti di finanziamento del settore privato. La riduzione dei tassi di interesse, infine, favorisce il deprezzamento del cambio, fornendo un ulteriore stimolo all’attività economica (Fonte: B d’I)

 

2 E’ interessante leggere quel che dice la Corte costituzionale tedesca sugli impatti di politica economica:

Il PSPP migliora le condizioni di rifinanziamento degli Stati membri perché possono ottenere prestiti sul mercato dei capitali a condizioni significativamente più favorevoli; ha quindi un impatto significativo sulle condizioni di politica fiscale in cui operano gli Stati membri”.

In particolare può avere effetti analoghi agli strumenti di assistenza finanziaria ai sensi dell’art. 12 e ss. del Trattato MES”.

Il PSPP ha un impatto anche sul settore bancario, in quanto trasferisce grandi quantità di titoli di Stato ad alto rischio nei bilanci dell’Eurosistema e così facendo migliora la situazione economica delle banche e ne aumenta la valutazione della qualità creditizia”.

Fra le conseguenze del PSPP vi è anche un impatto economico e sociale su quasi tutti i cittadini, che sono interessati almeno indirettamente come azionisti, affittuari, proprietari di immobili, risparmiatori e titolari di polizze assicurative”.

Le imprese che non sono più economicamente redditizie di per sé rimangono sul mercato in conseguenza del livello generale dei tassi d’interesse ridottosi mediante il PSPP”.

Con l’aumento della durata del programma e del volume complessivo, l’Eurosistema è più dipendente dalle politiche degli Stati membri, poiché terminare il programma diviene sempre più rischioso per la stabilità dell’unione monetaria”.

Perché serve una politica fiscale europea? Scenari post pandemia.

Nelle ultime settimane si è discusso molto di come la politica fiscale debba essere orientata per permettere ai paesi colpiti dalla pandemia di Covid-19 di recuperare il più velocemente possibile dalle ampie cadute che molti indicatori economici faranno inevitabilmente segnare nei prossimi mesi. A livello europeo il dibattito si è ovviamente concentrato su ciò che l’UE può, potrebbe o dovrebbe fare per aiutare i paesi membri. Alcune soluzioni prevedono l’emissione di nuovi titoli di debito pubblico, gli eurobond (ribattezzati per l’occasione coronabond) il cui rimborso dovrebbe essere garantito dai paesi dell’Euro in una forma che introduce la responsabilità comune per il debito aggiuntivo. Pochi giorni fa il prof. Orcalli ha fatto il punto su alcune di tali proposte.

La materia appare decisamente complicata ma un recente commento 1di Thorsten Beck, Research Fellow del think tank CEPR (Center for Economic and Policy Research) apparso su Voxeu, può aiutare ad orientarsi nel dibattito. L’economista tedesco nell’articolo in cui appoggia l’idea che l’UE dovrebbe rispondere allo shock scegliendo la via della responsabilità comune per il debito e quindi quella dell’Eurobond, fornisce delle risposte a due domande cruciali: perché i paesi europei che hanno minori problemi di bilancio dovrebbero scegliere la via degli eurobond? Perché gli stati dell’area Euro dovrebbero cedere competenza all’UE anche in materia di politica fiscale?

Procediamo con ordine: il punto di partenza dell’economista tedesco è che le economie europee sono strettamente interconnesse. A legarle una fitta rete di relazioni che prendono la forma, ad esempio, delle catene di approvvigionamento, della sempre più spinta integrazione del mercato dei servizi e della mobilità del lavoro tra paesi UE. In un quadro come quello descritto è interesse di tutti i paesi che la ripresa avvenga rapidamente e in tutta Europa. Se l’obiettivo è chiaro il suo raggiungimento non appare così semplice per almeno due motivi. In prima battuta alcuni paesi hanno minor spazio fiscale disponibile di altri e quindi possono introdurre misure di politica fiscale di intensità o durata minore rispetto a quello che sarebbe necessario per una ripresa veloce. La raccolta di risorse attraverso l’emissione degli eurobond potrebbe risolvere questo problema. Ma perché ai paesi che hanno maggiori spazi fiscali conviene assumersi la responsabilità a beneficio dei paesi con uno spazio di politica fiscale inferiore? Beck invita a pensare a cosa potrebbe succedere se questi ultimi fossero lasciati soli delineando due scenari: nel primo i paesi con minor spazio fiscale potrebbero adottare stimoli espansivi limitati sia nelle risorse a disposizione che nel tempo, rallentando la ripresa in tutta l’area Euro con un risultato negativo per tutti i paesi; nel secondo scelgono la via di un vigoroso stimolo fiscale correndo il rischio che il loro debito diventi insostenibile. In questo caso potrebbe attivarsi un circolo vizioso caratterizzato da bassa crescita e dall’aumento delle divergenze fra i paesi nell’Unione Monetaria, che potrebbe portare all’esito più negativo: l’uscita dall’Euro con ricadute pesanti per l’intero sistema.

Un ulteriore elemento da considerare riguarda l’attribuzione di competenze all’UE in materia di politica fiscale da parte degli stati membri. Le politiche fiscali generano forti esternalità, questo significa che una manovra espansiva adottata da un paese ha affetti espansivi anche negli altri paesi. In presenza di esternalità come quelle descritte la soluzione che permette di evitare l’adozione di misure insufficienti di politica fiscale è quella del coordinamento delle politiche fiscali stesse tra stati o di un accentramento a livello europeo. In assenza di questa soluzione la somma delle misure adottate dai singoli stati potrebbe risultare uno stimolo troppo debole per uscire tutti dalla crisi.

Come ricordato da Beck, a sostegno di un intervento forte a livello europeo non ci sono esclusivamente motivazioni economiche ma anche politiche e sociali. Ciò che è avvenuto con la Brexit dovrebbe farci ricordare che i progressi nell’integrazione europea non sono irreversibili e che l’assenza di un approccio comune alla crisi può avere gravi ripercussioni politiche. Un nuovo fallimento dell’UE potrebbe dare ulteriore impulso al populismo e ai partiti autoritari che già hanno trovato terreno fertile dopo la crisi finanziaria globale e le due recessioni avvenute nel periodo 2008-2011.

Venezia, 18 aprile 2020

Gianluca Toschi
Economista
Coordinatore del Comitato Scientifico di FONDACO EUROPA

1 The economic, political and moral case for a European fiscal policy response to COVID-19, https://voxeu.org/article/economic-political-and-moral-case-european-fiscal-policy-response-covid-19

Io sono (anche) Madrid

Come sarà capitato a molti di voi, nel corso del mio iter universitario mi sono casualmente incrociata con il progetto Erasmus.
Bologna, la sede della mia università, sin dai primi anni novanta ha partecipato a questo progetto, finanziato dall’Unione Europea, che consente agli studenti di frequentare un periodo di studi in un’altra città europea.
Al secondo anno di giurisprudenza io ho scelto Madrid.
Una capitale vitalissima, una lingua diversa ma affine all’italiano, un paese entrato nell’allora Comunità Europea solo dal 1986 e, soprattutto, un popolo ospitale e pieno di energia.
Madrid ai miei occhi poteva apparire una città disorganizzata, ma in realtà non lo era affatto.
Per trovare un alloggio mi ero recata alla segreteria dell’università, dove una gentile addetta mi aveva fornito l’elenco degli appartamenti messi a disposizione degli studenti. Dopo pochi giorni dal mio arrivo a Madrid abitavo in un grande appartamento a Cuatro Caminos che condividevo con due ragazze irlandesi e una italiana.
L’Università Complutense era simile ad un grande campus, con tanti edifici moderni circondati da prati, dove quasi tutte le lezioni si tenevano in piccole aule con al massimo una ventina di persone.
I professori all’inizio del corso richiedevano una scheda di ogni studente e durante le lezioni interloquivano spesso, facevano domande e chiedevano la nostra opinione. Per sostenere l’esame ci si doveva prenotare e così il tutto si svolgeva senza lunghe attese.
I corsi erano frequentati da studenti spagnoli e di molte altre nazionalità. Anche nei locali c’era sempre un grande miscuglio di lingue, accenti e colori. Ma tutto funzionava e i madrileni, di nascita o temporanei come me, potevano vedere concerti, spettacoli, partite, andare a tapas o passeggiare a qualsiasi ora.
Le tensioni comunque non mancavano. La Spagna ha sempre vissuto profonde divisioni interne: le spinte autonomiste della Catalogna e dei Paesi Baschi, il terrorismo, la monarchia ed il parlamento e una dittatura non troppo lontana nel tempo.
Persino le lingue in Spagna sono due: castillano e catalano.
Madrid non ha monumenti spettacolari, ospita una famiglia reale abbastanza normale, ha i tempi dilatati di tutte le città spagnole, ha un bel parco e dei musei sorprendenti.
Ma ciò che stupisce è come chiunque lì si possa sentire a casa propria.
Vivere in una città dove non si è nati e dove si parla una lingua diversa può essere destabilizzante.
A Madrid, invece, nessuno mi ha mai fatto sentire “fuori posto”.
In questi giorni di pandemia vedere le immagini dei madrileni disorganizzati e allarmati, con i malati distesi per terra nei corridoi degli ospedali e le tende non ancora allestite mi ha profondamente colpito.
I madrileni reagiranno e sapranno affrontare questo momento difficile, così come hanno sempre superato le numerose prove che la storia, anche recente, ha posto loro.
E nessuno più di noi italiani può sperarlo.

Chiara Montagner
Avvocato

L’intervento di Draghi sul Financial Times

Il coronavirus ci pone di fronte a una guerra, e dobbiamo mobilitarci di conseguenza – Mario Draghi sul Financial Times

di Carmenthesister – marzo 26, 2020

Mario Draghi interviene sul Financial Times con un articolo che  ha l’effetto di una bomba sui burocrati di Bruxelles e sulla esitante e tremebonda politica del governo italiano. I debiti pubblici aumenteranno e ce ne dobbiamo fare una ragione, siamo di fronte a una guerra e in tempi eccezionali le risposte devono essere eccezionali. E veloci. Il rischio è entrare in un ciclo irreversibile di povertà.  Con buona pace del nostro ministro dell’economia, le previsioni sull’impatto della crisi sono di proprozioni inimmaginabili

di Mario Draghi, 25 Marzo 2020

Livelli più elevati di debito pubblico diventeranno una caratteristica dell’economia e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura per la propria vita o in lutto per i propri cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere sostenuti.

Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano il pericolo di perdere la vita, molti altri affrontano la perdita del sostentamento. Giorno dopo giorno, le notizie economiche stanno peggiorando. Nell’intera economia le imprese affrontano perdite. Molte si stanno già ridimensionando e stanno licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.

La sfida che ci troviamo di fronte è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da un’ondata di fallimenti che lasceranno dietro di sé dei danni irreversibili. È già chiaro che la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito sostenuta dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare le perdite – deve alla fine essere riassorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

È il ruolo proprio dello stato impegnare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può riassorbire. Di fronte alle emergenze nazionali gli Stati l’hanno sempre fatto. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e Germania tra il 6 e il 15% delle spese di guerra in termini reali fu finanziato dalle tasse. In Austria-Ungheria, Russia e Francia, nessuno dei prolungati costi di guerra furono coperti con le tasse. Ovunque, la base imponibile fu erosa dai danni di guerra e dal reclutamento. Oggi avviene la stessa cosa a causa dell’angoscia per la pandemia e della chiusura delle attività.

La domanda cruciale  non è se lo Stato debba impegnare il proprio bilancio, ma come. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dalla perdita del lavoro. Se non faremo questo, riemergeremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità produttiva compromesse in maniera permanente, con le famiglie e le imprese in grande difficoltà a ripianare i propri bilanci e ricostruire le loro attività.

I sussidi per la disoccupazione e il rinvio delle tasse sono passi importanti che sono già stati adottati da molti governi. Ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di reddito richiede un immediato sostegno di liquidità. È essenziale per tutte le imprese coprire le proprie spese di gestione durante la crisi, siano esse grandi aziende o ancor più piccole e medie imprese e imprenditori autonomi. Diversi governi hanno già introdotto opportune misure per fornire liquidità alle imprese in difficoltà. Ma è necessario un approccio più completo.

Se i diversi paesi europei hanno differenti strutture finanziarie e industriali, l’unico modo efficace per entrare immediatamente in ogni falla dell’economia è di mobilitare i loro interi sistemi finanziari al completo: mercati obbligazionari, principalmente per le grandi società,  sistema bancario e in alcuni paesi anche postale per tutti gli altri. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici. Il circuito bancario in particolare è diffuso in tutta l’economia e può creare denaro istantaneamente, consentendo scoperti di conto corrente o aprendo linee di credito.

Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo diventano un veicolo di trasmissione delle politiche pubbliche, il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli scoperti di conto o prestiti aggiuntivi. Né regolamentazioni né norme sulle garanzie bancarie dovrebbero ostacolare la creazione nei bilanci delle banche di tutto lo spazio necessario a tale scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero, indipendentemente dal costo di finanziamento del governo che le emette.

Le imprese, tuttavia, non attingeranno alla liquidità che viene loro offerta semplicemente perché il credito è a basso costo. In alcuni casi, ad esempio le aziende con un portafoglio ordini, le loro perdite possono essere recuperabili e quindi ripagheranno il debito. In altri settori, probabilmente non sarà così.

Tali società potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e aumentare l’indebitamento per mantenere i propri dipendenti. Ma le loro perdite accumulate rischiano di compromettere in futuro la loro capacità di investimento. E, se l’epidemia e il blocco delle attività dovessero perdurare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito acceso per mantenere al lavoro i dipendenti in quel periodo fosse alla fine cancellato.

O i governi finanziano le persone che si indebitano per affrontare le proprie spese, o costoro falliranno e la garanzia sarà prestata dal governo. Se si riesce a contenere l’azzardo morale, la prima soluzione è la migliore per l’economia. Il secondo percorso sarebbe probabilmente meno costoso per il bilancio pubblico. In entrambi i casi, se si vogliono tutelare i posti di lavoro e le capacità, i governi dovrebbero assorbire una gran parte della perdita di reddito causata dal blocco delle attività.

I livelli del debito pubblico aumenteranno. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e alla fine per lo stesso gettito del bilancio pubblico. Dobbiamo anche ricordare che, visti i livelli attuali e probabilmente futuri dei tassi di interesse, un tale aumento del debito pubblico non aumenterà l’onere del servizio del debito.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo straordinario shock. Ha una struttura finanziaria capillare in grado di far fluire i fondi in ogni parte dell’economia. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta politica rapida. La velocità è assolutamente essenziale per l’efficacia.

Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono colpiti. Il costo dell’esitazione può risultare irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni ’20 è un monito sufficiente.

La velocità del deterioramento dei bilanci privati ​​- causata da un blocco dell’attività economica che è sia inevitabile quanto opportuno – deve essere affrontata da una uguale velocità nell’impegnare i bilanci pubblici, mobilitare le banche e, in quanto europei, sostenersi a vicenda nel perseguimento di ciò che è evidentemente una causa comune.

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Il coronavirus ci pone di fronte a una guerra, e dobbiamo mobilitarci di conseguenza – Mario Draghi sul Financial Times

Lettera all’UE di Conte firmata da molti premier europei

Vi prego di leggere la lettera che il nostro Capo del Governo ha indirizzato al Presidente del Consiglio d’Europa,accompagnata dalle firme di molti altri premier europei.

Buona lettura.

Arcangelo Boldrin


Corriere.it 25 marzo 2020

Coronavirus, Conte unisce il fronte dei paesi contro la linea rigorista: lettera alla Ue

L’appello firmato da Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo , Belgio e Portogallo

L’iniziativa politica è partita da Giuseppe Conte, ma è stata subito abbracciata da Francia, Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Grecia, Spagna, Slovenia e Portogallo. Insieme i premier si sono rivolti con una lunga lettera Charles Michel, belga presidente del Consiglio d’Europa, per chiedere misure urgenti e solidali per l’emergenza coronavirus cercando così di spaccare il fronte “rigorista” guidato da Germania e Olanda.

Il testo

«Caro Presidente, Caro Charles, la pandemia del Coronavirus è uno shock senza precedenti e richiede misure eccezionali per contenere la diffusione del contagio all’interno dei confini nazionali e tra Paesi, per rafforzare i nostri sistemi sanitari, per salvaguardare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali e, non ultimo, per limitare gli effetti negativi che lo shock produce sulle economie europee. Tutti i Paesi europei hanno adottato o stanno adottando misure per contenere la diffusione del virus. Il loro successo dipenderà dalla sincronizzazione, dall’estensione e dal coordinamento con cui i vari Governi attueranno le misure sanitarie di contenimento. Abbiamo bisogno di allineare le prassi adottate in tutta Europa, basandoci su esperienze pregresse di successo, sulle analisi degli esperti, sul complessivo scambio di informazioni. È necessario ora, nella fase piu’ acuta dell’epidemia. Il coordinamento che tu hai avviato, con Ursula von der Leyen, nelle video-conferenze tra i leader è d’aiuto in tal senso. Sarà necessario anche in futuro, quando potremo ridurre gradualmente le severe misure adottate oggi, evitando sia un ritorno eccessivamente rapido alla normalità sia il contagio di ritorno da altri Paesi. Dobbiamo chiedere alla Commissione europea di elaborare linee guida condivise, una base comune per la raccolta e la condivisione di informazioni mediche ed epidemiologiche, e una strategia per affrontare nel prossimo futuro lo sviluppo non sincronizzato della pandemia».

Le esigenze dei cittadini

«Mentre attuiamo misure socio-economiche senza precedenti, che impongono un rallentamento dell’attività economica mai sperimentato prima, abbiamo comunque bisogno di garantire la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali, e la libera circulazione di dispositivi medici vitali all’interno dell’UE. Preservare il funzionamento del mercato unico è fondamentale per fornire a tutti i cittadini europei la migliore assistenza possibile e la più ampia garanzia che non ci saranno carenze di alcun tipo. Siamo pertanto impegnati a tenere i nostri confini interni aperti al necessario scambio di beni, di informazioni e agli spostamenti essenziali dei nostri cittadini, in particolare quelli dei lavoratori transfrontalieri. Abbiamo anche bisogno di assicurare che le principali catene di valore possano funzionare appieno all’interno dei confini dell’UE e che nessuna produzione strategica sia preda di acquisizioni ostili in questa fase di difficoltà economica. I nostri sforzi saranno prioritariamente indirizzati a garantire la produzione e la distribuzione delle attrezzature mediche e dei dispositivi di protezione fondamentali, per renderli disponibili, a prezzi accessibili e in maniera tempestiva a chi ne ha maggiore necessità. Le misure straordinarie che stiamo adottando per contenere il virus hanno ricadute negative sulle nostre economie nel breve termine. Abbiamo pertanto bisogno di intraprendere azioni straordinarie che limitino i danni economici e ci preparino a compiere i passi successivi. Questa crisi globale richiede una risposta coordinata a livello europeo».

Il ruolo dell’Europa

«La BCE ha annunciato lo scorso giovedì 19 marzo una serie di misure senza precedenti che, unitamente alle decisioni prese la settimana prima, sosterranno l’Euro e argineranno le tensioni finanziarie. La Commissione europea ha anche annunciato un’ampia serie di azioni per assicurare che le misure fiscali che gli Stati membri devono adottare non siano ostacolate dalle regole del Patto di Stabilità e Crescita e dalla normativa sugli aiuti di Stato. Inoltre, la Commissione e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) hanno annunciato un pacchetto di politiche che consentiranno agli Stati membri di utilizzare tutte le risorse disponibili del bilancio dell’UE e di beneficiare degli strumenti della BEI per combattere l’epidemia e le sue conseguenze. Gli Stati membri dovranno fare la loro parte e garantire che il minor numero possibile di persone perda il proprio lavoro a causa della temporanea chiusura di interi settori dell’economia, che il minor numero di imprese fallisca, che la liquidità continui a giungere all’economia e che le banche continuino a concedere prestiti nonostante i ritardi nei pagamenti e l’aumento della rischiosità. Tutto questo richiede risorse senza precedenti e un approccio regolamentare che protegga il lavoro e la stabilità finanziaria. Gli strumenti di politica monetaria della BCE dovranno pertanto essere affiancati da decisioni di politica fiscale di analoga audacia, come quelle che abbiamo iniziato ad assumere, col sostegno di messaggi chiari e risoluti da parte nostra, come leader nel Consiglio Europeo».

Gli strumenti possibili

«Dobbiamo riconoscere la gravità della situazione e la necessità di una ulteriore reazione per rafforzare le nostre economie oggi, al fine di metterle nelle migliori condizioni per una rapida ripartenza domani. Questo richiede l’attivazione di tutti i comuni strumenti fiscali a sostegno degli sforzi nazionali e a garanzia della solidarietà finanziaria, specialmente nell’Eurozona. In particolare, dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia. Vi sono valide ragioni per sostenere tale strumento comune, poichè stiamo tutti affrontando uno shock simmetrico esogeno, di cui non è responsabile alcun Paese, ma le cui conseguenze negative gravano su tutti. E dobbiamo rendere conto collettivamente di una risposta europea efficace ed unita. Questo strumento di debito comune dovrà essere di dimensioni sufficienti e a lunga scadenza, per essere pienamente efficace e per evitare rischi di rifinanziamento ora come nel futuro».

Il nodo delle risorse

«I fondi raccolti saranno destinati a finanziare, in tutti gli Stati Membri, i necessari investimenti nei sistemi sanitari e le politiche temporanee volte a proteggere le nostre economie e il nostro modello sociale. Con lo stesso spirito di efficienza e solidarietà, potremo esplorare altri strumenti all’interno del bilancio UE, come un fondo specifico per spese legate alla lotta al Coronavirus, almeno per gli anni 2020 e 2021, al di là di quelli già annunciati dalla Commissione. Dando un chiaro messaggio di voler affrontare tutti assieme questo shock unico, rafforzeremmo l’Unione Economica e Monetaria e, soprattutto, invieremmo un fortissimo segnale ai nostri cittadini circa la cooperazione determinata e risoluta con la quale l’Unione Europea è impegnata a fornire una risposta efficace ed unitaria. Abbiamo inoltre bisogno di preparare assieme “il giorno dopo” e riflettere sul modo in cui organizziamo le nostre economie attraverso i nostri confini, le catene di valore globale, i settori strategici, i sistemi sanitari, gli investimenti comuni e i progetti europei. Se vogliamo che l’Europa di domani sia all’altezza delle sue storiche aspirazioni, dobbiamo agire oggi e preparare il nostro futuro comune. Apriamo pertanto il dibattito ora e andiamo avanti, senza esitazione».

Le firme

Sophie Wilmès, Primo Ministro del Belgio
Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese
Kyriakos Mitsotakis, Primo Ministro of Greece
Leo Varadkar, Primo Ministro of Ireland
Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano
Xavier Bettel, Primo Ministro del Lussemburgo
António Costa, Primo Ministro del Portogallo
Janez Janša , Primo Ministro della Slovenia
Pedro Sánchez, Primo Ministro della Spagna

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Coronavirus, Conte unisce il fronte dei paesi contro la linea rigorista:
lettera alla Ue

Il viaggio Sostenibile per l’Unione Europea

Per la prima volta venne introdotto il concetto di sviluppo sostenibile nel 1987 in un documento pubblicato come rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future). Il nome venne dato dalla coordinatrice Gro Harlem Brundtland, che in quell’anno era presidente del WCED (Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo).

«lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri» (WCED,1987)

Tale definizione mette in luce quindi un principale principio etico: la responsabilità da parte delle generazioni d’oggi nei confronti delle generazioni future. Se vogliamo un tale sviluppo è necessario allineare le nostre azioni con principi che mirino al mantenimento delle risorse, all’equilibrio ambientale del nostro pianeta e al benessere delle nostre comunità. Molte cose, incluse le nostre scelte non sono andate proprio nella direzione auspicata dal rapporto Brundtland.

Cos’è mancato di base?

La visione del futuro, un’ottica di lungo periodo. E ’stato applicato, e ancora si applica in ogni ambito della vita produttiva, economica, sociale, politica del Paese un concetto di breve termine che sta ormai esaurendo il suo ossigeno!

Oggigiorno l’umanità usa l’equivalente di 1,7 pianeti, con un consumo globale di risorse materiali aumentato di quattordici volte tra il 1900 e il 2015, e che secondo le proiezioni dovrebbe più che raddoppiare tra il 2015 e il 2050 1 : il mondo si sta rapidamente avvicinando a diversi punti di non ritorno. Oltre alla pressione ambientale, questa situazione rappresenta una seria minaccia per i valori fondamentali per i cittadini degli stati membri dell’UE: democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali.

Qualcuno lo ha capito e sta lavorando per invertire la rotta, l ’Unione Europea ha già intrapreso questo percorso: tra il 2000 e il 2015 l’occupazione è cresciuta più velocemente nel settore ambientale che nell’intera economia; le tecnologie a basse emissioni di carbonio stanno diventando una merce importante, che permette all’UE di beneficiare di un considerevole avanzo della bilancia commerciale; nel periodo 2012-2015 le esportazioni UE di tecnologie energetiche pulite hanno raggiunto i 71 miliardi di EUR, superando di 11 miliardi di EUR le importazioni. L’UE sta già dimostrando che è possibile far crescere l’economia e al tempo stesso ridurre le emissioni di carbonio2.

È necessario agire a tutti i livelli. Sono coinvolte le istituzioni dell’UE, gli Stati membri e le regioni. Città, comuni dovrebbero tutti diventare promotori del cambiamento. I cittadini, le imprese, le parti sociali e la comunità della ricerca e della conoscenza dovranno fare squadra se vogliamo riuscire, dobbiamo remare nella stessa direzione. Era stata la Commissione Juncker a presentare una visione strategica a lungo termine per un’economia UE prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra entro il 20503. L’UE ha le capacità e la forza per fissare gli standard per il resto del mondo se assume la guida dell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e della transizione verso un’economia circolare, anche grazie a investimenti intelligenti nell’innovazione e nelle tecnologie abilitanti fondamentali.

1 Commissione UE, Quadro di valutazione delle materie prime 2018

2 Eurostat, Environmental economy – statistics on employment and growth. Disponibile al seguente indirizzo: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/pdfscache/10420.pdf. Nell’economia ambientale rientrano due grandi categorie di attività e/o prodotti: “tutela ambientale” ossia tutte le attività connesse alla prevenzione, riduzione ed eliminazione dell’inquinamento e di ogni altra forma di degrado dell’ambiente; “gestione delle risorse” ossia la preservazione e la cura del patrimonio di risorse naturali e quindi la prevenzione del suo esaurimento.

3 COM(2018) 773 final.

Venezia sott’acqua, non un minuto da perdere nella lotta contro il cambiamento climatico

Con queste parole, la nuova presidente della Commissione EU in forza dal 1 dicembre 2019, Ursula Von der Layen, inizia il suo mandato mettendo l’ambiente al vertice dell’agenda europea per una nuova Europa. Ci sono tutti i presupposti per continuare e migliorare il lavoro di Juncker. L’ambizione dell’UE di conseguire un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e climaticamente neutra dimostrerà che la transizione “verde” può andare di pari passo con una maggiore prosperità. Per riuscirci, l’UE e gli Stati membri devono assumere un ruolo guida nel campo della scienza, della tecnologia e delle infrastrutture moderne.

Europa e Medio Oriente: dinamiche, rapporti e futuro

Il Medio Oriente è forse l’area del mondo in più grande cambiamento. Tre sembrano i fattori decisivi: la sconfitta territoriale (non ancora terroristica) di Daesh, le nuove dinamiche dell’Arabia Saudita, il ritiro degli USA dall’accordo con l’Iran sul nucleare. Sullo scenario mediorientale si gioca molta parte dei destini del mondo ed è oltremodo importante per l’Europa e per il nostro paese capire i processi in atto: le strategie del governo iraniano e saudita, i loro obiettivi in una futura crescente marginalità degli introiti petroliferi, la reazione degli altri protagonisti dell’area (in primis Israele) e delle potenze maggiori (Stati Uniti, Russia, Cina), il destino di minoranze come quella curda,  infine il ruolo dell’Unione Europea (ammesso che voglia o possa giocarne uno).
Su questi temi si confronteranno ricercatori, studiosi e un parlamentare, già Ministro dell’Interno.

Presiede
Arcangelo Boldrin
Presidente di FONDACO EUROPA

Introduce
Dario Fabbri
Ricercatore, consigliere scientifico di Limes
Le grandi potenze in Medio Oriente

Intervengono

Cinzia Bianco
Analista presso Gulf State Analitics
Nuove dinamiche nella regione del Golfo

Davide Assael
Filosofo, studioso del pensiero ebraico
Israele di fronte ai mutamenti in atto

Maria Luisa Fantappie
Ricercatrice, esperta delle regioni curde
Il futuro della causa curda

Concludono

Sergio Fabbrini
Politologo, Docente Università LUISS di Roma
Unione Europea: quale ruolo in Medio Oriente?

Marco Minniti
Parlamentare, già Ministro dell’Interno
Italia tra Europa, Mediterraneo e Medio Oriente

Si prega di confermare la propria partecipazione alla mail info@fondacoeuropa.eu

Europa e migrazioni – Mercoledì 9 maggio ore 17.30 – Caffè del cortile dell’Università Ca’ Foscari Venezia – Dorsoduro 3246

Come sai sul delicatissimo e complicato tema delle migrazioni si gioca molta parte del futuro della costruzione europea. Nell’incontro di cui al sottostante invito abbiamo cercato di mettere a confronto esperienze diverse: un ambasciatore, Luisella Pavan-Wolfe, due ricercatori che operano in ambiti diversi, Sara De Vido e Giovanni Carlo Bruno, uno studioso, Giuseppe Sciortino (autore del libro “Rebus immigrazione” – Ed. Il Mulino, di cui mi permetto di consigliarti la lettura) e una europarlamentare, Cécile Kyenge.

Mi raccomando, se ti è possibile, di non mancare.

Cordiali saluti.

Arcangelo Boldrin

Il futuro dell’Unione Europea: fra spinte centrifughe e crisi di legittimità

Ho il piacere di inviarti il programma della giornata di studi che il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e studi Internazionali dell’Università di Padova ha organizzato in collaborazione con FONDACO EUROPA.

Il tema è di grande respiro e di sicuro interesse, particolarmente in questo momento così delicato per il futuro dell’Unione Europea.

Spero di poterti incontrare in quella occasione.

Grazie dell’attenzione e a presto.

Arcangelo Boldrin

Presidente di FONDACO EUROPA