Brexit

Il 26 maggio 2019 i cittadini dell’Unione Europea sono stati chiamati a votare per le elezioni del Parlamento Europeo, unica istituzione europea i cui membri sono eletti direttamente dai cittadini. Ma nonostante il referendum del 2016 avvenuto nel Regno Unito e l’ufficializzazione dell’uscita attraverso l’attivazione dell’articolo 50, i paesi che hanno votato sono ancora 28.

Di seguito vedremo quindi una panoramica ad ampio spettro della Brexit: definizione, contesto storico e relative conseguenze politiche ed economiche.

Brexit: cos’è?

La Brexit (acronimo di “Britain” e “exit”) consiste nell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, decisione avvenuta attraverso il referendum consultivo del 23 giugno 2016, che si è concluso con la maggioranza dei voti a favore dell’uscita del paese dall’UE (51,89%).

Tale referendum è stato indetto dall’allora premier David Cameron, che lo utilizzò come “arma elettorale” alle elezioni del 2015, alle quali vinse, rendendogli inevitabile fare dei passi in avanti verso il referendum. Cameron inizialmente prese degli accordi con Bruxelles per ottenere alcune concessioni, ma non furono sufficienti a compensare il significato politico di un referendum, identificato ormai dai cittadini britannici, come strumento di protesta contro le disparità più evidenti determinate dalla globalizzazione.

Successivamente alla vittoria del SI, il 29 marzo del 2017, la prima ministra Theresa May ha formalmente notificato al Consiglio europeo l’intenzione di uscire dall’Unione con l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Articolo 50 Trattato di Lisbona:
1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.
2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.
3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine.
4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano. Per maggioranza qualificata s’intende quella definita conformemente all’articolo 238, paragrafo 3, lettera b) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
5. Se lo Stato che ha receduto dall’Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all’articolo 49.  

 

UE e UK

Il Regno Unito entra a far parte dell’Unione Europea, o meglio, dell’allora Comunità Economica Europea nel 1973 e, ad oggi, occupa 73 posti nel Parlamento Europeo e nel corso degli anni ha occupato per 5 mandati la Presidenza del Consiglio dell’UE (che ricordiamo avere durata di 6 mesi).

Nei due comitati, invece, quello economico e sociale e quello delle regioni, con 24 rappresentanti nel primo e 18 nel secondo.

Brexit: un percorso ad ostacoli

L’uscita dall’Unione Europea da parte del Regno Unito, però non è immediata. Dal giorno del referendum ad oggi, quindi quasi tre anni dopo, ancora non si sono riusciti a trovare gli accordi necessari da permettere l’avvenuta messa in atto della manovra. Facciamo quindi uno storico di tutti i passaggi ed i motivi ostacolanti di questo processo.

Partendo dall’inizio, come abbiamo già detto, il 23 giugno del 2016 i cittadini del Regno Unito sono stati chiamati per votare al referendum relativo all’uscita del paese dall’Unione Europea, referendum che ha portato alla vittoria del “si”.

Qualche giorno dopo, dunque, si riunisce il Consiglio Europeo a discutere dell’esito del referendum.

Il 2 ottobre del 2016 la prima ministra inglese, Theresa May, dichiara che il Regno Unito avvierà formalmente il processo negoziale in vista dell’uscita dall’UE entro fine marzo 2017.

Arriviamo quindi alla famosa dichiarazione di Tusk, che cito “hard Brexit o no Brexit”, in cui afferma che il compito principale durante i negoziati per la Brexit sarà quello di tutelare gli interessi dell’UE e di ciascuno dei suoi 27 Stati membri.

Dopo questa dichiarazione seguono una serie di incontri che portano al 29 marzo 2017, giorno in cui il Regno Unito attiva formalmente l’articolo 50 per uscire dall’UE.

Ora possono quindi prendere avvio i negoziati, il 19 giugno, dopo che il Consiglio “Affari generali” designa la Commissione europea come negoziatore dell’UE, Michel Barnier (capo negoziatore dell’UE) e David Davis (ministro per l’uscita dall’Unione Europea), avviano il primo ciclo di negoziati sulla Brexit. Oltre alla struttura dei negoziati e alle questioni imminenti, l’avvio dei negoziati si incentra sui seguenti temi:

Quello di giugno è stato solo il primo di una serie di incontri necessari per andare a trovare un accordo di uscita del paese, con l’obiettivo di minimizzare i danni conseguenti all’attivazione dell’articolo 50, danni prevalentemente relativi all’economia del paese uscente (che approfondiremo in seguito), ma anche eventuali conseguenze relative ai diritti dei cittadini, ai confini della Gran Bretagna con gli altri paesi parte del Regno Unito, ma anche problemi relativi ad accordi e trattati, come ad esempio l’Euratom (trattato sull’energia atomica).

Si iniziano ad avere i primi progressi decisivi solo nel novembre del 2018, quindi più di un anno dopo dall’avvio dei negoziati. Durante l’incontro di novembre, infatti, si è ottenuto un progetto di accordo sul recesso del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dall’UE, che vede la procedura di firma e conclusione il 5 dicembre del 2018, e una bozza della dichiarazione politica sulle frontiere tra l’UE ed il Regno Unito concordata a livello dei negoziati.

Non essendo riusciti a trovare tutti gli accordi necessari, nel mese di marzo il Consiglio Europeo a 27 ha discusso ed approvato la proroga per la Brexit, ma già nei primi mesi di aprile la ministra Theresa May chiede al Consiglio europeo un’ulteriore proroga all’articolo 50 fino al 30 giugno 2019, precisando che il Regno Unito si sarebbe comunque preparato alle elezioni europee nel caso in cui fosse ancora parte del parlamento. Quindi, il Consiglio europeo straordinario svoltosi il 10 aprile 2019 ha concordato, sulla base della richiesta del Regno Unito, di concedere un’ulteriore proroga del termine ex art. 50 TUE, per consentire la ratifica dell’Accordo di recesso. Tale proroga dovrebbe durare solo il tempo necessario e, in ogni caso, non potrà andare oltre il 31 ottobre 2019 (c.d. flextension). Nel caso in cui l’Accordo di recesso venga ratificato da entrambe le parti prima di tale data, il recesso avverrà il primo giorno del mese successivo.

Inoltre, l’accordo di recesso non potrà essere rinegoziato e la proroga non può essere utilizzata per avviare negoziati sulle future relazioni tra UE e Regno Unito. In ogni caso, durante tutto il periodo di proroga il Regno Unito rimarrà Stato membro dell’UE con pieni diritti ed obbligazioni e può revocare la notifica del recesso.

Quindi il rinvio della Brexit, ha portato il Regno Unito a partecipare alle elezioni di maggio, andando ad occupare i 73 seggi spettanti, ed è proprio a causa di questi mancati accordi che, come avevano previsto i sondaggi, ha portato gli elettori ad abbandonare i conservatori per spostarsi al neonato partito “Brexit Party” guidato dall’euroscettico Nigel Farage, che si attesta il 33% dei voti, seguito da LibDem (21%), Labour (14%), Verdi (12%) e Tory (9%).

La vittoria da parte di euroscettici potrebbe portare a rendere ancora più complicato l’arrivo ad un accordo politico per la Brexit e dunque ad una maggioranza all’europarlamento.

Conseguenze economiche

La House of Commons Treasury Committee ha richiesto alla Bank of England la pubblicazione di un’analisi sugli effetti economici e finanziari che potrebbero avvenire dal distacco del Paese dall’Unione Europea, prendendo in analisi anche come le relazioni commerciali potrebbero reagire a questo cambio e tutti gli aspetti che potrebbero derivare da questo “withdrawal agreement”, considerando il fatto che il caso Brexit è unico, non ha precedenti nella storia.

Ovviamente l’impatto della Brexit dipenderà dalla direzione, dalla grandezza e dalla velocità con cui gli effetti di questa “reduce openness” avranno sull’economia britannica e questo dipenderà in larga parte dalla tipologia di accordi che l’Unione Europea riuscirà a stipulare con il Regno Unito.

Partendo dal primo punto, ovvero quello della direzione, la Bank of England afferma che è chiara la direzione che avrà questo fenomeno. L’economia britannica andrà inevitabilmente incontro ad un indebolimento della domanda e dell’offerta, un tasso di cambio più basso e quindi una più alta inflazione, affermando inoltre che gli effetti della Brexit sull’economia sono già in atto. Si è infatti già potuto notare un rallentamento della produttività, un deprezzamento della sterlina e un aumento dell’inflazione che ha “spremuto” i redditi reali.

Per quanto riguarda la grandezza, invece, si prevede una riduzione del commercio e degli investimenti diretti esteri che porteranno ad una riduzione della produttività, di conseguenza un’economia meno produttiva arriverà ad avere percentuali di tassazione molto più alti. Inoltre, rallentamenti all’economia sono spesso associati a condizioni finanziarie rigide e ad un incremento dell’incertezza, pesando di conseguenza sulla domanda, portando al seguente andamento: al diminuire della domanda, aumenta il tasso di disoccupazione.

Infine, condizioni economiche deboli tendono a ridurre l’immigrazione netta (tenendo presente che il Regno Unito è il sesto paese nella classifica mondiale per percentuale di immigrazione, secondo dei paesi membri dell’UE).

Per quanto riguarda il terzo punto, invece, quello relativo alla velocità di aggiustamento, è difficile fare una previsione data, appunto, la mancanza di precedenti. Gli ostacoli finanziari dovuti all’inserimento di dazi doganali prima inesistenti potrebbero causare ingenti danni, ma soprattutto ritardi per tutte quelle imprese che nei loro modelli non hanno mai previsto l’ostacolo doganale. Questo comporta un inserimento meno rapido del prodotto sul mercato.

Per evitare, o ridurre, tali ostacoli è necessaria una forte preparazione sia da parte delle aziende, che da parte delle infrastrutture inevitabilmente coinvolte (come porti e sistemi di trasporto).

Vi riportiamo di seguito i grafici del rapporto in questione sui possibili scenari relativi al PIL, all’inflazione ed alla disoccupazione, presi appunto dall’analisi della Bank of England.

  • GRAFICO A

Il grafico A mostra i possibili scenari del PIL prendendo in considerazione le diverse ipotesi possibili. La proiezione di colore grigia indica gli scenari dell’andamento del PIL a maggio 2016, quindi degli scenari pre-Brexit; mentre la proiezione di colore nero è relativa all’andamento ipotizzato dall’Inflation Reporter a novembre 2018.

Prendendo quindi come punto di riferimento queste due linee appena citate, vediamo le varie proiezioni in caso di possibili accordi economici più o meno stretti tra UK e UE.

Il grafico evidenzia che in caso di stipulazione di rapporti più stretti, quindi più vicini alla condizione di un Regno Unito ancora all’interno dell’Unione Europea, il PIL si posiziona sotto alla proiezione senza Brexit, ma sopra al rapporto stimato dall’Inflation Reporter. Mentre, in caso di stipulazione di accordi “meno stretti”, quindi con la presenza di accordi tra le due realtà, ma meno vicini a quelli della condizione del Regno Unito come paese membro dell’UE, nel corso degli anni si potrà notare comunque un buon incremento del PIL, ma al di sotto addirittura della proiezione dell’Inflation Reporter.

Le stime, invece, evidenziate in rosso, sono le possibili proiezioni in caso di mancati accordi tra le due realtà. Possiamo notare che il valore del PIL subisce un drastico calo dall’entrata in vigore della Brexit, con successivamente un lento rialzo ma che nel corso degli anni, fino al 2023, comunque non raggiunge i livelli ipotizzati in qualsiasi dei precedenti casi.

  • GRAFICO B

La medesima comparazione si può fare con il grafico B, relativo alla disoccupazione. In questo grafico possiamo notare come in caso di instaurazioni di partnership più o meno strette le proiezioni nel corso degli anni in analisi non si posizionano molto distante da quelle ipotizzate nel novembre 2018 dall’IR; avendo chiaramente degli effetti maggiormente positivi in caso di chiusura di rapporti più stretti tra le due realtà e leggermente negativi nel caso di chiusura di rapporti meno stretti. Quello che risalta maggiormente da questo grafico è la proiezione in previsione di stipulazione di accordi molto meno vicini all’attuale condizione, si può infatti notare come il Regno Unito toccherebbe alti livelli di disoccupazione, con un apice previsto tra il 2020 ed il 2021.

  • GRAFICO C

Nel caso del grafico C l’andamento ipotizzato dall’IR risulta seguire in maniera molto similare gli andamenti previsti in caso di stipulazione di accordi più o meno vicini alle condizioni pre-Brexit. Mentre in caso di mancata chiusura di accordi, o accordi meno “stretti” l’inflazione arriverebbe a picchi molto alti verso il 2020.

È inoltre da notare come nei primi due grafici ci sia una continuità abbastanza regolare nella crescita del PIL e nel calo della disoccupazione anche nello scenario Brexit. Mentre nel terzo grafico, si può notare come l’inflazione abbia subito un notevole aumento già dal referendum.  

La natura e il futuro del PIL, dell’inflazione e della disoccupazione dipendono in maniera significativa dalla natura del recesso e di eventuali futuri accordi commerciali tra UK e UE. Previsioni che sono indeterminabili al momento.

In ogni caso, la Bank of England, insieme agli istituti finanziari territoriali, sta mettendo in atto piani di emergenza in grado di sostenere la nazione nel momento di eventuale, necessità nell’effettivo momento di distacco tra queste due realtà.

Sitografia

Europa.eu – Tutti i paesi dell’UE in sintesi, https://europa.eu/european-union/about-eu/countries/member-countries/unitedkingdom_it

Consiglio dell’Unione Europea – Brexit,https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-uk-after-referendum/

Politico – European elections, https://www.politico.eu/2019-european-elections/united-kingdom/

Il sole 24 ore – Politica, https://www.infodata.ilsole24ore.com/2019/05/12/brexit-voto-europeo-senza-vince-perde/

Financial Times – The European Parlamient elections, https://ig.ft.com/european-parliament-elections-guide/

Bank of England – EU withdrawal scenarios and monetary and financial stability, https://www.bankofengland.co.uk/-/media/boe/files/report/2018/eu-withdrawal-scenarios-and-monetary-and-financial-stability.pdf

 

 

 

Laurea ad honorem a Mario Draghi: il discorso

Il 22 febbraio 2019 Mario Draghi, presidente della BCE, è stato insignito della laurea ad honorem in giurisprudenza dall’Università di Bologna. In tale occasione ha tenuto un discorso sul concetto di sovranità in un mondo globalizzato, in riferimento a quanto sta accadendo oggi attorno a noi. Parla di come la globalizzazione abbia profondamente cambiato la natura del processo produttivo aumentando l’intensità dei legami tra i paesi, ma anche di come ne vincola la sovranità limitandone la capacità legislativa. Cooperazione, unione, globalizzazione e politica economica sono le parole chiave del suo intervento.

L’Europa dei giovani

Venerdì 12 aprile 2019 ore 17.00
Aula Magna Università Iuav
Tolentini Santa Croce, 191
Venezia

La costruzione dell’Europa unita vive un momento di difficoltà: nazionalismi, migrazioni, Brexit, stanno mettendo a dura prova il sogno europeo. Malgrado tutto ciò, l’Europa come entità politica potrebbe svolgere una funzione insostituibile nei precari equilibri mondiali.

Non v’è dubbio però che il processo di integrazione europea senza un decisivo supporto delle opinioni pubbliche ha un cammino difficile: è per questo che il contributo delle giovani generazioni risulta essenziale al perseguimento di questo scopo.
I giovani sono nuovamente tornati sulle piazze d’Europa e del mondo per scongiurare una possibile catastrofe climatica, possono tornare anche per invertire la direzione pericolosa che potrebbe assumere il cammino di costruzione dell’Europa unita.

Su questi temi dialogheranno dei giovani impegnati in ambiti diversi, anche con responsabilità politiche a livello nazionale.

Programma

Saluti istituzionali

Introduce e coordina
    Milica Pejovic
    Ricercatrice Università di Trento

Intervengono
    Federica Vinci
    Presidente di Volt Italia
    Alessio Pascucci
    Coordinatore Nazionale di Italia in Comune
    Mattia Zunino
    Segretario Nazionale dei Giovani Democratici

Si prega di confermare la propria partecipazione alla mail info@fondacoeuropa.eu

LA TURCHIA OGGI: crocevia di rapporti tra oriente ed occidente, tra religione cristiana e religione musulmana

Se v’è un paese ove si concentra una gran parte delle questioni del nostro tempo questa è la Turchia.
Dai complessi rapporti tra Oriente ed Occidente, con i loro riflessi geopolitici e militari, ai rapporti tra cristianità e Islam, dai flussi migratori a mai risolti conflitti etnici, sono tutte questioni che investono questo paese in modo drammatico.
Senza contare che il sentirsi eredi di un grande impero, quale fu quello ottomano, spesso non semplifica la risoluzione dei problemi.
Risulta perciò oltremodo interessante ascoltare la testimonianza di chi all’interno di quella terra, su incarico di Papa Francesco, svolge dal 2015 una missione particolarmente delicata e significativa.

Introduce
Silvia Oliva
Segretario Ricerca Fondazione Nord Est
Consigliere di FONDACO EUROPA

Interviene
Padre Paolo Bizzeti S.J.
Vicario Apostolico di Anatolia

Martedì 02 aprile 2019 ore 18.15
Sala convegni – Hotel Bologna
Via Piave 214
Venezia Mestre

 

Con la collaborazione di:

Amici del Medio Oriente Onlus    

#uneuropapernoi

Anche FONDACO EUROPA aderisce all’iniziativa lanciata da Romano Prodi di esporre, il prossimo 21 marzo, le bandiere dell’Italia e dell’UE all finestre.

Riappropriamoci di questa Europa, dei suoi simboli e soprattutto dei suoi valori. Riscopriamo il sentimento europeista che ha portato i padri fondatori a dare avvio al progetto di integrazione. Il prossimo 21 marzo, dimostriamo insieme che esiste un’Italia che spera ancora in un’Europa unita!

http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-alla-campagna-delle-bandiere_15620.html

Lettera agli Europei

di Emmanuel Macron

Cittadini d’Europa, se prendo la libertà di rivolgermi direttamente a voi, non è solo in nome della storia e dei valori che ci riuniscono. È perché è urgente. Tra qualche settimana, le elezioni europee saranno decisive per il futuro del nostro continente.. Mai dalla Seconda guerra mondiale, l’Europa è stata così necessaria. Eppure, mai l’Europa è stata tanto in pericolo.

La Brexit ne è l’emblema. Emblema della crisi dell’Europa, che non ha saputo rispondere alle esigenze di protezione dei popoli di fronte alle grandi crisi del mondo contemporaneo. Emblema, anche, dell’insidia europea. L’insidia non è l’appartenenza all’Unione Europea ma sono la menzogna e l’irresponsabilità che possono distruggerla. Chi ha detto ai Britannici la verità sul loro futuro dopo la Brexit? Chi ha parlato loro di perdere l’accesso al mercato europeo? Chi ha evocato i rischi per la pace in Irlanda tornando alla frontiera del passato? Il ripiego nazionalista non propone nulla; è un rifiuto senza progetto. E questa insidia minaccia tutta l’Europa: coloro che sfruttano la collera, sostenuti dalle false informazioni, promettono tutto e il contrario di tutto.

Di fronte a queste manipolazioni, dobbiamo resistere. Fieri e lucidi. Dire innanzitutto cos’è l’Europa. È un successo storico: la riconciliazione di un continente devastato, in un inedito progetto di pace, di prosperità e di libertà. Non dimentichiamolo mai. E questo progetto continua a proteggerci oggi: quale Paese può agire da solo di fronte alle aggressive strategie delle grandi potenze? Chi può pretendere di essere sovrano, da solo, di fronte ai giganti del digitale? Come resisteremmo alle crisi del capitalismo finanziario senza l’euro, che è una forza per tutta l’Unione? L’Europa, sono anche quelle migliaia di progetti quotidiani che hanno cambiato il volto dei nostri territori, quel liceo ristrutturato, quella strada costruita, l’accesso rapido a Internet che arriva, finalmente. Questa lotta è un impegno di ogni giorno perché l’Europa come la pace non sono mai acquisite. In nome della Francia, la porto avanti instancabilmente per far progredire l’Europa e difendere il suo modello. Abbiamo dimostrato che quanto ci dicevano inaccessibile, la creazione di una difesa europea o la tutela dei diritti sociali, era possibile.

Ma occorre fare di più, più rapidamente. Perché c’è l’altra insidia, quella dello status quo e della rassegnazione. Di fronte alle grandi crisi del mondo, i cittadini molto spesso ci dicono: “Dov’è l’Europa? Che fa l’Europa?”. È diventata ai loro occhi un mercato senz’anima. L’Europa invece non è solo un mercato, è un progetto. Un mercato è utile, ma non deve far dimenticare la necessità di frontiere che proteggono e di valori che uniscono. I nazionalisti sbagliano quando pretendono di difendere la nostra identità con il ritiro dall’Europa, perché è la civiltà europea che ci riunisce, ci libera e ci protegge. Ma anche coloro che non vorrebbero cambiare nulla sbagliano, perché negano le paure che attanagliano i nostri popoli, i dubbi che minano le nostre democrazie. Siamo in un momento decisivo per il nostro continente; un momento in cui, collettivamente, dobbiamo reinventare politicamente, culturalmente, le forme della nostra civiltà in un mondo che si trasforma. È il momento del Rinascimento europeo. Pertanto, resistendo alle tentazioni del ripiego e delle divisioni, vi propongo di costruire insieme questo Rinascimento su tre ambizioni: la libertà, la protezione e il progresso.

Difendere la nostra libertà

Il modello europeo si fonda sulla libertà dell’uomo, sulla diversità delle opinioni, della creazione. La nostra prima libertà è la libertà democratica, quella di scegliere i nostri governanti laddove, ad ogni scrutinio, alcune potenze straniere cercano di influenzare i nostri voti. Propongo che venga creata un’Agenzia europea di protezione delle democrazie che fornirà esperti europei ad ogni Stato membro per proteggere il proprio iter elettorale contro i cyber-attacchi e le manipolazioni. In questo spirito di indipendenza, dobbiamo anche vietare il finanziamento dei partiti politici europei da parte delle potenze straniere. Dovremo bandire da Internet, con regole europee, tutti i discorsi di odio e di violenza, in quanto il rispetto dell’individuo è il fondamento della nostra civiltà di dignità.

Proteggere il nostro continente

Fondata sulla riconciliazione interna, l’Unione Europea ha dimenticato di guardare le realtà del mondo, ma nessuna comunità crea un senso di appartenenza se non ha limiti che protegge. La frontiera, significa la libertà in sicurezza. Dobbiamo pertanto rivedere lo spazio Schengen: tutti coloro che vogliono parteciparvi devono rispettare obblighi di responsabilità (rigoroso controllo delle frontiere) e di solidarietà (una stessa politica di asilo, con le stesse regole di accoglienza e di rifiuto). Una polizia comune delle frontiere e un ufficio europeo dell’asilo, obblighi stringenti di controllo, una solidarietà europea a cui ogni paese contribuisce, sotto l’autorità di un Consiglio europeo di sicurezza interna: credo, di fronte alle migrazioni, in un’Europa che protegge al contempo i suoi valori e le sue frontiere.

Le stesse esigenze devono applicarsi alla difesa. Da due anni sono stati realizzati importanti progressi, ma dobbiamo indicare una rotta chiara: un trattato di difesa e di sicurezza dovrà definire i nostri obblighi indispensabili, in collegamento con la Nato ed i nostri alleati europei: aumento delle spese militari, clausola di difesa reciproca resa operativa, Consiglio di sicurezza europeo che associa il Regno Unito per preparare le nostre decisioni collettive.

Le nostre frontiere devono anche garantire una giusta concorrenza. Quale potenza al mondo accetta di proseguire i propri scambi con coloro che non rispettano nessuna regola? Non possiamo subire senza proferir parola. Dobbiamo riformare la nostra politica della concorrenza, rifondare la nostra politica commerciale: punire o proibire in Europa le aziende che ledono i nostri interessi strategici ed i nostri valori essenziali, come le norme ambientali, la protezione dei dati ed il giusto pagamento delle tasse; e assumere, nelle industrie strategiche e nei nostri appalti pubblici, una preferenza europea come fanno i nostri concorrenti americani o cinesi.

Ritrovare lo spirito di progresso

L’Europa non è una potenza di secondo rango. L’Europa intera è un’avanguardia: ha sempre saputo definire le norme del progresso. Per questo, deve portare avanti un progetto di convergenza più che di concorrenza: l’Europa, in cui è stata creata la previdenza sociale, deve instaurare per ogni lavoratore, da Est a Ovest e dal Nord al Sud, uno scudo sociale che gli garantisca la stessa retribuzione sullo stesso luogo di lavoro, e un salario minimo europeo, adatto ad ogni paese e discusso ogni anno collettivamente.

Riannodare il filo del progresso significa anche prendere la guida della lotta ecologica. Guarderemo in faccia i nostri figli se non riassorbiamo anche il nostro debito climatico? L’Unione Europea deve fissare la sua ambizione — 0 carbonio nel 2050, dimezzamento dei pesticidi nel 2025 — e adattare le sue politiche a questa esigenza: Banca europea per il clima per finanziare la transizione ecologica; forza sanitaria europea per rafforzare i controlli dei nostri alimenti; contro la minaccia delle lobby, valutazione scientifica indipendente delle sostanze pericolose per l’ambiente e la salute… Questo imperativo deve guidare tutta la nostra azione: dalla Banca centrale alla Commissione europea, dal budget europeo al piano di investimento per l’Europa, tutte le nostre istituzioni devono avere il clima per mandato.

Il progresso e la libertà significano poter vivere del proprio lavoro: per creare posti di lavoro, l’Europa deve anticipare. È per questo che non solo deve regolamentare i giganti del digitale, creando una supervisione europea delle grandi piattaforme (sanzioni accelerate per le violazioni della concorrenza, trasparenza dei loro algoritmi…), ma deve anche finanziare l’innovazione dotando il nuovo Consiglio europeo dell’innovazione di un budget comparabile a quello degli Stati Uniti, per prendere la guida dei nuovi grandi cambiamenti tecnologici, come l’intelligenza artificiale.

Un’Europa che si proietta nel mondo deve essere volta verso l’Africa, con cui dobbiamo stringere un patto per il futuro. Assumendo un destino comune, sostenendo il suo sviluppo in modo ambizioso e non difensivo: investimenti, partenariati universitari, istruzione delle ragazze…

Libertà, protezione, progresso. Dobbiamo costruire su questi pilastri un Rinascimento europeo. Non possiamo lasciare i nazionalisti, senza soluzioni, sfruttare l’ira dei popoli. Non possiamo essere i sonnambuli di un’Europa rammollita. Non possiamo rimanere nella routine e nell’incantesimo. L’umanesimo europeo è un’esigenza di azione. Ed ovunque i cittadini chiedono di partecipare al cambiamento. Allora entro la fine dell’anno, con i rappresentanti delle istituzioni europee e degli Stati, instauriamo una Conferenza per l’Europa al fine di proporre tutti i cambiamenti necessari al nostro progetto politico, senza tabù, neanche quello della revisione dei trattati. Questa conferenza dovrà associare gruppi di cittadini, dare audizione a universitari, parti sociali, rappresentanti religiosi e spirituali. Definirà una roadmap per l’Unione Europea trasformando in azioni concrete queste grandi priorità. Avremo dei disaccordi, ma è meglio un’Europa fossilizzata o un’Europa che progredisce, talvolta a ritmi diversi, rimanendo aperta a tutti?

In questa Europa, i popoli avranno veramente ripreso il controllo del loro destino; in questa Europa, il Regno Unito, ne sono certo, troverà pienamente il suo posto.

Cittadini d’Europa, l’impasse della Brexit è una lezione per tutti. Usciamo da questa insidia; diamo un senso alle prossime elezioni e al nostro progetto. Sta a voi decidere se l’Europa, i valori di progresso che porta avanti, debbano essere più di una parentesi nella storia. È la scelta che vi propongo, per tracciare insieme il cammino di un Rinascimento europeo.

Fonte: https://www.corriere.it 04 marzo 2019

Riscopriamo il sogno degli Stati Uniti d’Europa

Le elezioni europee del prossimo maggio saranno un momento decisivo per le sorti dell’Unione. Alcuni sono pronti a decretarne la morte qualora si affermassero partiti sovranisti. Ovviamente sono esagerazioni da campagna elettorale. Certamente, le elezioni europee saranno uno spartiacque.

Per quanto l’UE si trovi oggi in una situazione molto complessa e i partiti “mainstream” siano in difficoltà, che un buon risultato delle forze euroscettiche possa arrestare il processo di integrazione è alquanto difficile. In primo luogo, perché queste forze politiche faticheranno a restare unite nel Parlamento Europeo. In secondo luogo, perché il peso dei governi nazionali nella designazione del presidente della Commissione non è indifferente. Infine, se la storia della costruzione europea ci ha insegnato qualcosa è che quasi una costante del processo di integrazione è il passare da una crisi all’altra. Come se fosse parte della sua natura.

È vero che l’insieme delle crisi che l’Europa ha affrontato e sta affrontando in questi anni rischia progressivamente di renderla invisa agli occhi dei cittadini europei. L’economia stagnante, l’immigrazione, le disuguaglianze stanno creando in molti paesi europei frustrazione politica. I partiti populisti, vecchi e nuovi, hanno saputo cogliere l’opportunità e sono stati abili nel definire un racconto che ha profondamente convinto molti elettori a votare per loro. Secondo la narrazione diffusa, il processo di integrazione europea non è altro che una faccia della globalizzazione. Una minaccia che mette in crisi l’omogeneità economica e sociale (“gli stranieri ci rubano il lavoro”), culturale (“gli stranieri hanno valori diversi dai nostri”) e quindi politica (“lo stato nazionale deve recuperare i suoi poteri”).

In un contesto simile l’insoddisfazione genera apatia e voto di protesta contro la classe politica, ritenuta, a torto o a ragione, responsabile delle difficoltà.

Ma l’insoddisfazione in politica non genera solo rigetto delle istituzioni e protesta. Può generare anche un nuovo impegno civico e democratico. Guardiamo agli stessi partiti sovranisti ed euroscettici. Le elezioni del prossimo anno saranno comunque le prime, a nostra memoria, dove il tema “Europa” sarà al centro dei dibattiti nazionali. In alcuni paesi già lo è. E, per quanto in tale dibattito si avanzino proposte pericolose per chi ha a cuore il processo di integrazione, per la prima volta si discute in maniera diffusa del futuro dell’Europa. Magari non nei termini che vorremmo – la Brexit insegna che la manipolazione c’è e ci sarà – ma se ne parla. C’è quindi attenzione e ricettività da parte dei cittadini europei.

Guardiamo allora con un moderato ottimismo al futuro. Soprattutto la (buona) politica dovrebbe farlo.

Per i partiti esistono sfide che vanno colte e sono proprio quelle che i cittadini ci segnalano con il loro voto. Non si tratta di abbracciare le soluzioni di formazioni eurofobe ma di comprendere disagi e preoccupazioni delle persone. Si tratta di pensare soluzioni nuove, magari che nascono al di fuori dei partiti tradizionali e dei partiti stessi. Non necessariamente nella società civile: pensiamo soltanto allo sviluppo del Civtech, le tecnologie digitali al servizio dei cittadini e della democrazia. È nostra convinzione che dare una soluzione ad un problema non significhi capitolare ai propri valori e alle proprie idee, così come riteniamo che adottare una politica che rassicuri la purezza ideologica dei militanti di partito non sia una soluzione salutare (oltre che inutile).

Anche sul tema dell’Europa, riteniamo quindi che un approccio di questo tipo sia applicabile. Come ripensare l’Unione Europea e le sue politiche per riconnettersi con i principi base della democrazia liberale? Pensiamo che da un punto di vista delle riforme, la priorità debba essere la costruzione di un reale spazio politico europeo. Non possiamo chiedere ai cittadini di votare alle elezioni europee se poi queste non producono un risultato immediatamente riconoscibile e in grado di realizzare un programma politico.

Quale, dunque, il percorso delle riforme?

In primis, una revisione dell’iter dell’iniziativa legislativa, troppo complessa, scarsamente rispondente a logiche di accountability e decisamente pachidermica nel rispondere a un mondo sempre più veloce.
E ancora, un ripensamento delle modalità elettorali, che necessitano di elementi di riconoscibilità della valenza sovranazionale del voto, quali la presenza di liste transnazionali o l’affiliazione sulla scheda elettorale delle liste nazionali alle loro famiglie europee. Appare ancor più privo di qualsiasi lungimiranza il “no” del Parlamento Europeo per la creazione di liste transnazionali da una parte dei seggi britannici.
Ancor meglio, l’elezione diretta del Presidente della Commissione. I timidi percorsi avviati in tal senso, quali la scelta dei candidati alla Presidenza sono troppo chiusi e totalmente assenti dalla discussione nell’opinione pubblica. Chi oggi tra i cittadini europei conosce i cosiddetti “Spizenkandidaten”? Davvero i “partiti” politici europei pensano di risolvere il problema della rappresentanza scegliendo un candidato presidente, con tutti i limiti della procedura, in “congressi” a porte chiuse?

Oltre alla riforma della governance, urge cambiare passo per quanto concerne le politiche fiscali, sociali e dell’immigrazione. Sulle politiche sociali si gioca la sfida più delicata: in un mercato unico, è stato un clamoroso errore non avanzare forme di protezione dei più deboli sempre più uniformi. Una mancanza anche delle forze sociali e sindacali, che non hanno saputo riformarsi per affrontare loro stessi, in ottica europea, queste nuove (ma vecchie) sfide. Non è troppo tardi.

A fondamento delle riforme deve esservi un sogno. Il Novecento è stato il secolo dei nazionalismi e delle guerre, ma anche del grande sogno europeo e della pace. Il Duemila può essere il secolo degli Stati Uniti d’Europa. Senza un sogno, spiegato con chiarezza agli elettori, non si realizzerà alcun cambiamento.

Marco Caberlotto
Imprenditore

Marco Michieli
PhD Scienze Politiche, Università di Pavia

Europa e Italia: capire la paura e ritrovare il coraggio

Convegno di FONDACO EUROPA

Venezia, 22 Febbraio 2019

 

Introduzione di
PIER PAOLO BARETTA

Ringrazio Carlo Calenda di aver accettato l’invito di Fondaco Europa e di essere qui, con noi, oggi. La grande adesione al Manifesto “Siamo Europei” di singoli o  Associazioni, e di importanti forze politiche riformiste (tra cui il Partito Democratico), ci fa ben sperare che l’idea di Europa sia ancora viva nel cuore e nel futuro di molti.

Anche la numerosa partecipazione, a questo incontro, ci rincuora. Venezia vive da sempre della sua dimensione sovranazionale; della sua integrazione con il resto d’Europa e del mondo; della sua tolleranza e convivenza. E questa ne è la prova. Grazie!

E ringrazio “Fronte democratico”; “7 Luglio” e “Passaggi a Nord Est” per la partecipazione ed il contributo attivo al successo di questa serata.

L’interesse di molti, stasera, è anche rivolto agli effetti che l’iniziativa di Carlo Calenda può avere nella politica italiana, schiacciata nella tenaglia di una esuberante gestione del potere da parte di chi ci governa e da un persistente affanno della opposizione.

Dietro i fuochi di artificio di comportamenti irrituali e di  provocazioni, la maggioranza persegue una rivoluzione culturale e gestionale destinata a cambiare, sì, il Paese, ma in maniera illiberale e divisiva. L’intolleranza verso il “diverso”, meglio se di colore e di religione diverse; la complicità con le aree anti sistema (come le frange estreme del movimento dei Gilet gialli); il fastidio verso l’impresa e i sindacati;  la denigrazione delle Istituzioni democratiche (a cominciare dal Parlamento e – non lo dimentichiamo – dal Presidente della Repubblica); l’attacco a tutti gli apparati e i poteri indipendenti dello Stato (da ultima  la Banca d’Italia): sono gli ingredienti di questa escalation che ci preoccupa e che ha come obiettivo costante la  destabilizzazione dell’Europa.

A questo disegno generale bisogna contrapporre una nuova idea civica.

E, l’Europa è, per noi, un punto essenziale di questa…ripartenza.

L’Europa, in questi anni, ci ha offerto grandi, incontestabili, opportunità (l’Euro e Schengen su tutto…) ed ha impedito tragedie. Ma, si è appesantita, a causa di un allargamento disordinato; è gestita da una tecnocrazia competente, ma miope ed invadente; si è, troppo spesso, dimostrata disattenta ai bisogni locali e ai destini delle comunità; ed incapace di offrire soluzioni alle crisi regionali che la circondano. Perciò appare, agli occhi dei suoi cittadini, lontana, matrigna, inerte. Attaccata da ovest da parte di Trump che la vuole debole e da est da Putin che, semplicemente, … la vuole, sembra il famoso vaso di coccio.

L’Europa, dunque, è malata. Ma, come per ogni malattia, prima di decidere se è destinata a morte naturale o, addirittura, per eutanasia, come vorrebbero i sovranisti, dobbiamo stabilire la diagnosi.

Per formularla bisogna rispondere a tre domande, che giro, solo come spunto di riflessione, anche ai nostri interlocutori e a Carlo, in particolare.

1) Da cosa dipende la crisi dell’Europa?

2) Ha, l’Europa, ancora, le risorse, le energie, per riprendersi?

3) Senza Europa possiamo cavarcela lo stesso?

Da cosa dipende la malattia? Da obesità? Un eccesso di Europa, come sostengono, con formidabile efficacia comunicativa, i nuovi nazionalisti. O da anoressia? ovvero la carenza di Europa.

Gli Stati nazionali sono naturalmente portatori di interessi particolari, ma il gioco esasperato dei veti incrociati e del peso del più forte, ha offuscato, spesso, gli interessi comunitari. È successo per i flussi migratori; per le politiche di sviluppo; per la gestione del debito; per le controversie sulle politiche industriali e commerciali; per l’assenza di una comune politica estera, in primis verso la Russia.

Il processo di unificazione e di integrazione, nato per necessità sulle ceneri della tragedia bellica, si è, poi, sviluppato con passione, fino a diventare realtà e sentimento comune. Ma, si è frantumato a causa del prevalere, non degli interessi legittimi dei diversi popoli, ma di egoismi parziali e localistici.

E, così, quando, dopo la caduta del muro, si avviò il grandioso processo di unificazione della Germania; o quando fu introdotto l’Euro; o furono varati Maastricht, Schengen o il trattato di Lisbona, non abbiamo saputo cogliere l’occasione per operare un salto di qualità che rendesse più robusta l’unione politica, che ne era la logica conseguenza. Attraverso, ad esempio, l’elezione diretta del Presidente del Governo Europeo. O attraverso una realistica proposizione degli Stati Uniti d’Europa: una federazione che riconosce le differenze, le apprezza, ma le mette insieme, con regole condivise, oltre l’unanimismo nelle decisioni.

Una Europa come “patria delle patrie”, che sa apprezzare e valorizzare le Storie e le potenzialità di ciascuno dei suoi membri; ma, al tempo stesso, porta a sintesi questa straordinaria varietà di esperienze.

E chi è stato responsabile di queste mancate scelte? La troppa Europa o il troppo nazionalismo?

Il nostro vecchio (per Storia e per demografia) Continente ha, ancora, le energie per ripartire ed un ruolo da svolgere nella ridefinizione dello  scacchiere mondiale, in subbuglio?

Io rispondo di sì. Innanzitutto proprio perché l’Europa è depositaria del principale patrimonio artistico e culturale, che la rende sempre più meta di visitatori; e perché è produttore e consumatore di beni che esporta ed importa da tutto il mondo, fino ad essere, tutt’ora, il primo mercato globale. Questa forza è stata costruita attraverso un modello di economia sociale di mercato, di Stato sociale, di democrazia economica, che è parte della identità europea e che, sia pure logorato e da riformare, appare, sempre più, il solo in grado di dare una risposta equilibrata agli scompensi della globalizzazione: benefica se ben guidata; dannosa se lasciata senza regole. E’ quando abbiamo deviato da questo modello che ci siamo persi, interrompendo il rapporto tra i cittadini e l’Europa.

Se possiamo vivere senza Europa (che era la terza domanda) ha risposto… la Brexit: da soli non si va da nessuna parte.

E noi, che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa; che il 66% delle nostre esportazioni vanno in Europa; che deteniamo il più importante brand del mondo: il Made in Italy; che siamo il primo Paese al mondo per patrimonio artistico e il… giardino d’Europa (tant’è che, nel 2018, abbiamo ricevuto 216 milioni di turisti); che,  data la nostra naturale posizione geografica nel mediterraneo (che non porta solo migranti), godiamo di una potenzialità logistica straordinaria (terminale naturale della via della seta, anche se… senza Tav o infrastrutture….), pensiamo, davvero, che tanto vantaggio competitivo sia compatibile con una visione autarchica?

Ci sono voluti pochi mesi perché la Gran Bretagna si rendesse conto di quanto fosse scriteriata un’idea di questo tipo in un mondo globale e ci sono volute poche settimane perché Salvini abbia ricevuto, proprio dai suoi amici, sui migranti e  sul  deficit di bilancio, la  dimostrazione che scelte isolazioniste non vanno da nessuna parte.

Se, dunque, queste sono le risposte, dobbiamo essere conseguenti: non ci resta che procedere verso una maggiore integrazione europea, non verso la sua dissoluzione.

Ma, per riuscirci serve anche una prospettiva politica di breve, che si misura con le prossime scadenze elettorali. Romano Prodi – nel lanciare la sua proposta, che sosteniamo, di esporre tutti, il 21 marzo, la bandiera dell’Europa – ha auspicato che nelle prossime elezioni europee si confrontino ampie coalizioni. Paolo Gentiloni prospetta un largo fronte unitario europeista del centrosinistra. Carlo Calenda ha lanciato “Siamo europei”.  Ci inseriamo in questo filone.

Non spetta a noi, qui, stasera, discutere delle forme con le quali ci auguriamo si concretizzi questa prospettiva; ma sosteniamo l’idea di un campo largo che si  unisca, in una prospettiva progettuale ed  elettorale, per  raccogliere tutti coloro che credono nell’Europa e si battono per il suo miglioramento.

Non confondiamo il consenso di cui godono le forze nazionaliste e sovraniste, oggi al governo in molti paesi, tra cui l’Italia, sui temi economici e dei migranti, con la loro posizione sull’Europa. Quando si parla di Europa le cose cambiano. La critica all’Europa è aspra, diffusa, a volte irrazionale,  ma non arriva, per la maggior parte degli italiani, a contemplare l’uscita  dall’euro e dall’Unione.  Nella recente vicenda, che ha visto il nostro governo retrocedere nel negoziato con la  Commissione europea sui saldi di bilancio, una buona parte dei cittadini riteneva necessaria un’intesa con questa Europa.

Questo non riduce la necessità di cambiare profondamente L’Europa e non rende   più facile la battaglia elettorale che ci attende, ma ci dice che, per la maggior parte  degli italiani, l’Europa resta un orizzonte turbolento, ma irrinunciabile.

Basta, dunque, indugi e prudenze. Mobilitandoci per una nuova Europa. Rivolgiamoci alla tanta gente che è delusa, che si è allontanata dalla politica (a cominciare dal voto!); a coloro, ancor più  numerosi, che non condividono le politiche (e gli atteggiamenti) che ci vengono proposti, ogni giorno, ma che  non trovano ancora risposta alla loro domanda di partecipazione civica. Mobilitiamoci per riunire ciò è diviso; risvegliare chi è assopito, incoraggiare chi è intimorito.

Serve una piattaforma che costituisca il  programma condiviso di questa avventura.

Dieci anni di crisi economica e sociale hanno sfibrato la fiducia  verso la crescita, la  solidarietà, la uguaglianza.  In una parola: verso il futuro. Dobbiamo rilanciare i valori di  riferimento che scuotano le coscienze. Una crescita equa e sostenibile; Il  lavoro e l’impresa; la lotta alla disoccupazione, alle disuguaglianze, alla  povertà e alla emarginazione sociale; l’accoglienza nella sicurezza: non  devono essere motivo di divisione tra i progressisti e i riformisti, più o meno  moderati, più o meno radicali…

Forse, nemmeno l’Europa da sola può bastare a questo scopo; ma senza  Europa, o con un’Europa malata, debole o compromessa, questo futuro non ci sarà. 

Europa e Italia: capire la paura e ritrovare il coraggio

Venerdì 22 febbraio 2019 ore 17.30
Auditorium Città Metropolitana
Via Forte Marghera, 191
Venezia Mestre

Il futuro dell’Occidente, dell’Europa e del nostro paese è contrassegnato da incertezze profonde. I processi di globalizzazione, i fenomeni migratori e l’impetuoso sviluppo delle nuove tecnologie allargano le disuguaglianze e mettono a dura prova le nostre democrazie. Può essere fermata l’onda che potrebbe travolgere il processo di unificazione europea?
Quali iniziative mettere in campo per preservare un futuro di pace e sviluppo alle nostre comunità?
Abbiamo rivolto queste impegnative domande a persone di diverso profilo, istituzionale, scientifico e imprenditoriale, affidando le conclusioni ad un politologo e a Carlo Calenda, già Ministro dello Sviluppo Economico, protagonista dell’iniziativa Siamo Europei.

Presiede
Arcangelo Boldrin
Presidente di FONDACO EUROPA

Introduce
Pier Paolo Baretta
Presidente di ReS – Riformismo e Solidarietà

Intervengono
Alberto Baban
Imprenditore, Presidente di VeNetWork SpA
Paolo Collini
Economista, Rettore dell’Università di Trento
Andrea Ferrazzi
Senatore

Concludono
Sergio Fabbrini
Politologo, Docente all’Università LUISS di Roma
e alla University of California di Berkeley
Carlo Calenda
Siamo Europei

Si prega di confermare la propria partecipazione alla mail info@fondacoeuropa.eu

Verso le Elezioni Europee 2019

VERSO IL 26 MAGGIO. PERCHé L’EUROPA RESTA LA VIA DA PERCORRERE

A Roma, tre iniziative organizzate dal mondo associativo e civico hanno gettato le basi per un nuovo progetto europeo

di Pier Paolo Baretta

Le elezioni europee si avvicinano. E la fase politica che attraversiamo conferma la loro importanza, preannunciando una campagna elettorale particolarmente accesa. Se, da un lato, appare chiaro il tono aggressivo e dirompente con il quale giocheranno le loro carte i nazionalisti, non è altrettanto chiaro il modo con il quale gli europeisti condurranno la loro battaglia. Si chiuderanno in difesa di un’Europa necessaria, ancorché debole e invisa a molta parte della pubblica opinione? Lanceranno generici e inefficaci messaggi sulla unità politica dell’Europa? O riusciranno, finalmente, a proporre un modello istituzionale, economico e sociale che rilanci l’idea originale di una “patria delle patrie”, di una comunità di popoli con identità e storie secolari, ma che condividono valori di pace e benessere, che solo attraverso una prospettiva europeista possono essere realizzate?

Nella ricerca di una risposta a questi quesiti vanno segnalati tre appuntamenti pubblici che si sono svolti nelle ultime settimane a Roma, a organizzarli realtà del mondo associativo, civico e sindacale. Il 23 ottobre è stata la volta di “Per un’altra Europa”, convegno organizzato dall’associazione Res (Riformismo e solidarietà); Il 12 novembre, nell’Aula Magna del Rettorato della Sapienza, sei associazioni – Fondazione Achille Grandi, Fratelli Rosselli, Koiné, l’Italia che verrà, Mondo operaio e ReS – hanno dato vita a “Italia, Europa: un nuovo riformismo”; infine, il 30 novembre, si è tenuto il convegno “La nostra Europa”, organizzato da un gruppo di Associazioni e Fondazioni di ispirazione cattolica, Acli, Azione Cattolica, Comunità Sant’Egidio, Confcooperative, Fondazione Ezio Tarantelli della Cisl, Fuci e Istituto Sturzo.

Prima ancora dei contenuti emersi nei convegni, è opportuno rilevare il filo conduttore che lega questa pluralità di soggetti a una comune visione politico-sociale. Sia le associazioni di ispirazione laico-socialista sia cattolica condividono la cultura riformista e la democrazia rappresentativa. Non è poco in un’epoca di radicalismi e plebiscitarismo.

È stata proprio la constatazione della crisi del riformismo a far muovere gli organizzatori dei tre avvenimenti. L’inadeguatezza delle risposte riformiste, nella drammatica crisi economica del 2008, ha trovato conferma politica nella Brexit, nelle elezioni di Trump e di altri leader nazionalisti nel mondo e, qui da noi, col voto del 4 marzo.L’Europa è al centro di questa crisi. Il modello sociale europeo, infatti, è stato, con l’economia sociale di mercato e lo Stato sociale, il paradigma sul quale si sono costruite le speranze post-belliche. Assumere l’Europa (e le imminenti elezioni) come la piattaforma per un nuovo progetto riformista è stato, quindi, un passaggio naturale.

Ma quale Europa e come affrontare la prossima scadenza elettorale? A questa seconda domanda ha risposto Romano Prodi nell’iniziativa delle sei associazioni, alla quale erano presenti centinaia di giovani studenti. È in questa occasione che Prodi ha lanciato l’idea di un confronto tra i due campi di centrosinistra e di centrodestra per riprendere il terreno di gioco ora occupato dai… sovranisti. Alla condizione, però, che entrambi gli schieramenti si muovano uniti al loro interno con un unico candidato Presidente. A sorreggere questa scelta serve un programma, che è stato delineato nella relazione di Raffaele Morese e negli interventi, in particolare, di Anna Maria Furlan e Mauro Magatti.

La prospettiva di un fronte europeista largo, oltre gli attuali partiti, era stata prospettata pure da Paolo Gentiloni nel convegno di Res di ottobre, nel quale l’esigenza di una nuova architettura istituzionale (poi avanzata da Merkel e Macron) era stata disegnata dal docente della Luis, Sergio Fabbrini. Non solo però architettura istituzionale, ma anche quella che potremo definire “architettura etica” è emersa nel convegno delle associazioni cattoliche e, in particolare, nell’introduzione del cardinale Bassetti, Presidente della Cei. Ritrovare l’anima dell’Europa e le sue radici. Il punto non è ideologico. Parlare di radici cristiane non vuol dire tanto religiose, ma, come ha ricordato Magatti, civiche. I valori di solidarietà e fraternità, assieme a quelli di uguaglianza a e libertà sono propri anche della rivoluzione francese. Identità rinnovata e istituzioni riformate per fare dell’Europa il motore del nuovo modello economico e sociale, che ci appare indispensabile realizzare dopo la desertificazione prodotta dalla crisi economica globale, come ci ha ricordato Andreatta. Un’economia sostenibile (Giovannini) e un’integrazione sicura (Allievi) sono le due gambe contro la grande paura che alimenta i nazionalismi.

Insomma, agli europeisti spetta il duro, ma affascinante compito di disegnare l’Europa prossima ventura. Solidi valori costitutivi, rinnovato impianto istituzionale federale, governo europeo legittimato dal voto popolare, politiche estere, di bilancio e fiscali cooperative, modello sociale fondato sulla solidarietà e la sussidiarietà sono i paradigmi perché il nostro antico continente, che è tutt’ora il primo mercato del mondo, ritrovi il protagonismo che gli consenta di contribuire alla grande transizione storica, da una globalizzazione frantumata a un nuovo equilibrio di potenze (Cina, Russia, Usa, Brasile, …).

Parlare agli europei di tutto ciò nei prossimi mesi vuol dire ritrovare un orgoglio smarrito; ma vuol anche dire rispondere alle questioni della quotidiana condizione di vita che la crisi ha lasciato aperte per milioni di persone.

A questo compito vanno dedicate le energie di tutti in previsione del voto di maggio.