Brexit – quale alternativa alla negoziazione astiosa?

Il commento di Sergio Fabbrini, componente del comitato scientifico di Fondaco Europa apparso su “Il Sole 24 Ore” di domenica 26 giugno.

La negoziazione per fare uscire il Regno Unito dall’UE richiederà una negoziazione contrastata e astiosa tra Londra e Bruxelles. Vediamo perché cominciando da Londra. L’esito del referendum non è vincolante sul piano legale. Il Regno Unito è un paese a sovranità parlamentare. Solamente un atto approvato dal parlamento di Westminster può avere un valore legale. Il premier Cameron informerà martedì prossimo i suoi colleghi primi ministri dell’esito del referendum, ma si tratterà di una comunicazione informale. Per poter attivare l’Art. 50 del Trattato di Lisbona (che regola la secessione di uno stato membro dall’UE) è necessaria una decisione formale del parlamento britannico. Cameron, nel suo discorso di dimissioni, ha detto che non sarà lui ad avviare la discussione a Westminster. Rimarrà in carica fino all’ottobre, quando si terrà la conferenza annuale del suo partito. In quell’occasione, un nuovo primo ministro e segretario di partito verrà eletto. Spetterà quindi a quest’ultimo decidere quando attivare l’Art. 50. Per farlo dovrà però avere l’approvazione di Westminster, ma lì non c’è una maggioranza per abolire l’atto di adesione all’UE (allora CEE) del 1972 e sostituirlo con un atto che formalizzi la separazione dall’UE. Se i parlamentari del partito conservatore, che hanno sostenuto Cameron nella sua campagna per rimanere, non voteranno il nuovo atto di separazione, allora le cose si complicheranno. Infatti, poiché Westminster ha approvato nel 2011 una legge (Fixed-term Parliaments Act) che impone di tenere le elezioni parlamentari ogni cinque anni a scadenza fissa (le ultime si sono tenute nel 2015), il nuovo primo ministro non potrà sciogliere il parlamento per crearsi una nuova maggioranza a favore dell’atto di secessione. Prima dovrà cambiare la legge del 2011. E ciò aprirà nuove divisioni. Nel frattempo, il Regno Unito continuerà ad essere membro dell’UE, al punto che potrebbe presiederla nel secondo semestre del 2017. Una situazione paradossale che fa però il gioco dei favorevoli a Brexit. Per loro è molto più conveniente negoziare dall’interno, piuttosto che dall’esterno, dell’UE. Dall’interno possono utilizzare i loro poteri di ricatto (se non accettate questa richiesta blocchiamo quella trattativa), dall’esterno sarebbero un paese contro 27 altri paesi. Insomma, potrebbe passare parecchio tempo prima di attivare l’Art. 50, che a sua volta prevede due anni per concludere la negoziazione.
Ciò non andrebbe bene a Bruxelles. Infatti, è interesse di Bruxelles accelerare la negoziazione. Più la negoziazione tarda, più altri stati membri (come la Svezia e la Danimarca) potrebbero farsi contagiare dalla voglia di uscire. Per di più, non sarà facile far funzionare le istituzioni comunitarie con il Regno Unito ancora membro dell’UE, quando si sa che ha deciso di uscirne. Però, se il Regno Unito tarderà a notificare la sua decisione di secessione dall’UE, non è chiaro quali strumenti Bruxelles potrebbe utilizzare per obbligarlo a farlo prima possibile. Comunque, una volta che il Regno Unito formalizzerà la sua domanda di secessione, cosa dovrà fare l’UE? L’art. 50 non entra nei dettagli. Sicuramente il Consiglio europeo dei capi di stato e di governo dovrà accogliere quella richiesta. Il Consiglio europeo incaricherà poi la Commissione europea ad avviare il negoziato con il nuovo governo britannico, sotto la supervisione del Consiglio dei ministri. Tuttavia, poiché il negoziato riguarderà un numero notevole di materie di natura commerciale, è improbabile che il Consiglio europeo possa dare un preciso mandato alla Commissione per concludere il negoziato in due anni. Su ognuna di quelle materie (ad esempio, i 54 accordi commerciali da rinegoziare) gli interessi dei governi del Consiglio europeo differiscono. Così come differiscono i loro interessi politici, con alcuni governi che ‘vogliono farla pagare agli inglesi’ (per spaventare gli euro-scettici di casa propria) ed altri governi che spingeranno invece verso soluzioni pragmatiche e di compromesso. Due anni non basteranno e il Consiglio europeo dovrà allungare la scadenza. Nel frattempo, la Commissione si troverà in mezzo a pressioni contrastanti, che sarà arduo ricomporre. Per di più, la negoziazione con il Regno Unito richiederà risorse e tempo, al punto che la Commissione dovrà probabilmente trascurare gli punti della sua agenda (come il piano di investimenti e la stessa unione bancaria). In una situazione in cui la crisi non è ancora superata, ciò aumenterà ulteriormente il malessere dei cittadini degli altri 27 paesi nei confronti dell’UE e dell’impotenza decisionale delle sue istituzioni.
Insomma, nei prossimi anni, sia il Regno Unito che l’UE saranno assorbiti da una negoziazione incerta e astiosa. Le élite politiche di Londra e di Bruxelles, come i sonnambuli che portarono l’Europa alla prima guerra mondiale, non sono riuscite ad anticipare questa crisi, né riescono oggi a proporre una via d’uscita. Dirà qualcuno, cosa mai si potrebbe proporre con le elezioni francesi che si terranno il prossimo maggio, quelle tedesche il successivo settembre e l’Italia concentrata sul suo referendum costituzionale? Eppure, non ci si deve rassegnare alla disintegrazione dell’Europa. Invece di perdere anni in negoziati astiosi, si dovrebbe far partire subito un’iniziativa politica per riformare i trattati (che comunque la negoziazione tra il Regno Unito e l’UE obbligherà a rivedere). Una riforma che distingua tra un’unione del mercato comune (basata su un trattato interstatale leggero, accettabile dai britannici come dai polacchi) ed un’unione politica (basata su un “Political Compact”). Quest’ultima dovrebbe dare vita ad un governo democratico, dotato di una sua capacità fiscale autonoma, per gestire cruciali politiche come quella della difesa, della sicurezza, del controllo delle frontiere, dei rifugiati, della politica economica. I sei paesi fondatori o i 19 paesi dell’Eurozona dovrebbero incontrarsi a Roma l’anno prossimo per celebrare i Trattati del 1957 con una dichiarazione che li impegni a creare un’unione politica secondo scadenze precise. In momenti di crisi esistenziale, il realismo non basta. Ci vuole una visione. E il coraggio di promuoverla.

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