Capitol Hill: l’anno zero della censura

di Davide Assael

Grande discussione ha suscitando la sospensione degli accounts social di Donald Trump dopo gli eventi di Washington di Capitol Hill. A distanza di qualche settimana, fatta calare la polvere che si è giustamente sollevata, possiamo con maggior calma sulle enormi implicazioni di quanto avvenuto. Il punto su cui insiste una critica che mi appare abbastanza trasversale ai diversi schieramenti politico-culturali è quello della censura da parte di piattaforme private. Punto certamente importantissimo, che a me, però, pare un tassello di un puzzle più grande. Anzitutto perché, in quanto soggetti privati, queste società possono legittimamente decidere quali opinioni ospitare sui loro canali. Chiedere ad un’autorità pubblica di decidere cosa Twitter e Facebook possono pubblicare mi sembra, perlomeno, altrettanto problematico dal punto di vista della censura. Qualcuno sarebbe d’accordo che ci fosse un controllo di questo tipo su giornali e televisioni? Secondo perché, se è vero che la discrezionalità dei taycoons della rete rischia sempre più di condizionare il dibattito pubblico, è anche vero che non si può continuare a permettere che queste agorà virtuali siano delle zone franche in cui è permesso ciò che non è permesso da nessun’altra parte. Se il reato di apologia del fascismo vale fuori, deve valere anche dentro. Se è vietata la propaganda razzista, xenofoba e antisemita fuori, lo deve essere anche dentro. Proprio per l’influenza che questi canali di comunicazione hanno sul dibattito pubblico non si può trattarle come delle grandi curve da stadio, dove è stata consentita per anni ed anni la presenza di svastiche, croci uncinate slogan per cui fuori si va incontro a denunce penali. Anche consentire questa disparità mi pare perlomeno altrettanto problematico della chiusura di un account. Per carità, niente di nuovo sotto il sole, i movimenti antisistema hanno sempre sapientemente sfruttato la comunicazione alternativa ai canali ufficiali, dove, per fisiologia interna, domina il mainstream. Coi fatti di Washington, però, si è raggiunto il punto critico di un processo partito anni fa, segnato dal cosiddetto fenomeno delle fake news, che, secondo molte indagini, è stato capace di influenzare in modo decisivo i risultati elettorali del referendum sulla Brexit e delle stesse presidenziali USA del 2016. Va aggiunto che questa politica di Facebook e Twitter non è una novità. Hanno, ad esempio, agito allo stesso modo nella soppressione di decine di migliaia di accounts legati alla propaganda terroristica dell’ISIS e di Al-Qaeda. Non si ricordano grandi proteste in nome della libertà di espressione in quei casi. Forse qualcuno ritiene che quanto stava accadendo a Washington non fosse abbastanza grave da richiedere una tutela dell’ordine da parte di chi gestisce i canali informativi? Bisognava permettere a Trump, o chi per lui, di infiammare i propri accoliti come Erdogan fece dai canali di FaceTime durante la notte del tentato colpo di stato del 2016? È chiaro che, in questo caso, il dibattito è fortemente condizionato dalle posizioni politiche, quando si tratterebbe di riflettere su un tema strutturale del nostro tempo, evitando il fastidioso parametro dei due pesi e due misure. A testimonianza di quanto il discorso sia complesso, le accuse nei confronti delle piattaforme social sono di un segno e del suo contrario. Una volta accusate di permettere le scorribande della propaganda razzista e xenofoba per tutelare i propri interessi economici (le scarpe le comprano anche i repubblicani, per citare una celebre frase di Michael Jordan), un’altra di svolgere la parte di moderni Torquemada. Insomma, o l’uno o l’altro.
Ora, il punto di caduta di questo circolo vizioso pare essere il riconoscimento di una funzione pubblica da parte di questi soggetti privati. Questo dovrebbe limitare l’arbitrio delle piattaforme ad oscurare un Trump piuttosto che un Biden, i nemici piuttosto che gli amici. Anche qui mi pare regnare la confusione tipica di quando si affaccia una novità che sfugge alle categorie tradizionali. Il discorso va semmai capovolto: il populismo produttore di Fake News, di cui Trump è stato il vertice, ha vissuto grazie ad un’alleanza strategica con le piattaforme digitali, le quali hanno incrementato a dismisura i propri iscritti grazie a queste campagne di disinformazione organizzata. Se avessero impedito la proliferazione di questi accounts, avrebbero visto calare non poco i propri profitti. La retorica delle multinazionali del web asservite agli schieramenti di sistema è una banale falsificazione che non tiene conto del modo in cui si struttura il nuovo sistema informativo, in cui gli introiti vengono dalla quantità non dalla qualità. Più siamo meglio stiamo, non importa chi siamo. Lo stesso Trump ammise nel 2017 che senza Twitter non sarebbe stato nemmeno lì. Twitter nemico di Trump? Totale stravolgimento dei fatti e misinterpretazione del processo in cui siamo inseriti, che è difficilmente schematizzabile nella distinzione buoni/cattivi che ormai utilizziamo a mo’ di riflesso condizionato. È vero che i signori della Silicon Valley hanno mostrato in larghissima parte simpatie democratiche, anche finanziando campagne elettorali, ma nella prassi hanno decisamente dato priorità agli interessi economici, che ad un assai generico orizzonte ideologico.
Facente funzione pubblica, dicevamo. Viene in mente il vecchio adagio per cui se si usa il computer come una macchina da scrivere tanto valeva tenersi la macchina da scrivere, rinunciando, però, ai vantaggi che il computer ci offre. Forte è infatti il sospetto che si utilizzino strumenti giuridici vecchi per una cosa del tutto nuova. Il problema è come organizzare un sistema di controllo per una realtà che produce un flusso ininterrotto di informazioni, che poi vengono ulteriormente rilanciate creando un traffico di miliardi di post al giorno. Attribuire una responsabilità giuridica sui contenuti alle piattaforme come si fa con qualunque editore di carta stampata ha poca strada davanti a sé. È assai diverso validare cinquanta articoli al giorno rispetto a miliardi e miliardi di post. La censura algoritmica, per cui si stabilisce un programma che rende visibili alcuni post ed altri no, è facilmente aggirabile. In breve tempo chiunque capisce cosa può passare attraverso le maglie stabilite. Se voglio vietare la parola «cane», basta scrivere «ca-ne» ed il messaggio passa. Temo che la capacità di cambiamento impressa da questi nuovi media sia assai maggiore rispetto a quanto indicano questi discorsi: siamo di fronte ad una riformulazione dei concetti portanti che hanno definito le democrazie moderne. La libertà di informazione non coincide tout court con la libertà d’espressione. È anche un valore nato a salvaguardia del diritto del cittadino ad una corretta informazione per poter esprimere un parere fondato e consapevole. Se no tanto valeva stare nell’ancien regime e far decidere tutto al Re. È chiaro a tutti quanto il fenomeno delle fake news contraddica questo assunto. Sospendere una pagina che sparge fake news è censura o tutela del diritto dei cittadini ad una informazione corretta? Il concetto di censura va del tutto ripensato, l’effetto contraddice ormai la causa che lo ha generato. «Questo assalto di tecnologia ci ha sconvolto la vita», cantava Giorgio Gaber, grandissimo interprete delle dinamiche contemporanee. Ecco, non erano solo canzonette.

Milano, 23 febbraio 2021