Brexit

Il 26 maggio 2019 i cittadini dell’Unione Europea sono stati chiamati a votare per le elezioni del Parlamento Europeo, unica istituzione europea i cui membri sono eletti direttamente dai cittadini. Ma nonostante il referendum del 2016 avvenuto nel Regno Unito e l’ufficializzazione dell’uscita attraverso l’attivazione dell’articolo 50, i paesi che hanno votato sono ancora 28.

Di seguito vedremo quindi una panoramica ad ampio spettro della Brexit: definizione, contesto storico e relative conseguenze politiche ed economiche.

Brexit: cos’è?

La Brexit (acronimo di “Britain” e “exit”) consiste nell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, decisione avvenuta attraverso il referendum consultivo del 23 giugno 2016, che si è concluso con la maggioranza dei voti a favore dell’uscita del paese dall’UE (51,89%).

Tale referendum è stato indetto dall’allora premier David Cameron, che lo utilizzò come “arma elettorale” alle elezioni del 2015, alle quali vinse, rendendogli inevitabile fare dei passi in avanti verso il referendum. Cameron inizialmente prese degli accordi con Bruxelles per ottenere alcune concessioni, ma non furono sufficienti a compensare il significato politico di un referendum, identificato ormai dai cittadini britannici, come strumento di protesta contro le disparità più evidenti determinate dalla globalizzazione.

Successivamente alla vittoria del SI, il 29 marzo del 2017, la prima ministra Theresa May ha formalmente notificato al Consiglio europeo l’intenzione di uscire dall’Unione con l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Articolo 50 Trattato di Lisbona:
1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.
2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.
3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine.
4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano. Per maggioranza qualificata s’intende quella definita conformemente all’articolo 238, paragrafo 3, lettera b) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
5. Se lo Stato che ha receduto dall’Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all’articolo 49.  

 

UE e UK

Il Regno Unito entra a far parte dell’Unione Europea, o meglio, dell’allora Comunità Economica Europea nel 1973 e, ad oggi, occupa 73 posti nel Parlamento Europeo e nel corso degli anni ha occupato per 5 mandati la Presidenza del Consiglio dell’UE (che ricordiamo avere durata di 6 mesi).

Nei due comitati, invece, quello economico e sociale e quello delle regioni, con 24 rappresentanti nel primo e 18 nel secondo.

Brexit: un percorso ad ostacoli

L’uscita dall’Unione Europea da parte del Regno Unito, però non è immediata. Dal giorno del referendum ad oggi, quindi quasi tre anni dopo, ancora non si sono riusciti a trovare gli accordi necessari da permettere l’avvenuta messa in atto della manovra. Facciamo quindi uno storico di tutti i passaggi ed i motivi ostacolanti di questo processo.

Partendo dall’inizio, come abbiamo già detto, il 23 giugno del 2016 i cittadini del Regno Unito sono stati chiamati per votare al referendum relativo all’uscita del paese dall’Unione Europea, referendum che ha portato alla vittoria del “si”.

Qualche giorno dopo, dunque, si riunisce il Consiglio Europeo a discutere dell’esito del referendum.

Il 2 ottobre del 2016 la prima ministra inglese, Theresa May, dichiara che il Regno Unito avvierà formalmente il processo negoziale in vista dell’uscita dall’UE entro fine marzo 2017.

Arriviamo quindi alla famosa dichiarazione di Tusk, che cito “hard Brexit o no Brexit”, in cui afferma che il compito principale durante i negoziati per la Brexit sarà quello di tutelare gli interessi dell’UE e di ciascuno dei suoi 27 Stati membri.

Dopo questa dichiarazione seguono una serie di incontri che portano al 29 marzo 2017, giorno in cui il Regno Unito attiva formalmente l’articolo 50 per uscire dall’UE.

Ora possono quindi prendere avvio i negoziati, il 19 giugno, dopo che il Consiglio “Affari generali” designa la Commissione europea come negoziatore dell’UE, Michel Barnier (capo negoziatore dell’UE) e David Davis (ministro per l’uscita dall’Unione Europea), avviano il primo ciclo di negoziati sulla Brexit. Oltre alla struttura dei negoziati e alle questioni imminenti, l’avvio dei negoziati si incentra sui seguenti temi:

Quello di giugno è stato solo il primo di una serie di incontri necessari per andare a trovare un accordo di uscita del paese, con l’obiettivo di minimizzare i danni conseguenti all’attivazione dell’articolo 50, danni prevalentemente relativi all’economia del paese uscente (che approfondiremo in seguito), ma anche eventuali conseguenze relative ai diritti dei cittadini, ai confini della Gran Bretagna con gli altri paesi parte del Regno Unito, ma anche problemi relativi ad accordi e trattati, come ad esempio l’Euratom (trattato sull’energia atomica).

Si iniziano ad avere i primi progressi decisivi solo nel novembre del 2018, quindi più di un anno dopo dall’avvio dei negoziati. Durante l’incontro di novembre, infatti, si è ottenuto un progetto di accordo sul recesso del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dall’UE, che vede la procedura di firma e conclusione il 5 dicembre del 2018, e una bozza della dichiarazione politica sulle frontiere tra l’UE ed il Regno Unito concordata a livello dei negoziati.

Non essendo riusciti a trovare tutti gli accordi necessari, nel mese di marzo il Consiglio Europeo a 27 ha discusso ed approvato la proroga per la Brexit, ma già nei primi mesi di aprile la ministra Theresa May chiede al Consiglio europeo un’ulteriore proroga all’articolo 50 fino al 30 giugno 2019, precisando che il Regno Unito si sarebbe comunque preparato alle elezioni europee nel caso in cui fosse ancora parte del parlamento. Quindi, il Consiglio europeo straordinario svoltosi il 10 aprile 2019 ha concordato, sulla base della richiesta del Regno Unito, di concedere un’ulteriore proroga del termine ex art. 50 TUE, per consentire la ratifica dell’Accordo di recesso. Tale proroga dovrebbe durare solo il tempo necessario e, in ogni caso, non potrà andare oltre il 31 ottobre 2019 (c.d. flextension). Nel caso in cui l’Accordo di recesso venga ratificato da entrambe le parti prima di tale data, il recesso avverrà il primo giorno del mese successivo.

Inoltre, l’accordo di recesso non potrà essere rinegoziato e la proroga non può essere utilizzata per avviare negoziati sulle future relazioni tra UE e Regno Unito. In ogni caso, durante tutto il periodo di proroga il Regno Unito rimarrà Stato membro dell’UE con pieni diritti ed obbligazioni e può revocare la notifica del recesso.

Quindi il rinvio della Brexit, ha portato il Regno Unito a partecipare alle elezioni di maggio, andando ad occupare i 73 seggi spettanti, ed è proprio a causa di questi mancati accordi che, come avevano previsto i sondaggi, ha portato gli elettori ad abbandonare i conservatori per spostarsi al neonato partito “Brexit Party” guidato dall’euroscettico Nigel Farage, che si attesta il 33% dei voti, seguito da LibDem (21%), Labour (14%), Verdi (12%) e Tory (9%).

La vittoria da parte di euroscettici potrebbe portare a rendere ancora più complicato l’arrivo ad un accordo politico per la Brexit e dunque ad una maggioranza all’europarlamento.

Conseguenze economiche

La House of Commons Treasury Committee ha richiesto alla Bank of England la pubblicazione di un’analisi sugli effetti economici e finanziari che potrebbero avvenire dal distacco del Paese dall’Unione Europea, prendendo in analisi anche come le relazioni commerciali potrebbero reagire a questo cambio e tutti gli aspetti che potrebbero derivare da questo “withdrawal agreement”, considerando il fatto che il caso Brexit è unico, non ha precedenti nella storia.

Ovviamente l’impatto della Brexit dipenderà dalla direzione, dalla grandezza e dalla velocità con cui gli effetti di questa “reduce openness” avranno sull’economia britannica e questo dipenderà in larga parte dalla tipologia di accordi che l’Unione Europea riuscirà a stipulare con il Regno Unito.

Partendo dal primo punto, ovvero quello della direzione, la Bank of England afferma che è chiara la direzione che avrà questo fenomeno. L’economia britannica andrà inevitabilmente incontro ad un indebolimento della domanda e dell’offerta, un tasso di cambio più basso e quindi una più alta inflazione, affermando inoltre che gli effetti della Brexit sull’economia sono già in atto. Si è infatti già potuto notare un rallentamento della produttività, un deprezzamento della sterlina e un aumento dell’inflazione che ha “spremuto” i redditi reali.

Per quanto riguarda la grandezza, invece, si prevede una riduzione del commercio e degli investimenti diretti esteri che porteranno ad una riduzione della produttività, di conseguenza un’economia meno produttiva arriverà ad avere percentuali di tassazione molto più alti. Inoltre, rallentamenti all’economia sono spesso associati a condizioni finanziarie rigide e ad un incremento dell’incertezza, pesando di conseguenza sulla domanda, portando al seguente andamento: al diminuire della domanda, aumenta il tasso di disoccupazione.

Infine, condizioni economiche deboli tendono a ridurre l’immigrazione netta (tenendo presente che il Regno Unito è il sesto paese nella classifica mondiale per percentuale di immigrazione, secondo dei paesi membri dell’UE).

Per quanto riguarda il terzo punto, invece, quello relativo alla velocità di aggiustamento, è difficile fare una previsione data, appunto, la mancanza di precedenti. Gli ostacoli finanziari dovuti all’inserimento di dazi doganali prima inesistenti potrebbero causare ingenti danni, ma soprattutto ritardi per tutte quelle imprese che nei loro modelli non hanno mai previsto l’ostacolo doganale. Questo comporta un inserimento meno rapido del prodotto sul mercato.

Per evitare, o ridurre, tali ostacoli è necessaria una forte preparazione sia da parte delle aziende, che da parte delle infrastrutture inevitabilmente coinvolte (come porti e sistemi di trasporto).

Vi riportiamo di seguito i grafici del rapporto in questione sui possibili scenari relativi al PIL, all’inflazione ed alla disoccupazione, presi appunto dall’analisi della Bank of England.

  • GRAFICO A

Il grafico A mostra i possibili scenari del PIL prendendo in considerazione le diverse ipotesi possibili. La proiezione di colore grigia indica gli scenari dell’andamento del PIL a maggio 2016, quindi degli scenari pre-Brexit; mentre la proiezione di colore nero è relativa all’andamento ipotizzato dall’Inflation Reporter a novembre 2018.

Prendendo quindi come punto di riferimento queste due linee appena citate, vediamo le varie proiezioni in caso di possibili accordi economici più o meno stretti tra UK e UE.

Il grafico evidenzia che in caso di stipulazione di rapporti più stretti, quindi più vicini alla condizione di un Regno Unito ancora all’interno dell’Unione Europea, il PIL si posiziona sotto alla proiezione senza Brexit, ma sopra al rapporto stimato dall’Inflation Reporter. Mentre, in caso di stipulazione di accordi “meno stretti”, quindi con la presenza di accordi tra le due realtà, ma meno vicini a quelli della condizione del Regno Unito come paese membro dell’UE, nel corso degli anni si potrà notare comunque un buon incremento del PIL, ma al di sotto addirittura della proiezione dell’Inflation Reporter.

Le stime, invece, evidenziate in rosso, sono le possibili proiezioni in caso di mancati accordi tra le due realtà. Possiamo notare che il valore del PIL subisce un drastico calo dall’entrata in vigore della Brexit, con successivamente un lento rialzo ma che nel corso degli anni, fino al 2023, comunque non raggiunge i livelli ipotizzati in qualsiasi dei precedenti casi.

  • GRAFICO B

La medesima comparazione si può fare con il grafico B, relativo alla disoccupazione. In questo grafico possiamo notare come in caso di instaurazioni di partnership più o meno strette le proiezioni nel corso degli anni in analisi non si posizionano molto distante da quelle ipotizzate nel novembre 2018 dall’IR; avendo chiaramente degli effetti maggiormente positivi in caso di chiusura di rapporti più stretti tra le due realtà e leggermente negativi nel caso di chiusura di rapporti meno stretti. Quello che risalta maggiormente da questo grafico è la proiezione in previsione di stipulazione di accordi molto meno vicini all’attuale condizione, si può infatti notare come il Regno Unito toccherebbe alti livelli di disoccupazione, con un apice previsto tra il 2020 ed il 2021.

  • GRAFICO C

Nel caso del grafico C l’andamento ipotizzato dall’IR risulta seguire in maniera molto similare gli andamenti previsti in caso di stipulazione di accordi più o meno vicini alle condizioni pre-Brexit. Mentre in caso di mancata chiusura di accordi, o accordi meno “stretti” l’inflazione arriverebbe a picchi molto alti verso il 2020.

È inoltre da notare come nei primi due grafici ci sia una continuità abbastanza regolare nella crescita del PIL e nel calo della disoccupazione anche nello scenario Brexit. Mentre nel terzo grafico, si può notare come l’inflazione abbia subito un notevole aumento già dal referendum.  

La natura e il futuro del PIL, dell’inflazione e della disoccupazione dipendono in maniera significativa dalla natura del recesso e di eventuali futuri accordi commerciali tra UK e UE. Previsioni che sono indeterminabili al momento.

In ogni caso, la Bank of England, insieme agli istituti finanziari territoriali, sta mettendo in atto piani di emergenza in grado di sostenere la nazione nel momento di eventuale, necessità nell’effettivo momento di distacco tra queste due realtà.

Sitografia

Europa.eu – Tutti i paesi dell’UE in sintesi, https://europa.eu/european-union/about-eu/countries/member-countries/unitedkingdom_it

Consiglio dell’Unione Europea – Brexit,https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-uk-after-referendum/

Politico – European elections, https://www.politico.eu/2019-european-elections/united-kingdom/

Il sole 24 ore – Politica, https://www.infodata.ilsole24ore.com/2019/05/12/brexit-voto-europeo-senza-vince-perde/

Financial Times – The European Parlamient elections, https://ig.ft.com/european-parliament-elections-guide/

Bank of England – EU withdrawal scenarios and monetary and financial stability, https://www.bankofengland.co.uk/-/media/boe/files/report/2018/eu-withdrawal-scenarios-and-monetary-and-financial-stability.pdf

 

 

 

Europa e Italia: capire la paura e ritrovare il coraggio

Convegno di FONDACO EUROPA

Venezia, 22 Febbraio 2019

 

Introduzione di
PIER PAOLO BARETTA

Ringrazio Carlo Calenda di aver accettato l’invito di Fondaco Europa e di essere qui, con noi, oggi. La grande adesione al Manifesto “Siamo Europei” di singoli o  Associazioni, e di importanti forze politiche riformiste (tra cui il Partito Democratico), ci fa ben sperare che l’idea di Europa sia ancora viva nel cuore e nel futuro di molti.

Anche la numerosa partecipazione, a questo incontro, ci rincuora. Venezia vive da sempre della sua dimensione sovranazionale; della sua integrazione con il resto d’Europa e del mondo; della sua tolleranza e convivenza. E questa ne è la prova. Grazie!

E ringrazio “Fronte democratico”; “7 Luglio” e “Passaggi a Nord Est” per la partecipazione ed il contributo attivo al successo di questa serata.

L’interesse di molti, stasera, è anche rivolto agli effetti che l’iniziativa di Carlo Calenda può avere nella politica italiana, schiacciata nella tenaglia di una esuberante gestione del potere da parte di chi ci governa e da un persistente affanno della opposizione.

Dietro i fuochi di artificio di comportamenti irrituali e di  provocazioni, la maggioranza persegue una rivoluzione culturale e gestionale destinata a cambiare, sì, il Paese, ma in maniera illiberale e divisiva. L’intolleranza verso il “diverso”, meglio se di colore e di religione diverse; la complicità con le aree anti sistema (come le frange estreme del movimento dei Gilet gialli); il fastidio verso l’impresa e i sindacati;  la denigrazione delle Istituzioni democratiche (a cominciare dal Parlamento e – non lo dimentichiamo – dal Presidente della Repubblica); l’attacco a tutti gli apparati e i poteri indipendenti dello Stato (da ultima  la Banca d’Italia): sono gli ingredienti di questa escalation che ci preoccupa e che ha come obiettivo costante la  destabilizzazione dell’Europa.

A questo disegno generale bisogna contrapporre una nuova idea civica.

E, l’Europa è, per noi, un punto essenziale di questa…ripartenza.

L’Europa, in questi anni, ci ha offerto grandi, incontestabili, opportunità (l’Euro e Schengen su tutto…) ed ha impedito tragedie. Ma, si è appesantita, a causa di un allargamento disordinato; è gestita da una tecnocrazia competente, ma miope ed invadente; si è, troppo spesso, dimostrata disattenta ai bisogni locali e ai destini delle comunità; ed incapace di offrire soluzioni alle crisi regionali che la circondano. Perciò appare, agli occhi dei suoi cittadini, lontana, matrigna, inerte. Attaccata da ovest da parte di Trump che la vuole debole e da est da Putin che, semplicemente, … la vuole, sembra il famoso vaso di coccio.

L’Europa, dunque, è malata. Ma, come per ogni malattia, prima di decidere se è destinata a morte naturale o, addirittura, per eutanasia, come vorrebbero i sovranisti, dobbiamo stabilire la diagnosi.

Per formularla bisogna rispondere a tre domande, che giro, solo come spunto di riflessione, anche ai nostri interlocutori e a Carlo, in particolare.

1) Da cosa dipende la crisi dell’Europa?

2) Ha, l’Europa, ancora, le risorse, le energie, per riprendersi?

3) Senza Europa possiamo cavarcela lo stesso?

Da cosa dipende la malattia? Da obesità? Un eccesso di Europa, come sostengono, con formidabile efficacia comunicativa, i nuovi nazionalisti. O da anoressia? ovvero la carenza di Europa.

Gli Stati nazionali sono naturalmente portatori di interessi particolari, ma il gioco esasperato dei veti incrociati e del peso del più forte, ha offuscato, spesso, gli interessi comunitari. È successo per i flussi migratori; per le politiche di sviluppo; per la gestione del debito; per le controversie sulle politiche industriali e commerciali; per l’assenza di una comune politica estera, in primis verso la Russia.

Il processo di unificazione e di integrazione, nato per necessità sulle ceneri della tragedia bellica, si è, poi, sviluppato con passione, fino a diventare realtà e sentimento comune. Ma, si è frantumato a causa del prevalere, non degli interessi legittimi dei diversi popoli, ma di egoismi parziali e localistici.

E, così, quando, dopo la caduta del muro, si avviò il grandioso processo di unificazione della Germania; o quando fu introdotto l’Euro; o furono varati Maastricht, Schengen o il trattato di Lisbona, non abbiamo saputo cogliere l’occasione per operare un salto di qualità che rendesse più robusta l’unione politica, che ne era la logica conseguenza. Attraverso, ad esempio, l’elezione diretta del Presidente del Governo Europeo. O attraverso una realistica proposizione degli Stati Uniti d’Europa: una federazione che riconosce le differenze, le apprezza, ma le mette insieme, con regole condivise, oltre l’unanimismo nelle decisioni.

Una Europa come “patria delle patrie”, che sa apprezzare e valorizzare le Storie e le potenzialità di ciascuno dei suoi membri; ma, al tempo stesso, porta a sintesi questa straordinaria varietà di esperienze.

E chi è stato responsabile di queste mancate scelte? La troppa Europa o il troppo nazionalismo?

Il nostro vecchio (per Storia e per demografia) Continente ha, ancora, le energie per ripartire ed un ruolo da svolgere nella ridefinizione dello  scacchiere mondiale, in subbuglio?

Io rispondo di sì. Innanzitutto proprio perché l’Europa è depositaria del principale patrimonio artistico e culturale, che la rende sempre più meta di visitatori; e perché è produttore e consumatore di beni che esporta ed importa da tutto il mondo, fino ad essere, tutt’ora, il primo mercato globale. Questa forza è stata costruita attraverso un modello di economia sociale di mercato, di Stato sociale, di democrazia economica, che è parte della identità europea e che, sia pure logorato e da riformare, appare, sempre più, il solo in grado di dare una risposta equilibrata agli scompensi della globalizzazione: benefica se ben guidata; dannosa se lasciata senza regole. E’ quando abbiamo deviato da questo modello che ci siamo persi, interrompendo il rapporto tra i cittadini e l’Europa.

Se possiamo vivere senza Europa (che era la terza domanda) ha risposto… la Brexit: da soli non si va da nessuna parte.

E noi, che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa; che il 66% delle nostre esportazioni vanno in Europa; che deteniamo il più importante brand del mondo: il Made in Italy; che siamo il primo Paese al mondo per patrimonio artistico e il… giardino d’Europa (tant’è che, nel 2018, abbiamo ricevuto 216 milioni di turisti); che,  data la nostra naturale posizione geografica nel mediterraneo (che non porta solo migranti), godiamo di una potenzialità logistica straordinaria (terminale naturale della via della seta, anche se… senza Tav o infrastrutture….), pensiamo, davvero, che tanto vantaggio competitivo sia compatibile con una visione autarchica?

Ci sono voluti pochi mesi perché la Gran Bretagna si rendesse conto di quanto fosse scriteriata un’idea di questo tipo in un mondo globale e ci sono volute poche settimane perché Salvini abbia ricevuto, proprio dai suoi amici, sui migranti e  sul  deficit di bilancio, la  dimostrazione che scelte isolazioniste non vanno da nessuna parte.

Se, dunque, queste sono le risposte, dobbiamo essere conseguenti: non ci resta che procedere verso una maggiore integrazione europea, non verso la sua dissoluzione.

Ma, per riuscirci serve anche una prospettiva politica di breve, che si misura con le prossime scadenze elettorali. Romano Prodi – nel lanciare la sua proposta, che sosteniamo, di esporre tutti, il 21 marzo, la bandiera dell’Europa – ha auspicato che nelle prossime elezioni europee si confrontino ampie coalizioni. Paolo Gentiloni prospetta un largo fronte unitario europeista del centrosinistra. Carlo Calenda ha lanciato “Siamo europei”.  Ci inseriamo in questo filone.

Non spetta a noi, qui, stasera, discutere delle forme con le quali ci auguriamo si concretizzi questa prospettiva; ma sosteniamo l’idea di un campo largo che si  unisca, in una prospettiva progettuale ed  elettorale, per  raccogliere tutti coloro che credono nell’Europa e si battono per il suo miglioramento.

Non confondiamo il consenso di cui godono le forze nazionaliste e sovraniste, oggi al governo in molti paesi, tra cui l’Italia, sui temi economici e dei migranti, con la loro posizione sull’Europa. Quando si parla di Europa le cose cambiano. La critica all’Europa è aspra, diffusa, a volte irrazionale,  ma non arriva, per la maggior parte degli italiani, a contemplare l’uscita  dall’euro e dall’Unione.  Nella recente vicenda, che ha visto il nostro governo retrocedere nel negoziato con la  Commissione europea sui saldi di bilancio, una buona parte dei cittadini riteneva necessaria un’intesa con questa Europa.

Questo non riduce la necessità di cambiare profondamente L’Europa e non rende   più facile la battaglia elettorale che ci attende, ma ci dice che, per la maggior parte  degli italiani, l’Europa resta un orizzonte turbolento, ma irrinunciabile.

Basta, dunque, indugi e prudenze. Mobilitandoci per una nuova Europa. Rivolgiamoci alla tanta gente che è delusa, che si è allontanata dalla politica (a cominciare dal voto!); a coloro, ancor più  numerosi, che non condividono le politiche (e gli atteggiamenti) che ci vengono proposti, ogni giorno, ma che  non trovano ancora risposta alla loro domanda di partecipazione civica. Mobilitiamoci per riunire ciò è diviso; risvegliare chi è assopito, incoraggiare chi è intimorito.

Serve una piattaforma che costituisca il  programma condiviso di questa avventura.

Dieci anni di crisi economica e sociale hanno sfibrato la fiducia  verso la crescita, la  solidarietà, la uguaglianza.  In una parola: verso il futuro. Dobbiamo rilanciare i valori di  riferimento che scuotano le coscienze. Una crescita equa e sostenibile; Il  lavoro e l’impresa; la lotta alla disoccupazione, alle disuguaglianze, alla  povertà e alla emarginazione sociale; l’accoglienza nella sicurezza: non  devono essere motivo di divisione tra i progressisti e i riformisti, più o meno  moderati, più o meno radicali…

Forse, nemmeno l’Europa da sola può bastare a questo scopo; ma senza  Europa, o con un’Europa malata, debole o compromessa, questo futuro non ci sarà. 

Verso le Elezioni Europee 2019

VERSO IL 26 MAGGIO. PERCHé L’EUROPA RESTA LA VIA DA PERCORRERE

A Roma, tre iniziative organizzate dal mondo associativo e civico hanno gettato le basi per un nuovo progetto europeo

di Pier Paolo Baretta

Le elezioni europee si avvicinano. E la fase politica che attraversiamo conferma la loro importanza, preannunciando una campagna elettorale particolarmente accesa. Se, da un lato, appare chiaro il tono aggressivo e dirompente con il quale giocheranno le loro carte i nazionalisti, non è altrettanto chiaro il modo con il quale gli europeisti condurranno la loro battaglia. Si chiuderanno in difesa di un’Europa necessaria, ancorché debole e invisa a molta parte della pubblica opinione? Lanceranno generici e inefficaci messaggi sulla unità politica dell’Europa? O riusciranno, finalmente, a proporre un modello istituzionale, economico e sociale che rilanci l’idea originale di una “patria delle patrie”, di una comunità di popoli con identità e storie secolari, ma che condividono valori di pace e benessere, che solo attraverso una prospettiva europeista possono essere realizzate?

Nella ricerca di una risposta a questi quesiti vanno segnalati tre appuntamenti pubblici che si sono svolti nelle ultime settimane a Roma, a organizzarli realtà del mondo associativo, civico e sindacale. Il 23 ottobre è stata la volta di “Per un’altra Europa”, convegno organizzato dall’associazione Res (Riformismo e solidarietà); Il 12 novembre, nell’Aula Magna del Rettorato della Sapienza, sei associazioni – Fondazione Achille Grandi, Fratelli Rosselli, Koiné, l’Italia che verrà, Mondo operaio e ReS – hanno dato vita a “Italia, Europa: un nuovo riformismo”; infine, il 30 novembre, si è tenuto il convegno “La nostra Europa”, organizzato da un gruppo di Associazioni e Fondazioni di ispirazione cattolica, Acli, Azione Cattolica, Comunità Sant’Egidio, Confcooperative, Fondazione Ezio Tarantelli della Cisl, Fuci e Istituto Sturzo.

Prima ancora dei contenuti emersi nei convegni, è opportuno rilevare il filo conduttore che lega questa pluralità di soggetti a una comune visione politico-sociale. Sia le associazioni di ispirazione laico-socialista sia cattolica condividono la cultura riformista e la democrazia rappresentativa. Non è poco in un’epoca di radicalismi e plebiscitarismo.

È stata proprio la constatazione della crisi del riformismo a far muovere gli organizzatori dei tre avvenimenti. L’inadeguatezza delle risposte riformiste, nella drammatica crisi economica del 2008, ha trovato conferma politica nella Brexit, nelle elezioni di Trump e di altri leader nazionalisti nel mondo e, qui da noi, col voto del 4 marzo.L’Europa è al centro di questa crisi. Il modello sociale europeo, infatti, è stato, con l’economia sociale di mercato e lo Stato sociale, il paradigma sul quale si sono costruite le speranze post-belliche. Assumere l’Europa (e le imminenti elezioni) come la piattaforma per un nuovo progetto riformista è stato, quindi, un passaggio naturale.

Ma quale Europa e come affrontare la prossima scadenza elettorale? A questa seconda domanda ha risposto Romano Prodi nell’iniziativa delle sei associazioni, alla quale erano presenti centinaia di giovani studenti. È in questa occasione che Prodi ha lanciato l’idea di un confronto tra i due campi di centrosinistra e di centrodestra per riprendere il terreno di gioco ora occupato dai… sovranisti. Alla condizione, però, che entrambi gli schieramenti si muovano uniti al loro interno con un unico candidato Presidente. A sorreggere questa scelta serve un programma, che è stato delineato nella relazione di Raffaele Morese e negli interventi, in particolare, di Anna Maria Furlan e Mauro Magatti.

La prospettiva di un fronte europeista largo, oltre gli attuali partiti, era stata prospettata pure da Paolo Gentiloni nel convegno di Res di ottobre, nel quale l’esigenza di una nuova architettura istituzionale (poi avanzata da Merkel e Macron) era stata disegnata dal docente della Luis, Sergio Fabbrini. Non solo però architettura istituzionale, ma anche quella che potremo definire “architettura etica” è emersa nel convegno delle associazioni cattoliche e, in particolare, nell’introduzione del cardinale Bassetti, Presidente della Cei. Ritrovare l’anima dell’Europa e le sue radici. Il punto non è ideologico. Parlare di radici cristiane non vuol dire tanto religiose, ma, come ha ricordato Magatti, civiche. I valori di solidarietà e fraternità, assieme a quelli di uguaglianza a e libertà sono propri anche della rivoluzione francese. Identità rinnovata e istituzioni riformate per fare dell’Europa il motore del nuovo modello economico e sociale, che ci appare indispensabile realizzare dopo la desertificazione prodotta dalla crisi economica globale, come ci ha ricordato Andreatta. Un’economia sostenibile (Giovannini) e un’integrazione sicura (Allievi) sono le due gambe contro la grande paura che alimenta i nazionalismi.

Insomma, agli europeisti spetta il duro, ma affascinante compito di disegnare l’Europa prossima ventura. Solidi valori costitutivi, rinnovato impianto istituzionale federale, governo europeo legittimato dal voto popolare, politiche estere, di bilancio e fiscali cooperative, modello sociale fondato sulla solidarietà e la sussidiarietà sono i paradigmi perché il nostro antico continente, che è tutt’ora il primo mercato del mondo, ritrovi il protagonismo che gli consenta di contribuire alla grande transizione storica, da una globalizzazione frantumata a un nuovo equilibrio di potenze (Cina, Russia, Usa, Brasile, …).

Parlare agli europei di tutto ciò nei prossimi mesi vuol dire ritrovare un orgoglio smarrito; ma vuol anche dire rispondere alle questioni della quotidiana condizione di vita che la crisi ha lasciato aperte per milioni di persone.

A questo compito vanno dedicate le energie di tutti in previsione del voto di maggio.

L’Italia e l’Euro

LE DIFFICOLTA’ DELL’ECONOMIA ITALIANA NON DIPENDONO DALL’EURO
di Maurizio Scarpa

La mediocre performance dell’economia italiana degli ultimi anni (il PIL pro capite è ancora inferiore a quello del 2000) non è dovuta all’euro, ma a problemi strutturali.
Lo sostiene Valentina Romei in un articolo del Financial Times ripreso da l’Internazionale del 22 Novembre 2018.

Secondo l’autrice i principali problemi strutturali sono:

I bassi livelli di produttività, innanzitutto, legati alla conduzione familiare delle aziende italiane: il 95% di queste ha meno di dieci dipendenti (fonte: osservatorio della commissione europea sulle piccole e medie imprese); il loro valore aggiunto per dipendente è tra i più bassi in Europa e continua a diminuire.

Le carenze del sistema dell’istruzione, in secondo luogo: in Italia le “competenze medie in scienze, matematica e capacità di lettura dei quindicenni” sono le peggiori in Europa (anche se in linea con gli Stati Uniti); il Paese vanta inoltre un enorme abbandono scolastico (il maggior numero di persone tra i 15 e i 34 anni in Europa che non lavorano né studiano) ed il minor numero di laureati del continente.

L’inefficienza dello Stato e dei servizi pubblici (il peggior “indice sullo stato di diritto 2017-2018 tra i paesi ad alto reddito nel mondo), inoltre, che impedisce, fra l’altro, alle aziende straniere di investire in Italia.

Infine, il costo degli interessi sul debito pubblico (i più alti in Europa in percentuale del PIL): “Il debito dell’Italia assorbe una grande quantità di risorse economiche riducendo i fondi per le infrastrutture e per gli investimenti industriali”.

Europa e legge di bilancio

IL NORDEST HA UN’ALLEATA PER CORREGGERE LA MANOVRA
di Gianluca Toschi

La maggioranza (risicata ma pur sempre maggioranza) dei cittadini del Nord Est ritiene che sia meglio rimettere mano alla legge di bilancio come richiesto dall’Unione Europea.
Come possono essere interpretati i risultati dell’Osservatorio Nord Est? L’ipotesi più immediata è che l’idea di andare allo scontro con l’UE, imboccando un percorso che non si sa a quali esiti possa portare, spaventi i cittadini del Nord Est. Una posizione simile, quindi, a quella registrata dall’Osservatorio poche settimane fa sull’Euro quando il 75% della popolazione si dichiarava contraria all’uscita dalla moneta unica. Aprire una dura battaglia con le istituzioni europee o uscire dall’Euro apre prospettive inedite caratterizzate da grande incertezze: due scenari che i cittadini del Nord Est preferiscono evitare.
La seconda ipotesi è che gli elettori nordestini credano sia meglio rivedere la legge di bilancio perché il mix di misure proposte non li convince. Dei sei provvedimenti sondati solamente due vedono il favore della maggioranza degli elettori (la necessità di bloccare l’aumento dell’IVA e l’abolizione della legge Fornero). Il condono fiscale e il reddito di cittadinanza, invece, non scaldano i cuori. Si dichiara favorevole a questi due provvedimenti solamente un cittadino su tre del Nord Est. In un territorio in cui esiste una forte condivisione culturale del ruolo dell’impresa appare diffusa la sensazione che nella legge di bilancio alle imprese sia destinato un ruolo marginale. Andare allo scontro con l’UE rappresenterebbe, quindi, una battaglia da combattere per difendere una politica economica di cui non si è convinti pienamente o, ribaltando la prospettiva, l’UE fornisce la possibilità di rivedere una legge di bilancio che contiene alcuni provvedimenti che piacciono poco: una sorta di “ce lo chiede l’Europa” vista dal lato degli elettori.

I primissimi risultati di un sondaggio Eurobarometro usciti venerdì scorso forniscono una chiave di lettura aggiuntiva. Secondo tale sondaggio gli italiani tenderebbero a fidarsi più dell’Unione europea che del governo. Nella maggioranza delle regioni italiane, oltre un cittadino su due (50-65%) dichiara, infatti, di credere nell’Unione europea, mentre solo una quota tra il 35 e il 50% si fida del governo nazionale. Un risultato decisamente a sorpresa dopo quelli usciti poche settimane fa che evidenziavano che in caso di referendum sull’uscita dall’Ue, solamente il 44% degli italiani avrebbe votato per restare. Certo, per vedere se siamo davvero in presenza di un cambiamento di tendenza sarà necessario analizzare in dettaglio i risultati dell’Eurobarometro. Di sicuro il quadro appare più complesso di come si presentava fino a poche settimane fa.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 14 novembre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

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Il Nord Est e l’uscita dall’Euro

DOPO L’UNIONE MONETARIA MANCA ANCORA QUELLA POLITICA
di Gianluca Toschi

Qualche anno fa Paul De Grauwe paragonò l’Euro a una bella villa che aveva però un problema: era stata costruita senza il tetto. In una villa senza il tetto tutti vogliono rimanere finché il tempo è bello ma quando volge al brutto ci si rammarica della scelta.
L’immagine dell’economista belga è particolarmente efficace per evidenziare i problemi che oggi l’Unione Monetaria sta vivendo e quindi anche per commentare i dati che emergono dall’Osservatorio sul Nord Est. I due temporali che si sono abbattuti sulla villa Euro (la recessione del 2008-2009 e quella del 2012-2013) hanno reso evidenti i difetti di progettazione. Il tetto che manca all’Euro si chiama Unione Politica e per costruirla servono due cose: buoni progettisti (una classe politica che accetti la sfida) ma soprattutto tegole molto costose che vanno sotto il nome di “maggior simmetria nelle politiche macroeconomiche tra gli stati”, “completamento dell’unione bancaria” e “unione fiscale”. Un tetto di questo tipo ridurrebbe le divergenze nelle politiche macroeconomiche che sono state spesso all’origine di forti squilibri tra paesi. In secondo luogo, attraverso un’unione politica si potrebbe dar vita a meccanismi di assistenza automatica tra gli stati. Il problema è che sono tutti investimenti che gli stati membri dovrebbero pagare utilizzando una moneta che va sotto il nome di (ulteriore) cessione di sovranità.
I venti populisti che stanno soffiando in molti paesi e più in generale la sfiducia che i cittadini nutrono verso le istituzioni europee sembrano portare l’Europa in tutt’altra direzione. Come commentare, quindi, la posizione dei cittadini del Nord Est che dichiarano di voler rimanere nell’Euro pur in presenza di una fiducia calante verso l’Europa? L’ipotesi più immediata è che l’idea di abbandonare la moneta unica spaventi.
Riprendendo l’immagine di De Grauwe, stare con altri (paesi) in una villa in cui piove dentro è preferibile rispetto ad uscire per strada soli durante un temporale. Il problema è che se non si investe sul tetto i muri potrebbero crollare, togliendo quella (parziale) protezione che hanno dato fino ad oggi. Un vero dilemma: per rendere efficace l’Euro (che i cittadini vogliono) servono ulteriori cessioni di sovranità che una parte sempre più importante dei cittadini non vuole. Sarà interessante vedere le posizioni delle forze politiche su queste questioni in vista delle elezioni europee del prossimo anno, ammesso che in campagna elettorale si parli di questo e non di problemi nazionali, come spesso, purtroppo, accade.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 17 ottobre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

Verso gli Stati Uniti d’Europa. Perché per salvare l’Europa è necessario essere utopici

Alla conferenza di Laboratorio Europa di Eurispes “Trasformare l’Europa”, venerdì 11 maggio il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta ha lanciato un’idea di Europa utopica, velleitaria, controcorrente

Il problema politico che si pone davanti a noi, che crediamo all’ Europa unita e madre, non matrigna, è come rilanciarne una visione strategicamente, anzi, direi emotivamente, coinvolgente, sin da sembrare, in questo contesto politico e culturale, utopica, velleitaria, controcorrente. Ma, al tempo stesso, conciliare, questa idea positiva di Europa con i problemi concreti di carattere politico, istituzionale, economico e giuridico che si contrappongono alla sua realizzazione e con i quali facciamo i conti tutti i giorni, tali da far, talvolta, pensare, anche a chi vuole davvero realizzarla, che sia impossibile, impraticabile, insostenibile farcela.

In sostanza, si tratta di capire se è possibile pensare all’Europa unita, da un lato, e riconoscere, dall’altro, le differenze storiche, culturali, sociali esistenti tra i popoli, facendo sì che esse siano un valore aggiunto allo stare insieme e non un ostacolo alla convivenza. E, ancora, come garantire agli Stati nazionali la necessaria autonomia di scelte, senza che ciò contrasti con la gestione europea dei poteri. Si pongono qui le questioni delle liste sovrannazionali e dei rapporti tra Commissione, Parlamento e Governi nazionali.

Personalmente penso che la risposta a questo delicato e difficile interrogativo stia negli Stati Uniti d’Europa. Agli occhi dell’opinione pubblica, anche la più avveduta, questa prospettiva è caricata di una forte simbologia: viene, cioè, vissuta come l’orizzonte strategico più alto; come la nuova Patria, come l’unità europea. Sicché, Europa unita e Stati Uniti d’Europa appaiono come il medesimo concetto strategico, tanto da venire assimilati in un’unica contestazione da chi contrasta la prospettiva europea o applauditi da chi la sostiene.

Credo, invece, che bisogna rendere evidenti le differenze, per l’appunto strategiche, tra i due concetti. Il primo – l’Europa unita – se preso alla lettera, è davvero utopico, ma anche sbagliato perché annulla le specificità. È, perciò, irrealizzabile e dannoso, perché dà ragione a chi ne sostiene l’impraticabilità allo scopo di “smontare” l’Europa, mantenendone un simulacro ubbidiente alle sovranità nazionali, a cominciare, ovviamente, dalle più forti.

Gli Stati Uniti d’Europa, invece, conservano il carattere simbolico di una sostanziale e forte identità e unità europea, ma esplicitano una visione e una gestione federale, che può garantire quell’equilibrio tra unità e specificità, tra identità e autonomia, di cui parlavo all’inizio. Senza dimenticare che il progetto degli Stati Uniti d’Europa deve essere capace di rimettere al centro del dibattito, sociale e culturale europeo, la prospettiva politica. Burocrazia, vincoli economici, distacco tra cittadini e rappresentanti hanno prodotto nel tempo un cortocircuito in cui l’Euro, e non l’Europa, ha finito per fare da collante a regole restrittive e non a un progetto politico, in grado di scaldare le “masse”, come si sarebbe detto un tempo.
Per questo dobbiamo ripartire dalla politica. Affermare l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa vuol dire, oggi, nella stessa Europa, ma anche in Italia, andare controcorrente. Ebbene: andiamoci!

Stiamo vivendo nel nostro Paese una situazione politica nella quale prevale una prospettiva di governo sovranista, che attribuisce all’Europa l’origine dei nostri guai, accompagnata da una piattaforma economica insostenibile, che scaricherà sull’Europa l’impedimento a realizzarla. Ma, questa piattaforma è stata sostenuta da un forte consenso popolare, manifestatosi nel voto recente. Ebbene, a fronte di questo scenario, le forze europeiste hanno, davanti a sé, un’alternativa secca: o “lisciare il pelo” all’onda maggioritaria, sedendosi con loro per verificare le loro proposte e cercare, comprensibilmente, di ridurre il danno o alzare il tiro affermando una prospettiva esplicitamente alternativa, pur se minoritaria.
Io, conscio della difficoltà attuali e dei rischi di una alleanza pienamente sovranista, avrei tentato di incrinare il fronte ed attuare anche la prima strada, ma, una volta bruciata la possibilità di incidere nelle politiche di governo, è meglio prendere il largo e ragionare su una prospettiva politica netta e pienamente riconoscibile.

A questo proposito bisogna chiedersi se uno degli aspetti che ha segnato il risultato negativo delle forze riformiste ed europeiste, non sia stato, anche, aver manifestato una sorta di tiepidezza verso l’Europa. Il rispetto dei vincoli economici (il 3%) è stato vissuto come un’imposizione. Che il fiscal compat vada corretto è evidente, ma i nostri problemi di debito pubblico, di scarsa crescita, di disoccupazione, non vanno imputati all’Europa o alla Germania, ma – come dice il professore Fabbrini – devono suscitare uno scatto di orgoglio nazionale per risolverli.

Devo dire, però, che nella discussione sulla crisi, noi stessi abbiamo confuso il rigore tedesco sui conti, eccessivo e sbagliato, che ha contagiato la Commissione, con l’austerità. Ancora meglio abbiamo barattato la sobrietà, che, al contrario, poteva essere, dentro la crisi drammatica che abbiamo attraversato non solo una virtù, ma anche un presupposto per una discussione sul modello economico post-crisi, meno consumista e più sostenibile! Questione che troverà, nei prossimi mesi, un interessante banco di prova nelle scelte politiche che si faranno nel nostro Paese, in rapporto all’equilibrio tra tenuta dei conti, flessibilità e deficit. Prepariamoci a questa discussione!

Le incertezze di messaggio, dunque, hanno lasciato spazio ad una visione negativa dell’Europa, alimentata dai sovranisti, ma, tutto sommato, poco contrastata da noi. Non sono bastate a compensare questa ambiguità di fondo, iniziative importanti, ma estemporanee, come la presenza, su invito di Renzi, a Ventotene di Hollande e Merkel, o la caratterizzazione del simbolo elettorale di Emma Bonino, con: “+ Europa”.

Ecco perché, sostengo, sia un bene andare, oggi, esplicitamente controcorrente, recuperando, in tal modo, un deficit comunicativo. Sostenere, in questo frangente politico, gli Stati Uniti d’Europa vuol dire dare un riferimento a quella parte larga del Paese che guarda con favore, anche critico, all’Europa. Cittadini diffusi anche tra i votanti dei sovranisti, ai quali hanno dato il consenso per altri motivi (il lavoro, le tasse, i migranti), senza, però, necessariamente arrivare alla conclusione, alla quale arrivano i partiti vincitori, che è tutta colpa dell’Europa…

Colpe, in effetti, l’Europa ne ha e non poche. Come, però, ne hanno e, forse, in misura maggiore, i Governi degli Stati nazionali.

Solo se è chiara ed esplicitata la prospettiva europeista, le necessarie critiche sono interpretabili come un contributo alla soluzione dei problemi e non alla ri-soluzione… dell’Europa. Solo all’interno di quella prospettiva sarà possibile gestire le diverse velocità tra gli Stati. I casi Grecia e la Brexit, in maniera molto diversa tra loro, ci devono insegnare che non esistono spazi per due o più Europe, ma, semmai, per diversi destini o per diversi gradi di maturazione nel processo europeista che vanno riconosciuti e rispettati.

L’Europa a due velocità, infatti, è un vantaggio se si va verso gli Stati Uniti d’Europa, perché consente agli Stati più disponibili ad accelerare il processo, fungendo da traino per gli altri vagoni più lenti e, probabilmente, scatena la corsa a non restare fuori; ma diventa una separazione progressiva e definitiva se disancorato da una prospettiva comune.