Il salto di qualità che serve al futuro dell’Europa

1.La sentenza di Karlsruhe, della Corte Costituzionale tedesca (Bundesverfassungsgericht, BVerfG, 5 maggio 2020) è una grossa tegola caduta sul capo dell’Unione Europea, e prima ancora della Germania. Molti giornali hanno minimizzato, perché non vi sono immediati effetti pratici. Ma le conseguenze sono devastanti, se l’Unione non saprà reagire, se la Germania stessa non saprà reagire. Un bicchiere di veleno, ha detto Pietro Manzini su La voce.info.

In sintesi, ricordo la vicenda: nel 2015 si erano rivolti al BVerfG vari ricorrenti per contestare l’operato del Governo, del Parlamento e della Bundesbank che, a loro dire, non si erano opposti alle procedure che avevano portato la BCE ad assumere le decisioni di acquisto massiccio di titoli pubblici (Public Sector Purchase Programme, PSPP)1, in conseguenza della grave crisi innescatasi nel 2011 che stava mettendo a rischio la nostra moneta. Si trattava di ricorsi che seguivano un approccio simile ad altri di poco precedenti con cui erano state contestate le decisioni della BCE sulle Outright Monetary Transactions (OMT).

I ricorsi, pur essendo diretti al giudice nazionale per asseriti errori degli organi costituzionali tedeschi, richiedevano l’interpretazione del diritto dell’UE applicabile al caso, quindi correttamente il BVerfG aveva richiesto alla Corte di giustizia (CGUE) – cui spetta l’interpretazione dei Trattati – di rispondere ad una serie di questioni. La CGUE aveva risposto con una sentenza molto articolata (C-493/17; sentenza 11 dicembre 2018, nota come “Weiss”), che concludeva per la correttezza delle decisioni della BCE.

Si riteneva che la sentenza Weiss avesse chiuso la questione. Il giudice competente a pronunciarsi, la CGUE, si era pronunciato. Invece quando il processo è ritornato dalla Corte europea in sede BverfG, si è capito che i giudici costituzionali tedeschi non davano per niente chiusa la questione relativa all’interpretazione data dalla CGUE al diritto dell’Unione. Il 5 maggio è uscita la sentenza, nella quale il giudici dicono apertamente che si rifiutano di attenersi a quella sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (la Weiss) perché incomprensibile e sbagliata. La critica in punto di diritto è che la Corte di giustizia avrebbe violato il principio di proporzionalità, iscritto nel Trattato. La discrezionalità della CGUE non sarebbe illimitata, ma appunto limitata dal principio di proporzionalità. Se esce da quel limite, secondo la BverfG, compie un atto nullo o inesistente, ultra vires, come se quella sentenza non fosse mai stata pronunciata.

In sostanza, il BVerfG si è arrogato il diritto di giudicare la giurisprudenza della “Corte suprema dell’UE” ed ha ritenuto che la sentenza della CGUE sia appunto “incomprensibile” e “ultra vires”; da considerarsi “arbitraria in una prospettiva obbiettiva”. Non ha contestato in sè il programma di acquisto di titoli di Stato, ma ha giudicato che quello realizzato dalla BCE non risponde ai requisiti propri della proporzionalità, così come da esso stesso interpretata.

Secondo la Corte tedesca, le competenze attribuite alla CGUE dall’art. 19 c. 1 per. 2, TUE (“La Corte di giustizia … assicura il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati) non coprono la manifesta inosservanza dei tradizionali metodi interpretativi dei singoli stati, che in questo caso si sarebbero manifestati essenzialmente nella mancata considerazione dei concreti effetti del PSPP sulla politica economica.

La CGUE, nel sottoporre al proprio controllo l’operato della BCE, si è chiesta se vi fosse stato errore “manifesto” di valutazione; in altri termini, e correttamente, non è entrata nell’esercizio della discrezionalità propria della banca centrale. In tal modo, dice il BVerfG, ha consentito alla banca centrale di andare oltre le proprie competenze. Mentre “per salvaguardare il principio di democrazia e sostenere le basi giuridiche dell’Unione europea, è indispensabile rispettare la ripartizione delle competenze”.

Un programma finalizzato all’acquisto di titoli di Stato come il PSPP, che ha un impatto significativo sulla politica economica, necessita innanzitutto che l’obiettivo di politica monetaria e l’impatto di politica economica vengano identificati, ponderati e tra loro bilanciati”, valutazioni che non sarebbero state fatte, con conseguente disconoscimento del principio di proporzionalità2.

La CGUE, sollecitata da varie parti a reagire alla pronuncia dei giudici tedeschi, ha emesso un comunicato stampa nel quale, premesso che i servizi dell’istituzione non commentano mai una sentenza di un organo giurisdizionale nazionale, continua così:

In linea generale, si ricorda che, in base a una giurisprudenza consolidata della Corte di giustizia, una sentenza pronunciata in via pregiudiziale da questa Corte vincola il giudice nazionale per la soluzione della controversia dinanzi ad esso pendente 1. Per garantire un’applicazione uniforme del diritto dell’Unione, solo la Corte di giustizia, istituita a tal fine dagli Stati membri, è competente a constatare che un atto di un’istituzione dell’Unione è contrario al diritto dell’Unione. Eventuali divergenze tra i giudici degli Stati membri in merito alla validità di atti del genere potrebbero compromettere infatti l’unità dell’ordinamento giuridico dell’Unione e pregiudicare la certezza del diritto 2. Al pari di altre autorità degli Stati membri, i giudici nazionali sono obbligati a garantire la piena efficacia del diritto dell’Unione 3. Solo in questo modo può essere garantita l’uguaglianza degli Stati membri nell’Unione da essi creata”.

Un comunicato che prende atto della grave frattura che si è creata, e la Corte europea non poteva fare diversamente, che riaffermare la propria esclusiva competenza.

2.La prima e più immediata conseguenza della sentenza è che “gli organi costituzionali, le autorità e i tribunali tedeschi non possono partecipare né allo sviluppo, né all’attuazione, all’esecuzione o all’operatività di atti ultra vires. Pertanto, in seguito ad un periodo transitorio di un massimo di tre mesi per il coordinamento necessario all’interno dell’Eurosistema, alla Bundesbank è vietato partecipare all’attuazione e all’esecuzione delle decisioni della BCE oggetto della presente procedura, salvo che il Consiglio direttivo della BCE non dimostri chiaramente in una nuova decisione che gli obiettivi di politica monetaria perseguiti con il PSPP non sono sproporzionati rispetto alle connesse implicazioni di politica economica e fiscale”.

La sentenza è in una certo senso “provvisoria”, in quanto chiede alla BCE di giustificare entro tre mesi l’attività oggetto del giudizio e contestata dai ricorrenti. In base alle giustificazioni ricevute – se la BCE le invierà – i giudici costituzionali tedeschi decideranno definitivamente.

La reazione della Presidente Cristine Lagarde fa pensare, almeno per ora, che la BCE non intenda offrire giustificazioni del proprio operato.

Nell’immediato non cambierà nulla, i programmi in corso della BCE continueranno ad essere eseguiti (la Germania è in minoranza nel Consiglio della BCE), ma in futuro la Banca centrale tedesca non potrà parteciparvi.

La sentenza rappresenta anzitutto un consapevole sovvertimento dell’art. 19 del TUE, affermando in sintesi che il monopolio sull’interpretazione del diritto comunitario affidato dai trattati alla CGUE vale solo sino a quando un giudice nazionale non ritenga che la CGUE abbia errato nella sua decisione. Si sapeva già che secondo il BVerfG gli stati nazionali sono “i signori dei Trattati” e gli unici interpreti, ma mai era stato scritto così perentoriamente in un atto ufficiale.

Inoltre la corte tedesca, affermando che la BCE ha travalicato dalle sue competenze di politica monetaria ed è entrata nella politica economica e sociale, di competenza dei singoli Stati, sottrae all’Europa strumenti indispensabili in tempi di crisi. La BCE ha, o non ha, il compito di arginare la volatilità dei differenziale di interesse tra i titoli di stato dell’area euro, per contrastare la mancanza di sfiducia e la speculazione finanziaria? Secondo la Corte tedesca evidentemente no.

3.Il primo punto da sottolineare, che ha carattere decisivo, è che una corte costituzionale nazionale, di uno degli stati membri, non può permettersi di disconoscere una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione, quale che sia il suo contenuto, e di dare disposizioni per sottrarre le istituzioni nazionali (la banca centrale tedesca, la Bundesbank) all’osservanza di quella sentenza. Farlo, assume i caratteri della sovversione e dovrebbe portare alla fuoriuscita della Germania dall’Unione. Così come ha fatto la GB che, non volendo sottostare a determinate decisioni dell’Unione, è uscita. Siamo di fronte ad una presa di posizione che impedisce alla Banca centrale tedesca di partecipare alle operazioni di sostegno decise in sede UE, o se preferite in sede BCE.

Il secondo punto è che non siamo di fronte ad una questione da risolvere in punto di diritto, gli argomenti non sono nuovi e sono stati ampiamente discussi, si possono riassumere nella convinzione della Corte costituzionale tedesca (e di parte consistente della relativa opinione pubblica) che l’UE sia soltanto un metodo di collaborazione tra stati sovrani.

L’Unione europea non può sopravvivere se l’unico strumento utilizzabile è quello della politica monetaria intesa in senso stretto (notoriamente non è così semplice distinguere che cosa è politica monetaria e che cosa politica economica). E’ indispensabile che si munisca di altri strumenti d’intervento di politica economica e di bilancio.

Non può sopravvivere se non si risolve il problema della democraticità delle sue decisioni, se gli stati soltanto rispondono al requisito della rappresentatività, o almeno questo può rivendicare il BVerfG.

In poche parole, la sentenza mette l’Unione di fronte alla necessità di fare un salto di qualità, migliorare il proprio assetto democratico e munirsi di “attrezzi” che non siano soltanto la politica monetaria.

Ora la Germania non può restare ferma, deve necessariamente reagire, e reagire in questo caso significa far progredire l’UE verso una maggiore solidarietà politica. Merkel ha detto nel suo precedente discorso avanti il Bundestag che “l’Europa non è Europa se ognuno non sta dalla parte dell’altro in tempi di emergenza di cui nessuno ha la colpa. In questa crisi abbiamo anche il compito di mostrare chi vogliamo essere come Europa. E così alla fine del mio discorso sono di nuovo giunta al pensiero della coesione. Quel che vale in Europa è la cosa più importante anche per noi in Germania”.

Ancor più importante è quanto la stessa Merkel ha detto ieri – 13 maggio – davanti al Bundestag. Secondo le agenzie di stampa, Merkel ha detto che l’integrazione politica è l’obiettivo dell’Eurozona “sin dall’inizio”. Tuttavia, in tale direzione, “non sono stati compiuti progressi sufficienti”. Ora, ha proseguito Merkel, si tratta di rispondere alla sentenza del BverfG “con una chiara bussola politica”, mantenendo l’obiettivo che l’euro costituisca una valuta forte. Secondo il cancelliere tedesco, le modifiche ai trattati dell’Ue “non devono essere un tabù” e occorregarantire che la Bundesbank continui a partecipare alle decisioni della Bce”.

La sentenza della Corte costituzionale federale tedesca (BverfG) con cui il programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) della Banca centrale europea (Bce) viene dichiarato in parte in contrasto con la Legge fondamentale della Germania è un’opportunità per promuovere l’integrazione politica dell’Unione monetaria”.

Parole chiare e confortanti.

Non so se la battaglia sarà vinta – lo speriamo molto – ma di certo sarà combattuta.

14 maggio 2020

Adriana Vigneri

 

1Nell’ambito dell’Asset Purchase Programme (APP) l’Eurosistema conduce quattro programmi di acquisto di titoli pubblici e privati:

  • il terzo Covered Bond Purchase Programme (CBPP3, dal 20 ottobre 2014), per l’acquisto di obbligazioni bancarie garantite;
  • l’Asset-Backed Securities Purchase Programme (ABSPP, dal 21 novembre 2014), per l’acquisto di titoli emessi in seguito alla cartolarizzazione di prestiti bancari;
  • il Public Sector Purchase Programme (PSPP, dal 9 marzo 2015), per l’acquisto di titoli emessi da governi, da agenzie pubbliche e istituzioni internazionali situate nell’area dell’euro;
  • il Corporate Sector Purchase Programme (CSPP, dall’8 giugno 2016), per l’acquisto di titoli obbligazionari e, da marzo 2020, commercial paper emessi da società non finanziarie dei paesi dell’area dell’euro.

 

L’APP ha effetti diretti sui rendimenti di mercato dei titoli pubblici e privati. Favorendo lo spostamento verso il basso dei rendimenti di mercato, che si muovono in maniera inversa rispetto ai prezzi delle attività finanziarie, esso produce un miglioramento delle condizioni di offerta del credito e stimola gli investimenti. Inoltre, la liquidità aggiuntiva spinge gli investitori a riequilibrare il proprio portafoglio verso attività finanziarie più redditizie, non direttamente interessate dagli interventi della banca centrale, trasmettendo l’impulso monetario ai diversi strumenti di finanziamento del settore privato. La riduzione dei tassi di interesse, infine, favorisce il deprezzamento del cambio, fornendo un ulteriore stimolo all’attività economica (Fonte: B d’I)

 

2 E’ interessante leggere quel che dice la Corte costituzionale tedesca sugli impatti di politica economica:

Il PSPP migliora le condizioni di rifinanziamento degli Stati membri perché possono ottenere prestiti sul mercato dei capitali a condizioni significativamente più favorevoli; ha quindi un impatto significativo sulle condizioni di politica fiscale in cui operano gli Stati membri”.

In particolare può avere effetti analoghi agli strumenti di assistenza finanziaria ai sensi dell’art. 12 e ss. del Trattato MES”.

Il PSPP ha un impatto anche sul settore bancario, in quanto trasferisce grandi quantità di titoli di Stato ad alto rischio nei bilanci dell’Eurosistema e così facendo migliora la situazione economica delle banche e ne aumenta la valutazione della qualità creditizia”.

Fra le conseguenze del PSPP vi è anche un impatto economico e sociale su quasi tutti i cittadini, che sono interessati almeno indirettamente come azionisti, affittuari, proprietari di immobili, risparmiatori e titolari di polizze assicurative”.

Le imprese che non sono più economicamente redditizie di per sé rimangono sul mercato in conseguenza del livello generale dei tassi d’interesse ridottosi mediante il PSPP”.

Con l’aumento della durata del programma e del volume complessivo, l’Eurosistema è più dipendente dalle politiche degli Stati membri, poiché terminare il programma diviene sempre più rischioso per la stabilità dell’unione monetaria”.

Perché serve una politica fiscale europea? Scenari post pandemia.

Nelle ultime settimane si è discusso molto di come la politica fiscale debba essere orientata per permettere ai paesi colpiti dalla pandemia di Covid-19 di recuperare il più velocemente possibile dalle ampie cadute che molti indicatori economici faranno inevitabilmente segnare nei prossimi mesi. A livello europeo il dibattito si è ovviamente concentrato su ciò che l’UE può, potrebbe o dovrebbe fare per aiutare i paesi membri. Alcune soluzioni prevedono l’emissione di nuovi titoli di debito pubblico, gli eurobond (ribattezzati per l’occasione coronabond) il cui rimborso dovrebbe essere garantito dai paesi dell’Euro in una forma che introduce la responsabilità comune per il debito aggiuntivo. Pochi giorni fa il prof. Orcalli ha fatto il punto su alcune di tali proposte.

La materia appare decisamente complicata ma un recente commento 1di Thorsten Beck, Research Fellow del think tank CEPR (Center for Economic and Policy Research) apparso su Voxeu, può aiutare ad orientarsi nel dibattito. L’economista tedesco nell’articolo in cui appoggia l’idea che l’UE dovrebbe rispondere allo shock scegliendo la via della responsabilità comune per il debito e quindi quella dell’Eurobond, fornisce delle risposte a due domande cruciali: perché i paesi europei che hanno minori problemi di bilancio dovrebbero scegliere la via degli eurobond? Perché gli stati dell’area Euro dovrebbero cedere competenza all’UE anche in materia di politica fiscale?

Procediamo con ordine: il punto di partenza dell’economista tedesco è che le economie europee sono strettamente interconnesse. A legarle una fitta rete di relazioni che prendono la forma, ad esempio, delle catene di approvvigionamento, della sempre più spinta integrazione del mercato dei servizi e della mobilità del lavoro tra paesi UE. In un quadro come quello descritto è interesse di tutti i paesi che la ripresa avvenga rapidamente e in tutta Europa. Se l’obiettivo è chiaro il suo raggiungimento non appare così semplice per almeno due motivi. In prima battuta alcuni paesi hanno minor spazio fiscale disponibile di altri e quindi possono introdurre misure di politica fiscale di intensità o durata minore rispetto a quello che sarebbe necessario per una ripresa veloce. La raccolta di risorse attraverso l’emissione degli eurobond potrebbe risolvere questo problema. Ma perché ai paesi che hanno maggiori spazi fiscali conviene assumersi la responsabilità a beneficio dei paesi con uno spazio di politica fiscale inferiore? Beck invita a pensare a cosa potrebbe succedere se questi ultimi fossero lasciati soli delineando due scenari: nel primo i paesi con minor spazio fiscale potrebbero adottare stimoli espansivi limitati sia nelle risorse a disposizione che nel tempo, rallentando la ripresa in tutta l’area Euro con un risultato negativo per tutti i paesi; nel secondo scelgono la via di un vigoroso stimolo fiscale correndo il rischio che il loro debito diventi insostenibile. In questo caso potrebbe attivarsi un circolo vizioso caratterizzato da bassa crescita e dall’aumento delle divergenze fra i paesi nell’Unione Monetaria, che potrebbe portare all’esito più negativo: l’uscita dall’Euro con ricadute pesanti per l’intero sistema.

Un ulteriore elemento da considerare riguarda l’attribuzione di competenze all’UE in materia di politica fiscale da parte degli stati membri. Le politiche fiscali generano forti esternalità, questo significa che una manovra espansiva adottata da un paese ha affetti espansivi anche negli altri paesi. In presenza di esternalità come quelle descritte la soluzione che permette di evitare l’adozione di misure insufficienti di politica fiscale è quella del coordinamento delle politiche fiscali stesse tra stati o di un accentramento a livello europeo. In assenza di questa soluzione la somma delle misure adottate dai singoli stati potrebbe risultare uno stimolo troppo debole per uscire tutti dalla crisi.

Come ricordato da Beck, a sostegno di un intervento forte a livello europeo non ci sono esclusivamente motivazioni economiche ma anche politiche e sociali. Ciò che è avvenuto con la Brexit dovrebbe farci ricordare che i progressi nell’integrazione europea non sono irreversibili e che l’assenza di un approccio comune alla crisi può avere gravi ripercussioni politiche. Un nuovo fallimento dell’UE potrebbe dare ulteriore impulso al populismo e ai partiti autoritari che già hanno trovato terreno fertile dopo la crisi finanziaria globale e le due recessioni avvenute nel periodo 2008-2011.

Venezia, 18 aprile 2020

Gianluca Toschi
Economista
Coordinatore del Comitato Scientifico di FONDACO EUROPA

1 The economic, political and moral case for a European fiscal policy response to COVID-19, https://voxeu.org/article/economic-political-and-moral-case-european-fiscal-policy-response-covid-19

L’intervento di Draghi sul Financial Times

Il coronavirus ci pone di fronte a una guerra, e dobbiamo mobilitarci di conseguenza – Mario Draghi sul Financial Times

di Carmenthesister – marzo 26, 2020

Mario Draghi interviene sul Financial Times con un articolo che  ha l’effetto di una bomba sui burocrati di Bruxelles e sulla esitante e tremebonda politica del governo italiano. I debiti pubblici aumenteranno e ce ne dobbiamo fare una ragione, siamo di fronte a una guerra e in tempi eccezionali le risposte devono essere eccezionali. E veloci. Il rischio è entrare in un ciclo irreversibile di povertà.  Con buona pace del nostro ministro dell’economia, le previsioni sull’impatto della crisi sono di proprozioni inimmaginabili

di Mario Draghi, 25 Marzo 2020

Livelli più elevati di debito pubblico diventeranno una caratteristica dell’economia e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura per la propria vita o in lutto per i propri cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere sostenuti.

Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano il pericolo di perdere la vita, molti altri affrontano la perdita del sostentamento. Giorno dopo giorno, le notizie economiche stanno peggiorando. Nell’intera economia le imprese affrontano perdite. Molte si stanno già ridimensionando e stanno licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.

La sfida che ci troviamo di fronte è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da un’ondata di fallimenti che lasceranno dietro di sé dei danni irreversibili. È già chiaro che la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito sostenuta dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare le perdite – deve alla fine essere riassorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

È il ruolo proprio dello stato impegnare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può riassorbire. Di fronte alle emergenze nazionali gli Stati l’hanno sempre fatto. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e Germania tra il 6 e il 15% delle spese di guerra in termini reali fu finanziato dalle tasse. In Austria-Ungheria, Russia e Francia, nessuno dei prolungati costi di guerra furono coperti con le tasse. Ovunque, la base imponibile fu erosa dai danni di guerra e dal reclutamento. Oggi avviene la stessa cosa a causa dell’angoscia per la pandemia e della chiusura delle attività.

La domanda cruciale  non è se lo Stato debba impegnare il proprio bilancio, ma come. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dalla perdita del lavoro. Se non faremo questo, riemergeremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità produttiva compromesse in maniera permanente, con le famiglie e le imprese in grande difficoltà a ripianare i propri bilanci e ricostruire le loro attività.

I sussidi per la disoccupazione e il rinvio delle tasse sono passi importanti che sono già stati adottati da molti governi. Ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di reddito richiede un immediato sostegno di liquidità. È essenziale per tutte le imprese coprire le proprie spese di gestione durante la crisi, siano esse grandi aziende o ancor più piccole e medie imprese e imprenditori autonomi. Diversi governi hanno già introdotto opportune misure per fornire liquidità alle imprese in difficoltà. Ma è necessario un approccio più completo.

Se i diversi paesi europei hanno differenti strutture finanziarie e industriali, l’unico modo efficace per entrare immediatamente in ogni falla dell’economia è di mobilitare i loro interi sistemi finanziari al completo: mercati obbligazionari, principalmente per le grandi società,  sistema bancario e in alcuni paesi anche postale per tutti gli altri. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici. Il circuito bancario in particolare è diffuso in tutta l’economia e può creare denaro istantaneamente, consentendo scoperti di conto corrente o aprendo linee di credito.

Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo diventano un veicolo di trasmissione delle politiche pubbliche, il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli scoperti di conto o prestiti aggiuntivi. Né regolamentazioni né norme sulle garanzie bancarie dovrebbero ostacolare la creazione nei bilanci delle banche di tutto lo spazio necessario a tale scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero, indipendentemente dal costo di finanziamento del governo che le emette.

Le imprese, tuttavia, non attingeranno alla liquidità che viene loro offerta semplicemente perché il credito è a basso costo. In alcuni casi, ad esempio le aziende con un portafoglio ordini, le loro perdite possono essere recuperabili e quindi ripagheranno il debito. In altri settori, probabilmente non sarà così.

Tali società potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e aumentare l’indebitamento per mantenere i propri dipendenti. Ma le loro perdite accumulate rischiano di compromettere in futuro la loro capacità di investimento. E, se l’epidemia e il blocco delle attività dovessero perdurare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito acceso per mantenere al lavoro i dipendenti in quel periodo fosse alla fine cancellato.

O i governi finanziano le persone che si indebitano per affrontare le proprie spese, o costoro falliranno e la garanzia sarà prestata dal governo. Se si riesce a contenere l’azzardo morale, la prima soluzione è la migliore per l’economia. Il secondo percorso sarebbe probabilmente meno costoso per il bilancio pubblico. In entrambi i casi, se si vogliono tutelare i posti di lavoro e le capacità, i governi dovrebbero assorbire una gran parte della perdita di reddito causata dal blocco delle attività.

I livelli del debito pubblico aumenteranno. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e alla fine per lo stesso gettito del bilancio pubblico. Dobbiamo anche ricordare che, visti i livelli attuali e probabilmente futuri dei tassi di interesse, un tale aumento del debito pubblico non aumenterà l’onere del servizio del debito.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo straordinario shock. Ha una struttura finanziaria capillare in grado di far fluire i fondi in ogni parte dell’economia. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta politica rapida. La velocità è assolutamente essenziale per l’efficacia.

Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono colpiti. Il costo dell’esitazione può risultare irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni ’20 è un monito sufficiente.

La velocità del deterioramento dei bilanci privati ​​- causata da un blocco dell’attività economica che è sia inevitabile quanto opportuno – deve essere affrontata da una uguale velocità nell’impegnare i bilanci pubblici, mobilitare le banche e, in quanto europei, sostenersi a vicenda nel perseguimento di ciò che è evidentemente una causa comune.

LINK ARTICOLO:

Il coronavirus ci pone di fronte a una guerra, e dobbiamo mobilitarci di conseguenza – Mario Draghi sul Financial Times

AGENDA GLOBALE 2030 e gli obiettivi sostenibili I vantaggi competitivi dell’EU

Nel settembre 2015, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i paesi di tutto il mondo hanno sottoscritto l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile (Agenda 2030 delle Nazioni Unite) e i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (in inglese Sustainable Development Goals- SDGs), decidendo così un elenco concreto di “cose da fare per le persone e il pianeta”1. I leader mondiali si sono impegnati a eliminare la povertà, proteggere il pianeta e garantire pace e prosperità per tutti. Gli SDGs, insieme all’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, costituiscono la tabella di marcia per un mondo migliore. L’UE è una delle forze trainanti dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e si è pienamente impegnata a darvi attuazione. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile non sono un obiettivo di per sé, ma fungono da bussola e da mappa, offrendo la necessaria prospettiva a lungo termine, che trascende le campagne elettorali. Ci aiutano a orientarci per sostenere democrazie solide, costruire economie moderne e dinamiche e contribuire a un mondo con un migliore tenore di vita, disuguaglianze in diminuzione e la garanzia che nessuno venga lasciato indietro, rispettando allo stesso tempo i limiti del nostro pianeta e assicurandolo alle generazioni future.

Quali sono i 17 obiettivi sostenibili

1 La mia regione, la mia Europa, il nostro futuro: settima relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale, 2017. Disponibile al seguente indirizzo: https://ec.europa.eu/regional_policy/sources/docoffic/official/reports/cohesion7/7cr_it.pdf

I target calati nella realtà nazionale1

In Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 28,9%, in diminuzione rispetto all’anno precedente. La povertà di reddito riguarda il 20,3% della popolazione; la grave deprivazione materiale il 10,1% e la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è del 11,8%. La situazione appare in miglioramento, ma le disparità regionali sono molto ampie.

In Italia, un bambino su tre (6-10 anni) è in sovrappeso, ma la tendenza è al miglioramento. In agricoltura, continua ad aumentare la superficie investita in coltivazioni biologiche e diminuisce l’impiego dei fitofarmaci, ma aumentano anche le emissioni di ammoniaca, tornate ai livelli del 2010, e non diminuisce l’impiego dei fertilizzanti. Continua a ridursi, inoltre, l’indice di orientamento all’agricoltura della spesa pubblica.

L’Italia ha da tempo raggiunto l’obiettivo definito dalle Nazioni Unite per la mortalità neonatale e per la mortalità sotto i 5 anni, collocandosi tra i Paesi con la più bassa mortalità infantile in Europa.

Gli ultimi dieci anni hanno portato un diffuso avanzamento sul fronte dell’istruzione inclusiva, ma l’Italia è ancora agli ultimi posti in Europa per numero di laureati, tasso di abbandono e competenze. Il tasso di abbandono è salito per il secondo anno consecutivo e si attesta, nel 2018, al 14,5%. Permangono consistenti differenze territoriali a svantaggio del Mezzogiorno e dei maschi. Per le donne la quota delle 30-34enni laureate è del 34%, mentre per gli uomini è del 21,7%.

Diminuisce la violenza contro le donne, ma ne aumenta la gravità e rimane stabile la violenza estrema. Il divario di genere è ampio, pur se in diminuzione nel lavoro domestico e di cura non retribuiti. Riguardo alle donne nei luoghi decisionali, economici e politici, emergono segnali positivi, ma la presenza resta bassa.

L’Italia presenta il maggiore prelievo di acqua per uso potabile pro capite tra i 28 Paesi dell’Unione europea: 156 metri cubi per abitante nel 2015. Nel 2015 sono stati prelevati 9,5 miliardi di metri cubi d’acqua per uso potabile, ma solo 8,3 sono stati immessi nelle reti comunali di distribuzione e 4,9 sono stati erogati agli utenti, corrispondenti a 220 litri per abitante al giorno. L’efficienza della rete di distribuzione dell’acqua potabile è in peggioramento. Nel 2018 il 10,4% delle famiglie ita- liane lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nelle loro abitazioni.

L’Italia, storicamente caratterizzata da una contenuta intensità energetica primaria, ha visto diminuire l’indicatore, tra il 2000 e il 2016, da 113,2 a 98,4 tonnellate equivalenti di petrolio per 1000 euro di PIL. La Sardegna è la regione su cui si registra il maggior decremento del rapporto CIL/PIL, seguita da Molise, Marche e Abruzzo. Dopo il rallentamento segnato tra il 2013 e il 2015, nel 2017, torna a crescere il contributo delle fonti rinnovabili ai consumi di energia complessivi, ma non per l’energia elettrica.

Il tasso di crescita annuo del PIL reale pro capite mostra un miglioramento negli ultimi tre anni (+1,0% nel 2018), ma la dinamica della produttività del lavoro resta debole. Pur restando al di sopra dei livelli pre-crisi, il tasso di disoccupazione continua a calare (10,6% nel 2018; -0,6 rispetto al 2017). Il tasso di mancata partecipazione al lavoro è quasi doppio rispetto all’Ue.

Il sistema produttivo è in costante trasformazione, con una diminuzione, tra il 1995 e il 2017, del peso del settore manifatturiero in termini di incidenza sul totale, sia di occupazione sia di valore aggiunto. Nel 2017 l’intensità di emissione di CO2 sul valore aggiunto (178,28 tonnellate per milione di euro) tocca il minimo storico. Il sistema di Ricerca e Sviluppo (R&S) italiano sconta un ritardo strutturale rispetto a quello dell’Ue, che la lenta progressione dell’intensità di ricerca e del personale coinvolto nella R&S non riesce a compensare.

Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi della popolazio- ne complessiva. Dal 2008, a causa della crisi economica, sono state osservate flessioni più marcate per i redditi relativamente più bassi. L’Italia sta vivendo un profondo mutamento dei fenomeni migratori che la interessano. Passata l’epoca delle migrazioni per lavoro, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una crescente rilevanza di flussi in ingresso di persone in cerca di asilo e protezione internazionale. Nel 2017 si è registrata per la prima volta, dopo un decennio di costante crescita, una diminuzione del numero di acquisizioni di cittadinanza (-26,4%).

Battuta d’arresto nella riduzione del livello di inquinamento atmosferico da particolato. Generale miglioramento dei fattori di disagio abitativo dopo anni in cui risultava in aumento. Un terzo delle famiglie è ancora insoddisfatta per l’utilizzo dei mezzi pubblici. Prosegue la diminuzione della quota di rifiuti urbani conferiti in discarica, scesa al di sotto di un quarto negli ultimi due anni (23,4% nel 2017). La spesa pubblica pro capite per la protezione delle biodiversità e dei beni paesaggistici si è ridotta di circa venti euro pro capite negli ultimi dieci anni.

L’Italia si colloca in posizione virtuosa in Ue per il contenuto consumo di risorse naturali, grazie anche al netto calo registrato negli ultimi quindici anni. Il consumo di materia torna però a crescere in concomitanza con la ripresa delle attività produttive, raggiungendo, nel 2017, 8,2 tonnellate pro capite; con notevolissimi disparità regionali. Nonostante i numerosi segnali positivi relativi alla gestione dei rifiuti, l’Italia è ancora indietro rispetto ai target di raccolta differenziata stabiliti dalla normativa.

A livello globale, le emissioni di anidride carbonica sono aumentate del 40% rispetto ai valori del 2000. Nel 2015, si è rilevata una lieve flessione rispetto all’anno precedente. In Europa, le emissioni di gas serra ed altri gas climalteranti pro capite registrano una lieve diminuzione tra il 2015 ed il 2016, con 8,7 tonnellate pro capite. Analoga la flessione in Italia (7,2 ton pro capite), dove le emissioni di gas serra sono in diminuzione dal 2005. I tre quarti sono generate dalle attività produttive ed un quarto dalla componente consumi delle famiglie. Nel 2017, è esposto a rischio di frane il 2,2% della popolazione e a rischio alluvioni il 10,4%. Le anomalie di temperatura sono pari a 1,30°C rispetto ai valori climatologici normali.

In Italia, la superficie delle aree marine protette è pari complessivamente a 3.020,5 km2. I tre quarti delle aree protette si trovano in Sardegna, Sicilia e Toscana. Le Aree marine comprese nella rete Natura 2000 han- no nel 2017 un’estensione pari a 5.878 chilometri quadrati. La percentuale di coste marine balneabili è pari al 66,9%. La maggior parte degli stock ittici è in sovra sfruttamento. La pesca intensiva nell’Atlantico nord-orientale (e aree adiacenti) e nell’area geografica del Mediterraneo (Occidentale) deve essere maggiormente contenuta per rientrare nei livelli biologicamente sostenibili.

Il 31,6% del territorio nazionale è coperto da boschi, la cui estensione è aumentata dello 0,6% l’anno dal 2000 al 2015, e cresce anche la loro densità in termini di biomassa (da 95 a 111 t/ha). Il sistema delle aree naturali protette copre circa l’80% delle Aree chiave per la biodiversità, il 35,1% delle aree forestali e il 21,6% dell’intero territorio nazionale. Il consumo di suolo, tuttavia, continua ad avanzare (14 ettari al giorno nel 2017), e continuano a diffondersi le specie alloctone invasive (in media, più di 11 nuove specie introdotte ogni anno dal 2000 al 2017). Aumentano, a parità di controlli effettuati, le violazioni delle norme sui traffici illeciti di specie protette (da 2,5 a 4 ogni mille controlli dal 2015 al 2016).

Nel 2017 hanno avuto luogo 0,6 omicidi ogni 100 mila abitanti. Il tasso di omicidi si riduce per gli uomini nel corso degli anni, mentre rimane stabile per le donne. La quota di popolazione vittima di aggressioni o rapine consumate è pari all’1,4%. Il 4,1% delle donne e lo 0,7% de- gli uomini in età compresa tra i 18 e i 29 anni sono stati vittime di violenze di tipo sessuale prima dei 18 anni. Il 7,9% delle famiglie è rimasto coinvolto in almeno un caso di corruzione nel corso della vita. Diminuisce nel corso degli anni la quota di detenuti adulti nelle carceri italiane in attesa di primo giudizio (16,5% nel 2018). La durata media per l’espletamento dei procedimenti civili dei tribunali ordinari rimane molto elevata, 429 giorni in media nel 2018, con grandi differenze a livello territoriale.

La quota di reddito nazionale lordo destinata dal nostro Paese all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo continua a crescere anche nel 2017, mentre l’andamento dell’APS ai Paesi meno sviluppati è stabile. L’Italia rimane comunque molto distante dai target al 2030 stabiliti dall’Agenda. Nel 2018, le entrate delle amministrazioni pubbliche rappresentano il 42,1% del Pil, una quota leggermente decrescente a partire dal 2016, ma superiore di 2,1 punti percentuali rispetto al 2000. Le rimesse verso l’estero degli immigrati in Italia, in decremento dal 2012, tornano a crescere nel 2018, fino a raggiungere, i 6,2 miliardi di euro.

Sforzi ne sono stati fatti in Italia, ma non basta.

La vigente disciplina italiana sull’ambiente risente dunque, della forte spinta europea in termini di normativa: ad oggi circa 550 direttive, regolamenti e decisioni stanno innalzando i nostri standard di vita con evidenti benefici per i cittadini e per l’ambiente. Senza questi standard, i clorofluorocarburi distruggerebbero lo strato di ozono, le emissioni dai trasporti avrebbero un’impennata, i corsi d’acqua sarebbero soffocati dagli scarichi fognari e ampie fasce di terreno sarebbero seppellite dai rifiuti2. 


Secondo l’ultimo aggiornamento della Commissione Europea (7 marzo 2019) il numero delle procedure di infrazione totali a carico del nostro Paese, sale a 74,rispetto alle 61 dello scorso anno, praticamente una nuova procedura al mese dal 2018 al 2019.

Di queste, 64 sono attribuite per violazione del diritto dell’Unione e 10 per mancato recepimento di direttive.

Affinché l’Italia s’immetta su un percorso sostenibile, dobbiamo fare in modo che le nostre politiche aiutino tutti i cittadini europei a realizzare il cambiamento. Oggi la sfida della sostenibilità è sistemica perché fondamentale avere in mente l’intero sistema, niente è a sé stante; è pervasiva perché non teme la contaminazione unendo creatività, innovazione, tecnologia alla produzione; è culturale perché necessita di un mindset con nuove priorità; è globale perché siamo interconnessi poiché ci troviamo dentro la stessa astronave in qualunque latitudine ci troviamo.

Irene Sollazzo

2 Rapporto SDGs. 2019. Informazioni Statistiche per l’Agenda 2030 in Italia

3 Dossier WWF per le elezioni europee 2019 Italia_chiama_Europa

Il viaggio Sostenibile per l’Unione Europea

Per la prima volta venne introdotto il concetto di sviluppo sostenibile nel 1987 in un documento pubblicato come rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future). Il nome venne dato dalla coordinatrice Gro Harlem Brundtland, che in quell’anno era presidente del WCED (Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo).

«lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri» (WCED,1987)

Tale definizione mette in luce quindi un principale principio etico: la responsabilità da parte delle generazioni d’oggi nei confronti delle generazioni future. Se vogliamo un tale sviluppo è necessario allineare le nostre azioni con principi che mirino al mantenimento delle risorse, all’equilibrio ambientale del nostro pianeta e al benessere delle nostre comunità. Molte cose, incluse le nostre scelte non sono andate proprio nella direzione auspicata dal rapporto Brundtland.

Cos’è mancato di base?

La visione del futuro, un’ottica di lungo periodo. E ’stato applicato, e ancora si applica in ogni ambito della vita produttiva, economica, sociale, politica del Paese un concetto di breve termine che sta ormai esaurendo il suo ossigeno!

Oggigiorno l’umanità usa l’equivalente di 1,7 pianeti, con un consumo globale di risorse materiali aumentato di quattordici volte tra il 1900 e il 2015, e che secondo le proiezioni dovrebbe più che raddoppiare tra il 2015 e il 2050 1 : il mondo si sta rapidamente avvicinando a diversi punti di non ritorno. Oltre alla pressione ambientale, questa situazione rappresenta una seria minaccia per i valori fondamentali per i cittadini degli stati membri dell’UE: democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali.

Qualcuno lo ha capito e sta lavorando per invertire la rotta, l ’Unione Europea ha già intrapreso questo percorso: tra il 2000 e il 2015 l’occupazione è cresciuta più velocemente nel settore ambientale che nell’intera economia; le tecnologie a basse emissioni di carbonio stanno diventando una merce importante, che permette all’UE di beneficiare di un considerevole avanzo della bilancia commerciale; nel periodo 2012-2015 le esportazioni UE di tecnologie energetiche pulite hanno raggiunto i 71 miliardi di EUR, superando di 11 miliardi di EUR le importazioni. L’UE sta già dimostrando che è possibile far crescere l’economia e al tempo stesso ridurre le emissioni di carbonio2.

È necessario agire a tutti i livelli. Sono coinvolte le istituzioni dell’UE, gli Stati membri e le regioni. Città, comuni dovrebbero tutti diventare promotori del cambiamento. I cittadini, le imprese, le parti sociali e la comunità della ricerca e della conoscenza dovranno fare squadra se vogliamo riuscire, dobbiamo remare nella stessa direzione. Era stata la Commissione Juncker a presentare una visione strategica a lungo termine per un’economia UE prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra entro il 20503. L’UE ha le capacità e la forza per fissare gli standard per il resto del mondo se assume la guida dell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e della transizione verso un’economia circolare, anche grazie a investimenti intelligenti nell’innovazione e nelle tecnologie abilitanti fondamentali.

1 Commissione UE, Quadro di valutazione delle materie prime 2018

2 Eurostat, Environmental economy – statistics on employment and growth. Disponibile al seguente indirizzo: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/pdfscache/10420.pdf. Nell’economia ambientale rientrano due grandi categorie di attività e/o prodotti: “tutela ambientale” ossia tutte le attività connesse alla prevenzione, riduzione ed eliminazione dell’inquinamento e di ogni altra forma di degrado dell’ambiente; “gestione delle risorse” ossia la preservazione e la cura del patrimonio di risorse naturali e quindi la prevenzione del suo esaurimento.

3 COM(2018) 773 final.

Venezia sott’acqua, non un minuto da perdere nella lotta contro il cambiamento climatico

Con queste parole, la nuova presidente della Commissione EU in forza dal 1 dicembre 2019, Ursula Von der Layen, inizia il suo mandato mettendo l’ambiente al vertice dell’agenda europea per una nuova Europa. Ci sono tutti i presupposti per continuare e migliorare il lavoro di Juncker. L’ambizione dell’UE di conseguire un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e climaticamente neutra dimostrerà che la transizione “verde” può andare di pari passo con una maggiore prosperità. Per riuscirci, l’UE e gli Stati membri devono assumere un ruolo guida nel campo della scienza, della tecnologia e delle infrastrutture moderne.

Brexit

Il 26 maggio 2019 i cittadini dell’Unione Europea sono stati chiamati a votare per le elezioni del Parlamento Europeo, unica istituzione europea i cui membri sono eletti direttamente dai cittadini. Ma nonostante il referendum del 2016 avvenuto nel Regno Unito e l’ufficializzazione dell’uscita attraverso l’attivazione dell’articolo 50, i paesi che hanno votato sono ancora 28.

Di seguito vedremo quindi una panoramica ad ampio spettro della Brexit: definizione, contesto storico e relative conseguenze politiche ed economiche.

Brexit: cos’è?

La Brexit (acronimo di “Britain” e “exit”) consiste nell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, decisione avvenuta attraverso il referendum consultivo del 23 giugno 2016, che si è concluso con la maggioranza dei voti a favore dell’uscita del paese dall’UE (51,89%).

Tale referendum è stato indetto dall’allora premier David Cameron, che lo utilizzò come “arma elettorale” alle elezioni del 2015, alle quali vinse, rendendogli inevitabile fare dei passi in avanti verso il referendum. Cameron inizialmente prese degli accordi con Bruxelles per ottenere alcune concessioni, ma non furono sufficienti a compensare il significato politico di un referendum, identificato ormai dai cittadini britannici, come strumento di protesta contro le disparità più evidenti determinate dalla globalizzazione.

Successivamente alla vittoria del SI, il 29 marzo del 2017, la prima ministra Theresa May ha formalmente notificato al Consiglio europeo l’intenzione di uscire dall’Unione con l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Articolo 50 Trattato di Lisbona:
1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.
2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.
3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine.
4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano. Per maggioranza qualificata s’intende quella definita conformemente all’articolo 238, paragrafo 3, lettera b) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
5. Se lo Stato che ha receduto dall’Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all’articolo 49.  

 

UE e UK

Il Regno Unito entra a far parte dell’Unione Europea, o meglio, dell’allora Comunità Economica Europea nel 1973 e, ad oggi, occupa 73 posti nel Parlamento Europeo e nel corso degli anni ha occupato per 5 mandati la Presidenza del Consiglio dell’UE (che ricordiamo avere durata di 6 mesi).

Nei due comitati, invece, quello economico e sociale e quello delle regioni, con 24 rappresentanti nel primo e 18 nel secondo.

Brexit: un percorso ad ostacoli

L’uscita dall’Unione Europea da parte del Regno Unito, però non è immediata. Dal giorno del referendum ad oggi, quindi quasi tre anni dopo, ancora non si sono riusciti a trovare gli accordi necessari da permettere l’avvenuta messa in atto della manovra. Facciamo quindi uno storico di tutti i passaggi ed i motivi ostacolanti di questo processo.

Partendo dall’inizio, come abbiamo già detto, il 23 giugno del 2016 i cittadini del Regno Unito sono stati chiamati per votare al referendum relativo all’uscita del paese dall’Unione Europea, referendum che ha portato alla vittoria del “si”.

Qualche giorno dopo, dunque, si riunisce il Consiglio Europeo a discutere dell’esito del referendum.

Il 2 ottobre del 2016 la prima ministra inglese, Theresa May, dichiara che il Regno Unito avvierà formalmente il processo negoziale in vista dell’uscita dall’UE entro fine marzo 2017.

Arriviamo quindi alla famosa dichiarazione di Tusk, che cito “hard Brexit o no Brexit”, in cui afferma che il compito principale durante i negoziati per la Brexit sarà quello di tutelare gli interessi dell’UE e di ciascuno dei suoi 27 Stati membri.

Dopo questa dichiarazione seguono una serie di incontri che portano al 29 marzo 2017, giorno in cui il Regno Unito attiva formalmente l’articolo 50 per uscire dall’UE.

Ora possono quindi prendere avvio i negoziati, il 19 giugno, dopo che il Consiglio “Affari generali” designa la Commissione europea come negoziatore dell’UE, Michel Barnier (capo negoziatore dell’UE) e David Davis (ministro per l’uscita dall’Unione Europea), avviano il primo ciclo di negoziati sulla Brexit. Oltre alla struttura dei negoziati e alle questioni imminenti, l’avvio dei negoziati si incentra sui seguenti temi:

Quello di giugno è stato solo il primo di una serie di incontri necessari per andare a trovare un accordo di uscita del paese, con l’obiettivo di minimizzare i danni conseguenti all’attivazione dell’articolo 50, danni prevalentemente relativi all’economia del paese uscente (che approfondiremo in seguito), ma anche eventuali conseguenze relative ai diritti dei cittadini, ai confini della Gran Bretagna con gli altri paesi parte del Regno Unito, ma anche problemi relativi ad accordi e trattati, come ad esempio l’Euratom (trattato sull’energia atomica).

Si iniziano ad avere i primi progressi decisivi solo nel novembre del 2018, quindi più di un anno dopo dall’avvio dei negoziati. Durante l’incontro di novembre, infatti, si è ottenuto un progetto di accordo sul recesso del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dall’UE, che vede la procedura di firma e conclusione il 5 dicembre del 2018, e una bozza della dichiarazione politica sulle frontiere tra l’UE ed il Regno Unito concordata a livello dei negoziati.

Non essendo riusciti a trovare tutti gli accordi necessari, nel mese di marzo il Consiglio Europeo a 27 ha discusso ed approvato la proroga per la Brexit, ma già nei primi mesi di aprile la ministra Theresa May chiede al Consiglio europeo un’ulteriore proroga all’articolo 50 fino al 30 giugno 2019, precisando che il Regno Unito si sarebbe comunque preparato alle elezioni europee nel caso in cui fosse ancora parte del parlamento. Quindi, il Consiglio europeo straordinario svoltosi il 10 aprile 2019 ha concordato, sulla base della richiesta del Regno Unito, di concedere un’ulteriore proroga del termine ex art. 50 TUE, per consentire la ratifica dell’Accordo di recesso. Tale proroga dovrebbe durare solo il tempo necessario e, in ogni caso, non potrà andare oltre il 31 ottobre 2019 (c.d. flextension). Nel caso in cui l’Accordo di recesso venga ratificato da entrambe le parti prima di tale data, il recesso avverrà il primo giorno del mese successivo.

Inoltre, l’accordo di recesso non potrà essere rinegoziato e la proroga non può essere utilizzata per avviare negoziati sulle future relazioni tra UE e Regno Unito. In ogni caso, durante tutto il periodo di proroga il Regno Unito rimarrà Stato membro dell’UE con pieni diritti ed obbligazioni e può revocare la notifica del recesso.

Quindi il rinvio della Brexit, ha portato il Regno Unito a partecipare alle elezioni di maggio, andando ad occupare i 73 seggi spettanti, ed è proprio a causa di questi mancati accordi che, come avevano previsto i sondaggi, ha portato gli elettori ad abbandonare i conservatori per spostarsi al neonato partito “Brexit Party” guidato dall’euroscettico Nigel Farage, che si attesta il 33% dei voti, seguito da LibDem (21%), Labour (14%), Verdi (12%) e Tory (9%).

La vittoria da parte di euroscettici potrebbe portare a rendere ancora più complicato l’arrivo ad un accordo politico per la Brexit e dunque ad una maggioranza all’europarlamento.

Conseguenze economiche

La House of Commons Treasury Committee ha richiesto alla Bank of England la pubblicazione di un’analisi sugli effetti economici e finanziari che potrebbero avvenire dal distacco del Paese dall’Unione Europea, prendendo in analisi anche come le relazioni commerciali potrebbero reagire a questo cambio e tutti gli aspetti che potrebbero derivare da questo “withdrawal agreement”, considerando il fatto che il caso Brexit è unico, non ha precedenti nella storia.

Ovviamente l’impatto della Brexit dipenderà dalla direzione, dalla grandezza e dalla velocità con cui gli effetti di questa “reduce openness” avranno sull’economia britannica e questo dipenderà in larga parte dalla tipologia di accordi che l’Unione Europea riuscirà a stipulare con il Regno Unito.

Partendo dal primo punto, ovvero quello della direzione, la Bank of England afferma che è chiara la direzione che avrà questo fenomeno. L’economia britannica andrà inevitabilmente incontro ad un indebolimento della domanda e dell’offerta, un tasso di cambio più basso e quindi una più alta inflazione, affermando inoltre che gli effetti della Brexit sull’economia sono già in atto. Si è infatti già potuto notare un rallentamento della produttività, un deprezzamento della sterlina e un aumento dell’inflazione che ha “spremuto” i redditi reali.

Per quanto riguarda la grandezza, invece, si prevede una riduzione del commercio e degli investimenti diretti esteri che porteranno ad una riduzione della produttività, di conseguenza un’economia meno produttiva arriverà ad avere percentuali di tassazione molto più alti. Inoltre, rallentamenti all’economia sono spesso associati a condizioni finanziarie rigide e ad un incremento dell’incertezza, pesando di conseguenza sulla domanda, portando al seguente andamento: al diminuire della domanda, aumenta il tasso di disoccupazione.

Infine, condizioni economiche deboli tendono a ridurre l’immigrazione netta (tenendo presente che il Regno Unito è il sesto paese nella classifica mondiale per percentuale di immigrazione, secondo dei paesi membri dell’UE).

Per quanto riguarda il terzo punto, invece, quello relativo alla velocità di aggiustamento, è difficile fare una previsione data, appunto, la mancanza di precedenti. Gli ostacoli finanziari dovuti all’inserimento di dazi doganali prima inesistenti potrebbero causare ingenti danni, ma soprattutto ritardi per tutte quelle imprese che nei loro modelli non hanno mai previsto l’ostacolo doganale. Questo comporta un inserimento meno rapido del prodotto sul mercato.

Per evitare, o ridurre, tali ostacoli è necessaria una forte preparazione sia da parte delle aziende, che da parte delle infrastrutture inevitabilmente coinvolte (come porti e sistemi di trasporto).

Vi riportiamo di seguito i grafici del rapporto in questione sui possibili scenari relativi al PIL, all’inflazione ed alla disoccupazione, presi appunto dall’analisi della Bank of England.

  • GRAFICO A

Il grafico A mostra i possibili scenari del PIL prendendo in considerazione le diverse ipotesi possibili. La proiezione di colore grigia indica gli scenari dell’andamento del PIL a maggio 2016, quindi degli scenari pre-Brexit; mentre la proiezione di colore nero è relativa all’andamento ipotizzato dall’Inflation Reporter a novembre 2018.

Prendendo quindi come punto di riferimento queste due linee appena citate, vediamo le varie proiezioni in caso di possibili accordi economici più o meno stretti tra UK e UE.

Il grafico evidenzia che in caso di stipulazione di rapporti più stretti, quindi più vicini alla condizione di un Regno Unito ancora all’interno dell’Unione Europea, il PIL si posiziona sotto alla proiezione senza Brexit, ma sopra al rapporto stimato dall’Inflation Reporter. Mentre, in caso di stipulazione di accordi “meno stretti”, quindi con la presenza di accordi tra le due realtà, ma meno vicini a quelli della condizione del Regno Unito come paese membro dell’UE, nel corso degli anni si potrà notare comunque un buon incremento del PIL, ma al di sotto addirittura della proiezione dell’Inflation Reporter.

Le stime, invece, evidenziate in rosso, sono le possibili proiezioni in caso di mancati accordi tra le due realtà. Possiamo notare che il valore del PIL subisce un drastico calo dall’entrata in vigore della Brexit, con successivamente un lento rialzo ma che nel corso degli anni, fino al 2023, comunque non raggiunge i livelli ipotizzati in qualsiasi dei precedenti casi.

  • GRAFICO B

La medesima comparazione si può fare con il grafico B, relativo alla disoccupazione. In questo grafico possiamo notare come in caso di instaurazioni di partnership più o meno strette le proiezioni nel corso degli anni in analisi non si posizionano molto distante da quelle ipotizzate nel novembre 2018 dall’IR; avendo chiaramente degli effetti maggiormente positivi in caso di chiusura di rapporti più stretti tra le due realtà e leggermente negativi nel caso di chiusura di rapporti meno stretti. Quello che risalta maggiormente da questo grafico è la proiezione in previsione di stipulazione di accordi molto meno vicini all’attuale condizione, si può infatti notare come il Regno Unito toccherebbe alti livelli di disoccupazione, con un apice previsto tra il 2020 ed il 2021.

  • GRAFICO C

Nel caso del grafico C l’andamento ipotizzato dall’IR risulta seguire in maniera molto similare gli andamenti previsti in caso di stipulazione di accordi più o meno vicini alle condizioni pre-Brexit. Mentre in caso di mancata chiusura di accordi, o accordi meno “stretti” l’inflazione arriverebbe a picchi molto alti verso il 2020.

È inoltre da notare come nei primi due grafici ci sia una continuità abbastanza regolare nella crescita del PIL e nel calo della disoccupazione anche nello scenario Brexit. Mentre nel terzo grafico, si può notare come l’inflazione abbia subito un notevole aumento già dal referendum.  

La natura e il futuro del PIL, dell’inflazione e della disoccupazione dipendono in maniera significativa dalla natura del recesso e di eventuali futuri accordi commerciali tra UK e UE. Previsioni che sono indeterminabili al momento.

In ogni caso, la Bank of England, insieme agli istituti finanziari territoriali, sta mettendo in atto piani di emergenza in grado di sostenere la nazione nel momento di eventuale, necessità nell’effettivo momento di distacco tra queste due realtà.

Sitografia

Europa.eu – Tutti i paesi dell’UE in sintesi, https://europa.eu/european-union/about-eu/countries/member-countries/unitedkingdom_it

Consiglio dell’Unione Europea – Brexit,https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-uk-after-referendum/

Politico – European elections, https://www.politico.eu/2019-european-elections/united-kingdom/

Il sole 24 ore – Politica, https://www.infodata.ilsole24ore.com/2019/05/12/brexit-voto-europeo-senza-vince-perde/

Financial Times – The European Parlamient elections, https://ig.ft.com/european-parliament-elections-guide/

Bank of England – EU withdrawal scenarios and monetary and financial stability, https://www.bankofengland.co.uk/-/media/boe/files/report/2018/eu-withdrawal-scenarios-and-monetary-and-financial-stability.pdf

 

 

 

Europa e Italia: capire la paura e ritrovare il coraggio

Convegno di FONDACO EUROPA

Venezia, 22 Febbraio 2019

 

Introduzione di
PIER PAOLO BARETTA

Ringrazio Carlo Calenda di aver accettato l’invito di Fondaco Europa e di essere qui, con noi, oggi. La grande adesione al Manifesto “Siamo Europei” di singoli o  Associazioni, e di importanti forze politiche riformiste (tra cui il Partito Democratico), ci fa ben sperare che l’idea di Europa sia ancora viva nel cuore e nel futuro di molti.

Anche la numerosa partecipazione, a questo incontro, ci rincuora. Venezia vive da sempre della sua dimensione sovranazionale; della sua integrazione con il resto d’Europa e del mondo; della sua tolleranza e convivenza. E questa ne è la prova. Grazie!

E ringrazio “Fronte democratico”; “7 Luglio” e “Passaggi a Nord Est” per la partecipazione ed il contributo attivo al successo di questa serata.

L’interesse di molti, stasera, è anche rivolto agli effetti che l’iniziativa di Carlo Calenda può avere nella politica italiana, schiacciata nella tenaglia di una esuberante gestione del potere da parte di chi ci governa e da un persistente affanno della opposizione.

Dietro i fuochi di artificio di comportamenti irrituali e di  provocazioni, la maggioranza persegue una rivoluzione culturale e gestionale destinata a cambiare, sì, il Paese, ma in maniera illiberale e divisiva. L’intolleranza verso il “diverso”, meglio se di colore e di religione diverse; la complicità con le aree anti sistema (come le frange estreme del movimento dei Gilet gialli); il fastidio verso l’impresa e i sindacati;  la denigrazione delle Istituzioni democratiche (a cominciare dal Parlamento e – non lo dimentichiamo – dal Presidente della Repubblica); l’attacco a tutti gli apparati e i poteri indipendenti dello Stato (da ultima  la Banca d’Italia): sono gli ingredienti di questa escalation che ci preoccupa e che ha come obiettivo costante la  destabilizzazione dell’Europa.

A questo disegno generale bisogna contrapporre una nuova idea civica.

E, l’Europa è, per noi, un punto essenziale di questa…ripartenza.

L’Europa, in questi anni, ci ha offerto grandi, incontestabili, opportunità (l’Euro e Schengen su tutto…) ed ha impedito tragedie. Ma, si è appesantita, a causa di un allargamento disordinato; è gestita da una tecnocrazia competente, ma miope ed invadente; si è, troppo spesso, dimostrata disattenta ai bisogni locali e ai destini delle comunità; ed incapace di offrire soluzioni alle crisi regionali che la circondano. Perciò appare, agli occhi dei suoi cittadini, lontana, matrigna, inerte. Attaccata da ovest da parte di Trump che la vuole debole e da est da Putin che, semplicemente, … la vuole, sembra il famoso vaso di coccio.

L’Europa, dunque, è malata. Ma, come per ogni malattia, prima di decidere se è destinata a morte naturale o, addirittura, per eutanasia, come vorrebbero i sovranisti, dobbiamo stabilire la diagnosi.

Per formularla bisogna rispondere a tre domande, che giro, solo come spunto di riflessione, anche ai nostri interlocutori e a Carlo, in particolare.

1) Da cosa dipende la crisi dell’Europa?

2) Ha, l’Europa, ancora, le risorse, le energie, per riprendersi?

3) Senza Europa possiamo cavarcela lo stesso?

Da cosa dipende la malattia? Da obesità? Un eccesso di Europa, come sostengono, con formidabile efficacia comunicativa, i nuovi nazionalisti. O da anoressia? ovvero la carenza di Europa.

Gli Stati nazionali sono naturalmente portatori di interessi particolari, ma il gioco esasperato dei veti incrociati e del peso del più forte, ha offuscato, spesso, gli interessi comunitari. È successo per i flussi migratori; per le politiche di sviluppo; per la gestione del debito; per le controversie sulle politiche industriali e commerciali; per l’assenza di una comune politica estera, in primis verso la Russia.

Il processo di unificazione e di integrazione, nato per necessità sulle ceneri della tragedia bellica, si è, poi, sviluppato con passione, fino a diventare realtà e sentimento comune. Ma, si è frantumato a causa del prevalere, non degli interessi legittimi dei diversi popoli, ma di egoismi parziali e localistici.

E, così, quando, dopo la caduta del muro, si avviò il grandioso processo di unificazione della Germania; o quando fu introdotto l’Euro; o furono varati Maastricht, Schengen o il trattato di Lisbona, non abbiamo saputo cogliere l’occasione per operare un salto di qualità che rendesse più robusta l’unione politica, che ne era la logica conseguenza. Attraverso, ad esempio, l’elezione diretta del Presidente del Governo Europeo. O attraverso una realistica proposizione degli Stati Uniti d’Europa: una federazione che riconosce le differenze, le apprezza, ma le mette insieme, con regole condivise, oltre l’unanimismo nelle decisioni.

Una Europa come “patria delle patrie”, che sa apprezzare e valorizzare le Storie e le potenzialità di ciascuno dei suoi membri; ma, al tempo stesso, porta a sintesi questa straordinaria varietà di esperienze.

E chi è stato responsabile di queste mancate scelte? La troppa Europa o il troppo nazionalismo?

Il nostro vecchio (per Storia e per demografia) Continente ha, ancora, le energie per ripartire ed un ruolo da svolgere nella ridefinizione dello  scacchiere mondiale, in subbuglio?

Io rispondo di sì. Innanzitutto proprio perché l’Europa è depositaria del principale patrimonio artistico e culturale, che la rende sempre più meta di visitatori; e perché è produttore e consumatore di beni che esporta ed importa da tutto il mondo, fino ad essere, tutt’ora, il primo mercato globale. Questa forza è stata costruita attraverso un modello di economia sociale di mercato, di Stato sociale, di democrazia economica, che è parte della identità europea e che, sia pure logorato e da riformare, appare, sempre più, il solo in grado di dare una risposta equilibrata agli scompensi della globalizzazione: benefica se ben guidata; dannosa se lasciata senza regole. E’ quando abbiamo deviato da questo modello che ci siamo persi, interrompendo il rapporto tra i cittadini e l’Europa.

Se possiamo vivere senza Europa (che era la terza domanda) ha risposto… la Brexit: da soli non si va da nessuna parte.

E noi, che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa; che il 66% delle nostre esportazioni vanno in Europa; che deteniamo il più importante brand del mondo: il Made in Italy; che siamo il primo Paese al mondo per patrimonio artistico e il… giardino d’Europa (tant’è che, nel 2018, abbiamo ricevuto 216 milioni di turisti); che,  data la nostra naturale posizione geografica nel mediterraneo (che non porta solo migranti), godiamo di una potenzialità logistica straordinaria (terminale naturale della via della seta, anche se… senza Tav o infrastrutture….), pensiamo, davvero, che tanto vantaggio competitivo sia compatibile con una visione autarchica?

Ci sono voluti pochi mesi perché la Gran Bretagna si rendesse conto di quanto fosse scriteriata un’idea di questo tipo in un mondo globale e ci sono volute poche settimane perché Salvini abbia ricevuto, proprio dai suoi amici, sui migranti e  sul  deficit di bilancio, la  dimostrazione che scelte isolazioniste non vanno da nessuna parte.

Se, dunque, queste sono le risposte, dobbiamo essere conseguenti: non ci resta che procedere verso una maggiore integrazione europea, non verso la sua dissoluzione.

Ma, per riuscirci serve anche una prospettiva politica di breve, che si misura con le prossime scadenze elettorali. Romano Prodi – nel lanciare la sua proposta, che sosteniamo, di esporre tutti, il 21 marzo, la bandiera dell’Europa – ha auspicato che nelle prossime elezioni europee si confrontino ampie coalizioni. Paolo Gentiloni prospetta un largo fronte unitario europeista del centrosinistra. Carlo Calenda ha lanciato “Siamo europei”.  Ci inseriamo in questo filone.

Non spetta a noi, qui, stasera, discutere delle forme con le quali ci auguriamo si concretizzi questa prospettiva; ma sosteniamo l’idea di un campo largo che si  unisca, in una prospettiva progettuale ed  elettorale, per  raccogliere tutti coloro che credono nell’Europa e si battono per il suo miglioramento.

Non confondiamo il consenso di cui godono le forze nazionaliste e sovraniste, oggi al governo in molti paesi, tra cui l’Italia, sui temi economici e dei migranti, con la loro posizione sull’Europa. Quando si parla di Europa le cose cambiano. La critica all’Europa è aspra, diffusa, a volte irrazionale,  ma non arriva, per la maggior parte degli italiani, a contemplare l’uscita  dall’euro e dall’Unione.  Nella recente vicenda, che ha visto il nostro governo retrocedere nel negoziato con la  Commissione europea sui saldi di bilancio, una buona parte dei cittadini riteneva necessaria un’intesa con questa Europa.

Questo non riduce la necessità di cambiare profondamente L’Europa e non rende   più facile la battaglia elettorale che ci attende, ma ci dice che, per la maggior parte  degli italiani, l’Europa resta un orizzonte turbolento, ma irrinunciabile.

Basta, dunque, indugi e prudenze. Mobilitandoci per una nuova Europa. Rivolgiamoci alla tanta gente che è delusa, che si è allontanata dalla politica (a cominciare dal voto!); a coloro, ancor più  numerosi, che non condividono le politiche (e gli atteggiamenti) che ci vengono proposti, ogni giorno, ma che  non trovano ancora risposta alla loro domanda di partecipazione civica. Mobilitiamoci per riunire ciò è diviso; risvegliare chi è assopito, incoraggiare chi è intimorito.

Serve una piattaforma che costituisca il  programma condiviso di questa avventura.

Dieci anni di crisi economica e sociale hanno sfibrato la fiducia  verso la crescita, la  solidarietà, la uguaglianza.  In una parola: verso il futuro. Dobbiamo rilanciare i valori di  riferimento che scuotano le coscienze. Una crescita equa e sostenibile; Il  lavoro e l’impresa; la lotta alla disoccupazione, alle disuguaglianze, alla  povertà e alla emarginazione sociale; l’accoglienza nella sicurezza: non  devono essere motivo di divisione tra i progressisti e i riformisti, più o meno  moderati, più o meno radicali…

Forse, nemmeno l’Europa da sola può bastare a questo scopo; ma senza  Europa, o con un’Europa malata, debole o compromessa, questo futuro non ci sarà. 

Verso le Elezioni Europee 2019

VERSO IL 26 MAGGIO. PERCHé L’EUROPA RESTA LA VIA DA PERCORRERE

A Roma, tre iniziative organizzate dal mondo associativo e civico hanno gettato le basi per un nuovo progetto europeo

di Pier Paolo Baretta

Le elezioni europee si avvicinano. E la fase politica che attraversiamo conferma la loro importanza, preannunciando una campagna elettorale particolarmente accesa. Se, da un lato, appare chiaro il tono aggressivo e dirompente con il quale giocheranno le loro carte i nazionalisti, non è altrettanto chiaro il modo con il quale gli europeisti condurranno la loro battaglia. Si chiuderanno in difesa di un’Europa necessaria, ancorché debole e invisa a molta parte della pubblica opinione? Lanceranno generici e inefficaci messaggi sulla unità politica dell’Europa? O riusciranno, finalmente, a proporre un modello istituzionale, economico e sociale che rilanci l’idea originale di una “patria delle patrie”, di una comunità di popoli con identità e storie secolari, ma che condividono valori di pace e benessere, che solo attraverso una prospettiva europeista possono essere realizzate?

Nella ricerca di una risposta a questi quesiti vanno segnalati tre appuntamenti pubblici che si sono svolti nelle ultime settimane a Roma, a organizzarli realtà del mondo associativo, civico e sindacale. Il 23 ottobre è stata la volta di “Per un’altra Europa”, convegno organizzato dall’associazione Res (Riformismo e solidarietà); Il 12 novembre, nell’Aula Magna del Rettorato della Sapienza, sei associazioni – Fondazione Achille Grandi, Fratelli Rosselli, Koiné, l’Italia che verrà, Mondo operaio e ReS – hanno dato vita a “Italia, Europa: un nuovo riformismo”; infine, il 30 novembre, si è tenuto il convegno “La nostra Europa”, organizzato da un gruppo di Associazioni e Fondazioni di ispirazione cattolica, Acli, Azione Cattolica, Comunità Sant’Egidio, Confcooperative, Fondazione Ezio Tarantelli della Cisl, Fuci e Istituto Sturzo.

Prima ancora dei contenuti emersi nei convegni, è opportuno rilevare il filo conduttore che lega questa pluralità di soggetti a una comune visione politico-sociale. Sia le associazioni di ispirazione laico-socialista sia cattolica condividono la cultura riformista e la democrazia rappresentativa. Non è poco in un’epoca di radicalismi e plebiscitarismo.

È stata proprio la constatazione della crisi del riformismo a far muovere gli organizzatori dei tre avvenimenti. L’inadeguatezza delle risposte riformiste, nella drammatica crisi economica del 2008, ha trovato conferma politica nella Brexit, nelle elezioni di Trump e di altri leader nazionalisti nel mondo e, qui da noi, col voto del 4 marzo.L’Europa è al centro di questa crisi. Il modello sociale europeo, infatti, è stato, con l’economia sociale di mercato e lo Stato sociale, il paradigma sul quale si sono costruite le speranze post-belliche. Assumere l’Europa (e le imminenti elezioni) come la piattaforma per un nuovo progetto riformista è stato, quindi, un passaggio naturale.

Ma quale Europa e come affrontare la prossima scadenza elettorale? A questa seconda domanda ha risposto Romano Prodi nell’iniziativa delle sei associazioni, alla quale erano presenti centinaia di giovani studenti. È in questa occasione che Prodi ha lanciato l’idea di un confronto tra i due campi di centrosinistra e di centrodestra per riprendere il terreno di gioco ora occupato dai… sovranisti. Alla condizione, però, che entrambi gli schieramenti si muovano uniti al loro interno con un unico candidato Presidente. A sorreggere questa scelta serve un programma, che è stato delineato nella relazione di Raffaele Morese e negli interventi, in particolare, di Anna Maria Furlan e Mauro Magatti.

La prospettiva di un fronte europeista largo, oltre gli attuali partiti, era stata prospettata pure da Paolo Gentiloni nel convegno di Res di ottobre, nel quale l’esigenza di una nuova architettura istituzionale (poi avanzata da Merkel e Macron) era stata disegnata dal docente della Luis, Sergio Fabbrini. Non solo però architettura istituzionale, ma anche quella che potremo definire “architettura etica” è emersa nel convegno delle associazioni cattoliche e, in particolare, nell’introduzione del cardinale Bassetti, Presidente della Cei. Ritrovare l’anima dell’Europa e le sue radici. Il punto non è ideologico. Parlare di radici cristiane non vuol dire tanto religiose, ma, come ha ricordato Magatti, civiche. I valori di solidarietà e fraternità, assieme a quelli di uguaglianza a e libertà sono propri anche della rivoluzione francese. Identità rinnovata e istituzioni riformate per fare dell’Europa il motore del nuovo modello economico e sociale, che ci appare indispensabile realizzare dopo la desertificazione prodotta dalla crisi economica globale, come ci ha ricordato Andreatta. Un’economia sostenibile (Giovannini) e un’integrazione sicura (Allievi) sono le due gambe contro la grande paura che alimenta i nazionalismi.

Insomma, agli europeisti spetta il duro, ma affascinante compito di disegnare l’Europa prossima ventura. Solidi valori costitutivi, rinnovato impianto istituzionale federale, governo europeo legittimato dal voto popolare, politiche estere, di bilancio e fiscali cooperative, modello sociale fondato sulla solidarietà e la sussidiarietà sono i paradigmi perché il nostro antico continente, che è tutt’ora il primo mercato del mondo, ritrovi il protagonismo che gli consenta di contribuire alla grande transizione storica, da una globalizzazione frantumata a un nuovo equilibrio di potenze (Cina, Russia, Usa, Brasile, …).

Parlare agli europei di tutto ciò nei prossimi mesi vuol dire ritrovare un orgoglio smarrito; ma vuol anche dire rispondere alle questioni della quotidiana condizione di vita che la crisi ha lasciato aperte per milioni di persone.

A questo compito vanno dedicate le energie di tutti in previsione del voto di maggio.

L’Italia e l’Euro

LE DIFFICOLTA’ DELL’ECONOMIA ITALIANA NON DIPENDONO DALL’EURO
di Maurizio Scarpa

La mediocre performance dell’economia italiana degli ultimi anni (il PIL pro capite è ancora inferiore a quello del 2000) non è dovuta all’euro, ma a problemi strutturali.
Lo sostiene Valentina Romei in un articolo del Financial Times ripreso da l’Internazionale del 22 Novembre 2018.

Secondo l’autrice i principali problemi strutturali sono:

I bassi livelli di produttività, innanzitutto, legati alla conduzione familiare delle aziende italiane: il 95% di queste ha meno di dieci dipendenti (fonte: osservatorio della commissione europea sulle piccole e medie imprese); il loro valore aggiunto per dipendente è tra i più bassi in Europa e continua a diminuire.

Le carenze del sistema dell’istruzione, in secondo luogo: in Italia le “competenze medie in scienze, matematica e capacità di lettura dei quindicenni” sono le peggiori in Europa (anche se in linea con gli Stati Uniti); il Paese vanta inoltre un enorme abbandono scolastico (il maggior numero di persone tra i 15 e i 34 anni in Europa che non lavorano né studiano) ed il minor numero di laureati del continente.

L’inefficienza dello Stato e dei servizi pubblici (il peggior “indice sullo stato di diritto 2017-2018 tra i paesi ad alto reddito nel mondo), inoltre, che impedisce, fra l’altro, alle aziende straniere di investire in Italia.

Infine, il costo degli interessi sul debito pubblico (i più alti in Europa in percentuale del PIL): “Il debito dell’Italia assorbe una grande quantità di risorse economiche riducendo i fondi per le infrastrutture e per gli investimenti industriali”.

Europa e legge di bilancio

IL NORDEST HA UN’ALLEATA PER CORREGGERE LA MANOVRA
di Gianluca Toschi

La maggioranza (risicata ma pur sempre maggioranza) dei cittadini del Nord Est ritiene che sia meglio rimettere mano alla legge di bilancio come richiesto dall’Unione Europea.
Come possono essere interpretati i risultati dell’Osservatorio Nord Est? L’ipotesi più immediata è che l’idea di andare allo scontro con l’UE, imboccando un percorso che non si sa a quali esiti possa portare, spaventi i cittadini del Nord Est. Una posizione simile, quindi, a quella registrata dall’Osservatorio poche settimane fa sull’Euro quando il 75% della popolazione si dichiarava contraria all’uscita dalla moneta unica. Aprire una dura battaglia con le istituzioni europee o uscire dall’Euro apre prospettive inedite caratterizzate da grande incertezze: due scenari che i cittadini del Nord Est preferiscono evitare.
La seconda ipotesi è che gli elettori nordestini credano sia meglio rivedere la legge di bilancio perché il mix di misure proposte non li convince. Dei sei provvedimenti sondati solamente due vedono il favore della maggioranza degli elettori (la necessità di bloccare l’aumento dell’IVA e l’abolizione della legge Fornero). Il condono fiscale e il reddito di cittadinanza, invece, non scaldano i cuori. Si dichiara favorevole a questi due provvedimenti solamente un cittadino su tre del Nord Est. In un territorio in cui esiste una forte condivisione culturale del ruolo dell’impresa appare diffusa la sensazione che nella legge di bilancio alle imprese sia destinato un ruolo marginale. Andare allo scontro con l’UE rappresenterebbe, quindi, una battaglia da combattere per difendere una politica economica di cui non si è convinti pienamente o, ribaltando la prospettiva, l’UE fornisce la possibilità di rivedere una legge di bilancio che contiene alcuni provvedimenti che piacciono poco: una sorta di “ce lo chiede l’Europa” vista dal lato degli elettori.

I primissimi risultati di un sondaggio Eurobarometro usciti venerdì scorso forniscono una chiave di lettura aggiuntiva. Secondo tale sondaggio gli italiani tenderebbero a fidarsi più dell’Unione europea che del governo. Nella maggioranza delle regioni italiane, oltre un cittadino su due (50-65%) dichiara, infatti, di credere nell’Unione europea, mentre solo una quota tra il 35 e il 50% si fida del governo nazionale. Un risultato decisamente a sorpresa dopo quelli usciti poche settimane fa che evidenziavano che in caso di referendum sull’uscita dall’Ue, solamente il 44% degli italiani avrebbe votato per restare. Certo, per vedere se siamo davvero in presenza di un cambiamento di tendenza sarà necessario analizzare in dettaglio i risultati dell’Eurobarometro. Di sicuro il quadro appare più complesso di come si presentava fino a poche settimane fa.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 14 novembre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

https://www.ilgazzettino.it/

http://www.demos.it/