Brexit: il convegno del 10 giugno a Venezia

“Brexit, cosa rischia l’Unione Europea”: è il tema del convegno, organizzato da Fondaco Europa, che si è tenuto a Palazzo Franchetti, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti. Ne discutono David Sassoli, vicepresidente del Parlamento Ue, Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia e Sergio Fabbrini, politologo dell’Università Luiss di Roma. I lavori sono stati introdotti da Tiziana Lippiello, prorettore vicario dell’ Università di Ca’ Foscari.

Brexit – quale alternativa alla negoziazione astiosa?

Il commento di Sergio Fabbrini, componente del comitato scientifico di Fondaco Europa apparso su “Il Sole 24 Ore” di domenica 26 giugno.

La negoziazione per fare uscire il Regno Unito dall’UE richiederà una negoziazione contrastata e astiosa tra Londra e Bruxelles. Vediamo perché cominciando da Londra. L’esito del referendum non è vincolante sul piano legale. Il Regno Unito è un paese a sovranità parlamentare. Solamente un atto approvato dal parlamento di Westminster può avere un valore legale. Il premier Cameron informerà martedì prossimo i suoi colleghi primi ministri dell’esito del referendum, ma si tratterà di una comunicazione informale. Per poter attivare l’Art. 50 del Trattato di Lisbona (che regola la secessione di uno stato membro dall’UE) è necessaria una decisione formale del parlamento britannico. Cameron, nel suo discorso di dimissioni, ha detto che non sarà lui ad avviare la discussione a Westminster. Rimarrà in carica fino all’ottobre, quando si terrà la conferenza annuale del suo partito. In quell’occasione, un nuovo primo ministro e segretario di partito verrà eletto. Spetterà quindi a quest’ultimo decidere quando attivare l’Art. 50. Per farlo dovrà però avere l’approvazione di Westminster, ma lì non c’è una maggioranza per abolire l’atto di adesione all’UE (allora CEE) del 1972 e sostituirlo con un atto che formalizzi la separazione dall’UE. Se i parlamentari del partito conservatore, che hanno sostenuto Cameron nella sua campagna per rimanere, non voteranno il nuovo atto di separazione, allora le cose si complicheranno. Infatti, poiché Westminster ha approvato nel 2011 una legge (Fixed-term Parliaments Act) che impone di tenere le elezioni parlamentari ogni cinque anni a scadenza fissa (le ultime si sono tenute nel 2015), il nuovo primo ministro non potrà sciogliere il parlamento per crearsi una nuova maggioranza a favore dell’atto di secessione. Prima dovrà cambiare la legge del 2011. E ciò aprirà nuove divisioni. Nel frattempo, il Regno Unito continuerà ad essere membro dell’UE, al punto che potrebbe presiederla nel secondo semestre del 2017. Una situazione paradossale che fa però il gioco dei favorevoli a Brexit. Per loro è molto più conveniente negoziare dall’interno, piuttosto che dall’esterno, dell’UE. Dall’interno possono utilizzare i loro poteri di ricatto (se non accettate questa richiesta blocchiamo quella trattativa), dall’esterno sarebbero un paese contro 27 altri paesi. Insomma, potrebbe passare parecchio tempo prima di attivare l’Art. 50, che a sua volta prevede due anni per concludere la negoziazione.
Ciò non andrebbe bene a Bruxelles. Infatti, è interesse di Bruxelles accelerare la negoziazione. Più la negoziazione tarda, più altri stati membri (come la Svezia e la Danimarca) potrebbero farsi contagiare dalla voglia di uscire. Per di più, non sarà facile far funzionare le istituzioni comunitarie con il Regno Unito ancora membro dell’UE, quando si sa che ha deciso di uscirne. Però, se il Regno Unito tarderà a notificare la sua decisione di secessione dall’UE, non è chiaro quali strumenti Bruxelles potrebbe utilizzare per obbligarlo a farlo prima possibile. Comunque, una volta che il Regno Unito formalizzerà la sua domanda di secessione, cosa dovrà fare l’UE? L’art. 50 non entra nei dettagli. Sicuramente il Consiglio europeo dei capi di stato e di governo dovrà accogliere quella richiesta. Il Consiglio europeo incaricherà poi la Commissione europea ad avviare il negoziato con il nuovo governo britannico, sotto la supervisione del Consiglio dei ministri. Tuttavia, poiché il negoziato riguarderà un numero notevole di materie di natura commerciale, è improbabile che il Consiglio europeo possa dare un preciso mandato alla Commissione per concludere il negoziato in due anni. Su ognuna di quelle materie (ad esempio, i 54 accordi commerciali da rinegoziare) gli interessi dei governi del Consiglio europeo differiscono. Così come differiscono i loro interessi politici, con alcuni governi che ‘vogliono farla pagare agli inglesi’ (per spaventare gli euro-scettici di casa propria) ed altri governi che spingeranno invece verso soluzioni pragmatiche e di compromesso. Due anni non basteranno e il Consiglio europeo dovrà allungare la scadenza. Nel frattempo, la Commissione si troverà in mezzo a pressioni contrastanti, che sarà arduo ricomporre. Per di più, la negoziazione con il Regno Unito richiederà risorse e tempo, al punto che la Commissione dovrà probabilmente trascurare gli punti della sua agenda (come il piano di investimenti e la stessa unione bancaria). In una situazione in cui la crisi non è ancora superata, ciò aumenterà ulteriormente il malessere dei cittadini degli altri 27 paesi nei confronti dell’UE e dell’impotenza decisionale delle sue istituzioni.
Insomma, nei prossimi anni, sia il Regno Unito che l’UE saranno assorbiti da una negoziazione incerta e astiosa. Le élite politiche di Londra e di Bruxelles, come i sonnambuli che portarono l’Europa alla prima guerra mondiale, non sono riuscite ad anticipare questa crisi, né riescono oggi a proporre una via d’uscita. Dirà qualcuno, cosa mai si potrebbe proporre con le elezioni francesi che si terranno il prossimo maggio, quelle tedesche il successivo settembre e l’Italia concentrata sul suo referendum costituzionale? Eppure, non ci si deve rassegnare alla disintegrazione dell’Europa. Invece di perdere anni in negoziati astiosi, si dovrebbe far partire subito un’iniziativa politica per riformare i trattati (che comunque la negoziazione tra il Regno Unito e l’UE obbligherà a rivedere). Una riforma che distingua tra un’unione del mercato comune (basata su un trattato interstatale leggero, accettabile dai britannici come dai polacchi) ed un’unione politica (basata su un “Political Compact”). Quest’ultima dovrebbe dare vita ad un governo democratico, dotato di una sua capacità fiscale autonoma, per gestire cruciali politiche come quella della difesa, della sicurezza, del controllo delle frontiere, dei rifugiati, della politica economica. I sei paesi fondatori o i 19 paesi dell’Eurozona dovrebbero incontrarsi a Roma l’anno prossimo per celebrare i Trattati del 1957 con una dichiarazione che li impegni a creare un’unione politica secondo scadenze precise. In momenti di crisi esistenziale, il realismo non basta. Ci vuole una visione. E il coraggio di promuoverla.

Brexit: il giorno dopo

Pubblichiamo alcune dichiarazioni dei componenti del comitato scientifico di Fondaco Europa sul risultato del referendum.

 

“La decisione britannica di lasciare l’Unione Europea e’ deplorevole, ma è stata presa democraticamente e va rispettata. I paesi membri dell’Unione hanno ora l’opportunità di proseguire sulla via dell’unificazione politica dell’Europa senza più esitare.”

Luisella Pavan-Woolfe
Consiglio d’Europa
Direttore dell’ufficio di Venezia

 

“Il risultato del referendum inglese non deve stupire più di tanto. Gli inglesi, perlomeno la provincia ed i settori più tradizionali della società inglese, non hanno mai avuto un serio senso di appartenenza all’Europa.  Certo che si poteva sperare in una crescita dei gruppi più avanzati, ma, evidentemente, la scommessa di Cameron è stata molto prematura ed improvvisa.

Quello che mi ha stupito, invece, di questa vicenda sono stati altri aspetti:

1) la forte divisione della società inglese, non solo fra città e periferia, ma anche fra giovani e anziani e, soprattutto, fra Inghilterra, Scozia e Irlanda.  C’è da aspettarsi nei prossimi mesi una forte instabilità nel Regno Unito ed il riemergere, si spera non violento, delle contrapposizioni fra i diversi Paesi ed anche gruppi di appartenenza religiosa.

2) la reazione dei vertici europei: ci dispiace, ma fuori subito.  Ossia, negoziati per l’uscita molto veloci. Il negoziato sarà molto complesso e si poteva pensare ad una strategia, nel tempo, di recupero dell’opinione britannica una volta che si comincino a manifestare le conseguenze negative della Brexit, per esempio l’uscita dal Paese, magari verso la Repubblica di Irlanda, di alcune importanti istituzioni finanziarie.

C’è da sperare che sia una strategia volta non solo a ridurre l’incertezza, ma soprattutto a spronare i Capi di Governo a mostrare subito la loro intenzione di sostenere con più convinzione l’approfondimento del processo di integrazione europea.”

Gabriele Orcalli
Professore di Economia dell’Integrazione Europea
Università di Padova

Brexit: inizio della fine o inizio della rinascita

Qualche settimana fa avevamo tirato un sospiro di sollievo dopo il risultato delle elezioni presidenziali in Austria, stanotte ci eravamo coricati con notizie che sembravano preludere ad una vittoria del remain: il risveglio è stato scioccante.

Quello che si può dire è che questa battaglia è stata vinta dall’Europa della paura, dall’Europa degli egoismi, dall’Europa fiaccata da una troppo lunga crisi economica e sociale.

Ma si badi bene: si tratta appunto di una battaglia, non della guerra.

Ora sta a tutti noi, e in primis alle classi dirigenti, rimettere i cocci a posto: non sarà facile, ci vorrà pazienza, tenacia, sguardo lungo e anche gusto del rischio. Si, proprio quello sguardo lungo e gusto del rischio di cui sembrano difettare parte delle leadership politiche oggi alla guida dei più importanti paesi europei.

Sapranno costoro essere all’altezza della sfida che hanno di fronte?

Sapranno spiegare che il nostro futuro è o nello stare insieme o nel decadere?

Sapranno rispondere all’appello che Papa Francesco rivolgeva loro solo poche settimane fa in Vaticano dicendo:

“Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”

Forse l’unico aspetto “positivo” del risultato di questo referendum sta nell’aver riportato al centro del dibattito la questione Europa unita.

Staremo a vedere.

Noi, consci del nostro piccolo ruolo, intendiamo fare la nostra parte.

 

Arcangelo Boldrin
Presidente di FONDACO EUROPA

Brexit: l’impatto economico

Che impatto avrà l’uscita del Regno Unito sull’economia britannica? e su quella dell’Europa? Negli ultimi mesi sono usciti diversi studi che stimano l’impatto della Brexit. L’OCSE, PWC, il CEP – Centre for Economic Performance della London School of Economics sono concordi: l’uscita dall’UE provocherà effetti negativi sulla ricchezza del Regno Unito. Un solo studio calcola effetti positivi, quello di Patrick Minford, un lavoro pesantemente criticato da Ottaviano e altri su VoxEu.

In poche righe provo a sintetizzare i risultati ottenuti dal CEP.

I fatti. L’Unione Europea è il principale partner commerciale del Regno Unito. Nel 2014 il 45% delle esportazioni britanniche era diretto ai paesi dell’UE, il 53% delle importazioni proveniva dal continente europeo.

L’impatto. L’eventuale Brexit ridurrà i flussi commerciali a causa dell’aumento delle tariffe e delle barriere non tariffarie (normative tecniche, regolamenti…) più elevate. Di quanto? Gli economisti del CEP stimano due scenari: uno ottimistico, in cui il Regno Unito riesce a limitare l’impatto della Brexit negoziando accordi simili a quelli in vigore tra Norvegia e UE, l’altro pessimistico, in cui i rapporti tra UK e UE sono regolati dalle norme del WTO. Vengono calcolati anche gli impatti positivi derivanti dall’uscita, rappresentati dal risparmio sulla quota che ogni anno il Regno Unito versa per contribuire al bilancio europeo.
L’analisi stima una riduzione del reddito pro-capite pari a 1,28% nello scenario più positivo e 2,61% in quello più negativo.

La Brexit ha anche un impatto negativo sugli altri paesi europei. L’UE nel suo complesso perderà tra 0,12 e 0,29% del PIL, i paesi extre UE (che beneficeranno dello spostamento di una parte dei flussi commerciali) guadagneranno tra 0,01% e 0,02% del PIL.

L’impatto nel lungo periodo. L’uscita dall’UE, nel lungo periodo, potrebbe portare a una riduzione della produttività del sistema britannico (via riduzione del livello di concorrenza e quindi di effiicienza). Una volta considerati questi effetti il CEP arriva a stimare una perdita tra 6,3% e 9,5% del PIL.

Restano da stimare gli impatti che l’uscita avrà, ad esempio, sulle migrazioni e sugli investimenti dall’estero. Rimaniano in attesa dei prossimi lavori. Intanto qualcosa si può dire su uno dei cavalli di battaglia di chi ha sostenuto l’uscita. Brexit garantirebbe norme migliori e più snelle di quelle europee. Che effetti, positivi, potrebbe produrre? 0,9% nella migliore delle ipotesi. Ben al di sotto dei costi dell’uscita.

 

Gianluca Toschi
Professore a contratto di Economia dell’Integrazione Europea
Università di Padova
Fondaco Europa – Comitato scientifico