AGENDA GLOBALE 2030 e gli obiettivi sostenibili I vantaggi competitivi dell’EU

Nel settembre 2015, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i paesi di tutto il mondo hanno sottoscritto l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile (Agenda 2030 delle Nazioni Unite) e i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (in inglese Sustainable Development Goals- SDGs), decidendo così un elenco concreto di “cose da fare per le persone e il pianeta”1. I leader mondiali si sono impegnati a eliminare la povertà, proteggere il pianeta e garantire pace e prosperità per tutti. Gli SDGs, insieme all’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, costituiscono la tabella di marcia per un mondo migliore. L’UE è una delle forze trainanti dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e si è pienamente impegnata a darvi attuazione. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile non sono un obiettivo di per sé, ma fungono da bussola e da mappa, offrendo la necessaria prospettiva a lungo termine, che trascende le campagne elettorali. Ci aiutano a orientarci per sostenere democrazie solide, costruire economie moderne e dinamiche e contribuire a un mondo con un migliore tenore di vita, disuguaglianze in diminuzione e la garanzia che nessuno venga lasciato indietro, rispettando allo stesso tempo i limiti del nostro pianeta e assicurandolo alle generazioni future.

Quali sono i 17 obiettivi sostenibili

1 La mia regione, la mia Europa, il nostro futuro: settima relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale, 2017. Disponibile al seguente indirizzo: https://ec.europa.eu/regional_policy/sources/docoffic/official/reports/cohesion7/7cr_it.pdf

I target calati nella realtà nazionale1

In Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 28,9%, in diminuzione rispetto all’anno precedente. La povertà di reddito riguarda il 20,3% della popolazione; la grave deprivazione materiale il 10,1% e la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è del 11,8%. La situazione appare in miglioramento, ma le disparità regionali sono molto ampie.

In Italia, un bambino su tre (6-10 anni) è in sovrappeso, ma la tendenza è al miglioramento. In agricoltura, continua ad aumentare la superficie investita in coltivazioni biologiche e diminuisce l’impiego dei fitofarmaci, ma aumentano anche le emissioni di ammoniaca, tornate ai livelli del 2010, e non diminuisce l’impiego dei fertilizzanti. Continua a ridursi, inoltre, l’indice di orientamento all’agricoltura della spesa pubblica.

L’Italia ha da tempo raggiunto l’obiettivo definito dalle Nazioni Unite per la mortalità neonatale e per la mortalità sotto i 5 anni, collocandosi tra i Paesi con la più bassa mortalità infantile in Europa.

Gli ultimi dieci anni hanno portato un diffuso avanzamento sul fronte dell’istruzione inclusiva, ma l’Italia è ancora agli ultimi posti in Europa per numero di laureati, tasso di abbandono e competenze. Il tasso di abbandono è salito per il secondo anno consecutivo e si attesta, nel 2018, al 14,5%. Permangono consistenti differenze territoriali a svantaggio del Mezzogiorno e dei maschi. Per le donne la quota delle 30-34enni laureate è del 34%, mentre per gli uomini è del 21,7%.

Diminuisce la violenza contro le donne, ma ne aumenta la gravità e rimane stabile la violenza estrema. Il divario di genere è ampio, pur se in diminuzione nel lavoro domestico e di cura non retribuiti. Riguardo alle donne nei luoghi decisionali, economici e politici, emergono segnali positivi, ma la presenza resta bassa.

L’Italia presenta il maggiore prelievo di acqua per uso potabile pro capite tra i 28 Paesi dell’Unione europea: 156 metri cubi per abitante nel 2015. Nel 2015 sono stati prelevati 9,5 miliardi di metri cubi d’acqua per uso potabile, ma solo 8,3 sono stati immessi nelle reti comunali di distribuzione e 4,9 sono stati erogati agli utenti, corrispondenti a 220 litri per abitante al giorno. L’efficienza della rete di distribuzione dell’acqua potabile è in peggioramento. Nel 2018 il 10,4% delle famiglie ita- liane lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nelle loro abitazioni.

L’Italia, storicamente caratterizzata da una contenuta intensità energetica primaria, ha visto diminuire l’indicatore, tra il 2000 e il 2016, da 113,2 a 98,4 tonnellate equivalenti di petrolio per 1000 euro di PIL. La Sardegna è la regione su cui si registra il maggior decremento del rapporto CIL/PIL, seguita da Molise, Marche e Abruzzo. Dopo il rallentamento segnato tra il 2013 e il 2015, nel 2017, torna a crescere il contributo delle fonti rinnovabili ai consumi di energia complessivi, ma non per l’energia elettrica.

Il tasso di crescita annuo del PIL reale pro capite mostra un miglioramento negli ultimi tre anni (+1,0% nel 2018), ma la dinamica della produttività del lavoro resta debole. Pur restando al di sopra dei livelli pre-crisi, il tasso di disoccupazione continua a calare (10,6% nel 2018; -0,6 rispetto al 2017). Il tasso di mancata partecipazione al lavoro è quasi doppio rispetto all’Ue.

Il sistema produttivo è in costante trasformazione, con una diminuzione, tra il 1995 e il 2017, del peso del settore manifatturiero in termini di incidenza sul totale, sia di occupazione sia di valore aggiunto. Nel 2017 l’intensità di emissione di CO2 sul valore aggiunto (178,28 tonnellate per milione di euro) tocca il minimo storico. Il sistema di Ricerca e Sviluppo (R&S) italiano sconta un ritardo strutturale rispetto a quello dell’Ue, che la lenta progressione dell’intensità di ricerca e del personale coinvolto nella R&S non riesce a compensare.

Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi della popolazio- ne complessiva. Dal 2008, a causa della crisi economica, sono state osservate flessioni più marcate per i redditi relativamente più bassi. L’Italia sta vivendo un profondo mutamento dei fenomeni migratori che la interessano. Passata l’epoca delle migrazioni per lavoro, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una crescente rilevanza di flussi in ingresso di persone in cerca di asilo e protezione internazionale. Nel 2017 si è registrata per la prima volta, dopo un decennio di costante crescita, una diminuzione del numero di acquisizioni di cittadinanza (-26,4%).

Battuta d’arresto nella riduzione del livello di inquinamento atmosferico da particolato. Generale miglioramento dei fattori di disagio abitativo dopo anni in cui risultava in aumento. Un terzo delle famiglie è ancora insoddisfatta per l’utilizzo dei mezzi pubblici. Prosegue la diminuzione della quota di rifiuti urbani conferiti in discarica, scesa al di sotto di un quarto negli ultimi due anni (23,4% nel 2017). La spesa pubblica pro capite per la protezione delle biodiversità e dei beni paesaggistici si è ridotta di circa venti euro pro capite negli ultimi dieci anni.

L’Italia si colloca in posizione virtuosa in Ue per il contenuto consumo di risorse naturali, grazie anche al netto calo registrato negli ultimi quindici anni. Il consumo di materia torna però a crescere in concomitanza con la ripresa delle attività produttive, raggiungendo, nel 2017, 8,2 tonnellate pro capite; con notevolissimi disparità regionali. Nonostante i numerosi segnali positivi relativi alla gestione dei rifiuti, l’Italia è ancora indietro rispetto ai target di raccolta differenziata stabiliti dalla normativa.

A livello globale, le emissioni di anidride carbonica sono aumentate del 40% rispetto ai valori del 2000. Nel 2015, si è rilevata una lieve flessione rispetto all’anno precedente. In Europa, le emissioni di gas serra ed altri gas climalteranti pro capite registrano una lieve diminuzione tra il 2015 ed il 2016, con 8,7 tonnellate pro capite. Analoga la flessione in Italia (7,2 ton pro capite), dove le emissioni di gas serra sono in diminuzione dal 2005. I tre quarti sono generate dalle attività produttive ed un quarto dalla componente consumi delle famiglie. Nel 2017, è esposto a rischio di frane il 2,2% della popolazione e a rischio alluvioni il 10,4%. Le anomalie di temperatura sono pari a 1,30°C rispetto ai valori climatologici normali.

In Italia, la superficie delle aree marine protette è pari complessivamente a 3.020,5 km2. I tre quarti delle aree protette si trovano in Sardegna, Sicilia e Toscana. Le Aree marine comprese nella rete Natura 2000 han- no nel 2017 un’estensione pari a 5.878 chilometri quadrati. La percentuale di coste marine balneabili è pari al 66,9%. La maggior parte degli stock ittici è in sovra sfruttamento. La pesca intensiva nell’Atlantico nord-orientale (e aree adiacenti) e nell’area geografica del Mediterraneo (Occidentale) deve essere maggiormente contenuta per rientrare nei livelli biologicamente sostenibili.

Il 31,6% del territorio nazionale è coperto da boschi, la cui estensione è aumentata dello 0,6% l’anno dal 2000 al 2015, e cresce anche la loro densità in termini di biomassa (da 95 a 111 t/ha). Il sistema delle aree naturali protette copre circa l’80% delle Aree chiave per la biodiversità, il 35,1% delle aree forestali e il 21,6% dell’intero territorio nazionale. Il consumo di suolo, tuttavia, continua ad avanzare (14 ettari al giorno nel 2017), e continuano a diffondersi le specie alloctone invasive (in media, più di 11 nuove specie introdotte ogni anno dal 2000 al 2017). Aumentano, a parità di controlli effettuati, le violazioni delle norme sui traffici illeciti di specie protette (da 2,5 a 4 ogni mille controlli dal 2015 al 2016).

Nel 2017 hanno avuto luogo 0,6 omicidi ogni 100 mila abitanti. Il tasso di omicidi si riduce per gli uomini nel corso degli anni, mentre rimane stabile per le donne. La quota di popolazione vittima di aggressioni o rapine consumate è pari all’1,4%. Il 4,1% delle donne e lo 0,7% de- gli uomini in età compresa tra i 18 e i 29 anni sono stati vittime di violenze di tipo sessuale prima dei 18 anni. Il 7,9% delle famiglie è rimasto coinvolto in almeno un caso di corruzione nel corso della vita. Diminuisce nel corso degli anni la quota di detenuti adulti nelle carceri italiane in attesa di primo giudizio (16,5% nel 2018). La durata media per l’espletamento dei procedimenti civili dei tribunali ordinari rimane molto elevata, 429 giorni in media nel 2018, con grandi differenze a livello territoriale.

La quota di reddito nazionale lordo destinata dal nostro Paese all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo continua a crescere anche nel 2017, mentre l’andamento dell’APS ai Paesi meno sviluppati è stabile. L’Italia rimane comunque molto distante dai target al 2030 stabiliti dall’Agenda. Nel 2018, le entrate delle amministrazioni pubbliche rappresentano il 42,1% del Pil, una quota leggermente decrescente a partire dal 2016, ma superiore di 2,1 punti percentuali rispetto al 2000. Le rimesse verso l’estero degli immigrati in Italia, in decremento dal 2012, tornano a crescere nel 2018, fino a raggiungere, i 6,2 miliardi di euro.

Sforzi ne sono stati fatti in Italia, ma non basta.

La vigente disciplina italiana sull’ambiente risente dunque, della forte spinta europea in termini di normativa: ad oggi circa 550 direttive, regolamenti e decisioni stanno innalzando i nostri standard di vita con evidenti benefici per i cittadini e per l’ambiente. Senza questi standard, i clorofluorocarburi distruggerebbero lo strato di ozono, le emissioni dai trasporti avrebbero un’impennata, i corsi d’acqua sarebbero soffocati dagli scarichi fognari e ampie fasce di terreno sarebbero seppellite dai rifiuti2. 


Secondo l’ultimo aggiornamento della Commissione Europea (7 marzo 2019) il numero delle procedure di infrazione totali a carico del nostro Paese, sale a 74,rispetto alle 61 dello scorso anno, praticamente una nuova procedura al mese dal 2018 al 2019.

Di queste, 64 sono attribuite per violazione del diritto dell’Unione e 10 per mancato recepimento di direttive.

Affinché l’Italia s’immetta su un percorso sostenibile, dobbiamo fare in modo che le nostre politiche aiutino tutti i cittadini europei a realizzare il cambiamento. Oggi la sfida della sostenibilità è sistemica perché fondamentale avere in mente l’intero sistema, niente è a sé stante; è pervasiva perché non teme la contaminazione unendo creatività, innovazione, tecnologia alla produzione; è culturale perché necessita di un mindset con nuove priorità; è globale perché siamo interconnessi poiché ci troviamo dentro la stessa astronave in qualunque latitudine ci troviamo.

Irene Sollazzo

2 Rapporto SDGs. 2019. Informazioni Statistiche per l’Agenda 2030 in Italia

3 Dossier WWF per le elezioni europee 2019 Italia_chiama_Europa

Il viaggio Sostenibile per l’Unione Europea

Per la prima volta venne introdotto il concetto di sviluppo sostenibile nel 1987 in un documento pubblicato come rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future). Il nome venne dato dalla coordinatrice Gro Harlem Brundtland, che in quell’anno era presidente del WCED (Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo).

«lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri» (WCED,1987)

Tale definizione mette in luce quindi un principale principio etico: la responsabilità da parte delle generazioni d’oggi nei confronti delle generazioni future. Se vogliamo un tale sviluppo è necessario allineare le nostre azioni con principi che mirino al mantenimento delle risorse, all’equilibrio ambientale del nostro pianeta e al benessere delle nostre comunità. Molte cose, incluse le nostre scelte non sono andate proprio nella direzione auspicata dal rapporto Brundtland.

Cos’è mancato di base?

La visione del futuro, un’ottica di lungo periodo. E ’stato applicato, e ancora si applica in ogni ambito della vita produttiva, economica, sociale, politica del Paese un concetto di breve termine che sta ormai esaurendo il suo ossigeno!

Oggigiorno l’umanità usa l’equivalente di 1,7 pianeti, con un consumo globale di risorse materiali aumentato di quattordici volte tra il 1900 e il 2015, e che secondo le proiezioni dovrebbe più che raddoppiare tra il 2015 e il 2050 1 : il mondo si sta rapidamente avvicinando a diversi punti di non ritorno. Oltre alla pressione ambientale, questa situazione rappresenta una seria minaccia per i valori fondamentali per i cittadini degli stati membri dell’UE: democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali.

Qualcuno lo ha capito e sta lavorando per invertire la rotta, l ’Unione Europea ha già intrapreso questo percorso: tra il 2000 e il 2015 l’occupazione è cresciuta più velocemente nel settore ambientale che nell’intera economia; le tecnologie a basse emissioni di carbonio stanno diventando una merce importante, che permette all’UE di beneficiare di un considerevole avanzo della bilancia commerciale; nel periodo 2012-2015 le esportazioni UE di tecnologie energetiche pulite hanno raggiunto i 71 miliardi di EUR, superando di 11 miliardi di EUR le importazioni. L’UE sta già dimostrando che è possibile far crescere l’economia e al tempo stesso ridurre le emissioni di carbonio2.

È necessario agire a tutti i livelli. Sono coinvolte le istituzioni dell’UE, gli Stati membri e le regioni. Città, comuni dovrebbero tutti diventare promotori del cambiamento. I cittadini, le imprese, le parti sociali e la comunità della ricerca e della conoscenza dovranno fare squadra se vogliamo riuscire, dobbiamo remare nella stessa direzione. Era stata la Commissione Juncker a presentare una visione strategica a lungo termine per un’economia UE prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra entro il 20503. L’UE ha le capacità e la forza per fissare gli standard per il resto del mondo se assume la guida dell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e della transizione verso un’economia circolare, anche grazie a investimenti intelligenti nell’innovazione e nelle tecnologie abilitanti fondamentali.

1 Commissione UE, Quadro di valutazione delle materie prime 2018

2 Eurostat, Environmental economy – statistics on employment and growth. Disponibile al seguente indirizzo: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/pdfscache/10420.pdf. Nell’economia ambientale rientrano due grandi categorie di attività e/o prodotti: “tutela ambientale” ossia tutte le attività connesse alla prevenzione, riduzione ed eliminazione dell’inquinamento e di ogni altra forma di degrado dell’ambiente; “gestione delle risorse” ossia la preservazione e la cura del patrimonio di risorse naturali e quindi la prevenzione del suo esaurimento.

3 COM(2018) 773 final.

Venezia sott’acqua, non un minuto da perdere nella lotta contro il cambiamento climatico

Con queste parole, la nuova presidente della Commissione EU in forza dal 1 dicembre 2019, Ursula Von der Layen, inizia il suo mandato mettendo l’ambiente al vertice dell’agenda europea per una nuova Europa. Ci sono tutti i presupposti per continuare e migliorare il lavoro di Juncker. L’ambizione dell’UE di conseguire un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e climaticamente neutra dimostrerà che la transizione “verde” può andare di pari passo con una maggiore prosperità. Per riuscirci, l’UE e gli Stati membri devono assumere un ruolo guida nel campo della scienza, della tecnologia e delle infrastrutture moderne.

L’Italia e l’Euro

LE DIFFICOLTA’ DELL’ECONOMIA ITALIANA NON DIPENDONO DALL’EURO
di Maurizio Scarpa

La mediocre performance dell’economia italiana degli ultimi anni (il PIL pro capite è ancora inferiore a quello del 2000) non è dovuta all’euro, ma a problemi strutturali.
Lo sostiene Valentina Romei in un articolo del Financial Times ripreso da l’Internazionale del 22 Novembre 2018.

Secondo l’autrice i principali problemi strutturali sono:

I bassi livelli di produttività, innanzitutto, legati alla conduzione familiare delle aziende italiane: il 95% di queste ha meno di dieci dipendenti (fonte: osservatorio della commissione europea sulle piccole e medie imprese); il loro valore aggiunto per dipendente è tra i più bassi in Europa e continua a diminuire.

Le carenze del sistema dell’istruzione, in secondo luogo: in Italia le “competenze medie in scienze, matematica e capacità di lettura dei quindicenni” sono le peggiori in Europa (anche se in linea con gli Stati Uniti); il Paese vanta inoltre un enorme abbandono scolastico (il maggior numero di persone tra i 15 e i 34 anni in Europa che non lavorano né studiano) ed il minor numero di laureati del continente.

L’inefficienza dello Stato e dei servizi pubblici (il peggior “indice sullo stato di diritto 2017-2018 tra i paesi ad alto reddito nel mondo), inoltre, che impedisce, fra l’altro, alle aziende straniere di investire in Italia.

Infine, il costo degli interessi sul debito pubblico (i più alti in Europa in percentuale del PIL): “Il debito dell’Italia assorbe una grande quantità di risorse economiche riducendo i fondi per le infrastrutture e per gli investimenti industriali”.

L’Unione Europea tra populismi e nuove tensioni nel Mediterraneo – Mercoledì 5 Dicembre 2018 – San Stino di Livenza

Mercoledì 5 dicembre 2018
Ore 20.30
Sala Consiliare del Comune di San Stino di Livenza
Piazza Aldo Moro 1

L’affermazione di visioni populiste e nazionalistiche rappresenta una delle sfide che l’Unione Europea è chiamata ad affrontare nel futuro prossimo.
Strettamente connesse a questi fenomeni sono le dinamiche che si stanno sviluppando attorno al Mediterraneo, area ove si gioca molta parte dei destini del mondo.
Risulta oltremodo importante per l’Europa e per il nostro paese capire i processi in atto: dai ruoli che intendono giocare le grandi potenze e i protagonisti dell’area, a come e per quali motivi i movimenti populisti e nazionalisti si stanno espandendo in tutto il continente europeo.

Saluti istituzionali

Presiede

Stefano Pellizzon
Vice Sindaco del Comune di San Stino di Livenza

Intervengono

Gianluca Toschi
Economista
Professore a contratto – Università di Padova

Mattia Zulianello
Politologo
Assegnista di ricerca – Università di Firenze

Arcangelo Boldrin
Presidente di FONDACO EUROPA

 

Con il Patrocinio del Comune di San Stino di Livenza

Si prega di confermare la propria partecipazione alla mail info@fondacoeuropa.eu

Europa e legge di bilancio

IL NORDEST HA UN’ALLEATA PER CORREGGERE LA MANOVRA
di Gianluca Toschi

La maggioranza (risicata ma pur sempre maggioranza) dei cittadini del Nord Est ritiene che sia meglio rimettere mano alla legge di bilancio come richiesto dall’Unione Europea.
Come possono essere interpretati i risultati dell’Osservatorio Nord Est? L’ipotesi più immediata è che l’idea di andare allo scontro con l’UE, imboccando un percorso che non si sa a quali esiti possa portare, spaventi i cittadini del Nord Est. Una posizione simile, quindi, a quella registrata dall’Osservatorio poche settimane fa sull’Euro quando il 75% della popolazione si dichiarava contraria all’uscita dalla moneta unica. Aprire una dura battaglia con le istituzioni europee o uscire dall’Euro apre prospettive inedite caratterizzate da grande incertezze: due scenari che i cittadini del Nord Est preferiscono evitare.
La seconda ipotesi è che gli elettori nordestini credano sia meglio rivedere la legge di bilancio perché il mix di misure proposte non li convince. Dei sei provvedimenti sondati solamente due vedono il favore della maggioranza degli elettori (la necessità di bloccare l’aumento dell’IVA e l’abolizione della legge Fornero). Il condono fiscale e il reddito di cittadinanza, invece, non scaldano i cuori. Si dichiara favorevole a questi due provvedimenti solamente un cittadino su tre del Nord Est. In un territorio in cui esiste una forte condivisione culturale del ruolo dell’impresa appare diffusa la sensazione che nella legge di bilancio alle imprese sia destinato un ruolo marginale. Andare allo scontro con l’UE rappresenterebbe, quindi, una battaglia da combattere per difendere una politica economica di cui non si è convinti pienamente o, ribaltando la prospettiva, l’UE fornisce la possibilità di rivedere una legge di bilancio che contiene alcuni provvedimenti che piacciono poco: una sorta di “ce lo chiede l’Europa” vista dal lato degli elettori.

I primissimi risultati di un sondaggio Eurobarometro usciti venerdì scorso forniscono una chiave di lettura aggiuntiva. Secondo tale sondaggio gli italiani tenderebbero a fidarsi più dell’Unione europea che del governo. Nella maggioranza delle regioni italiane, oltre un cittadino su due (50-65%) dichiara, infatti, di credere nell’Unione europea, mentre solo una quota tra il 35 e il 50% si fida del governo nazionale. Un risultato decisamente a sorpresa dopo quelli usciti poche settimane fa che evidenziavano che in caso di referendum sull’uscita dall’Ue, solamente il 44% degli italiani avrebbe votato per restare. Certo, per vedere se siamo davvero in presenza di un cambiamento di tendenza sarà necessario analizzare in dettaglio i risultati dell’Eurobarometro. Di sicuro il quadro appare più complesso di come si presentava fino a poche settimane fa.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 14 novembre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

https://www.ilgazzettino.it/

http://www.demos.it/

 

Il Nord Est e l’uscita dall’Euro

DOPO L’UNIONE MONETARIA MANCA ANCORA QUELLA POLITICA
di Gianluca Toschi

Qualche anno fa Paul De Grauwe paragonò l’Euro a una bella villa che aveva però un problema: era stata costruita senza il tetto. In una villa senza il tetto tutti vogliono rimanere finché il tempo è bello ma quando volge al brutto ci si rammarica della scelta.
L’immagine dell’economista belga è particolarmente efficace per evidenziare i problemi che oggi l’Unione Monetaria sta vivendo e quindi anche per commentare i dati che emergono dall’Osservatorio sul Nord Est. I due temporali che si sono abbattuti sulla villa Euro (la recessione del 2008-2009 e quella del 2012-2013) hanno reso evidenti i difetti di progettazione. Il tetto che manca all’Euro si chiama Unione Politica e per costruirla servono due cose: buoni progettisti (una classe politica che accetti la sfida) ma soprattutto tegole molto costose che vanno sotto il nome di “maggior simmetria nelle politiche macroeconomiche tra gli stati”, “completamento dell’unione bancaria” e “unione fiscale”. Un tetto di questo tipo ridurrebbe le divergenze nelle politiche macroeconomiche che sono state spesso all’origine di forti squilibri tra paesi. In secondo luogo, attraverso un’unione politica si potrebbe dar vita a meccanismi di assistenza automatica tra gli stati. Il problema è che sono tutti investimenti che gli stati membri dovrebbero pagare utilizzando una moneta che va sotto il nome di (ulteriore) cessione di sovranità.
I venti populisti che stanno soffiando in molti paesi e più in generale la sfiducia che i cittadini nutrono verso le istituzioni europee sembrano portare l’Europa in tutt’altra direzione. Come commentare, quindi, la posizione dei cittadini del Nord Est che dichiarano di voler rimanere nell’Euro pur in presenza di una fiducia calante verso l’Europa? L’ipotesi più immediata è che l’idea di abbandonare la moneta unica spaventi.
Riprendendo l’immagine di De Grauwe, stare con altri (paesi) in una villa in cui piove dentro è preferibile rispetto ad uscire per strada soli durante un temporale. Il problema è che se non si investe sul tetto i muri potrebbero crollare, togliendo quella (parziale) protezione che hanno dato fino ad oggi. Un vero dilemma: per rendere efficace l’Euro (che i cittadini vogliono) servono ulteriori cessioni di sovranità che una parte sempre più importante dei cittadini non vuole. Sarà interessante vedere le posizioni delle forze politiche su queste questioni in vista delle elezioni europee del prossimo anno, ammesso che in campagna elettorale si parli di questo e non di problemi nazionali, come spesso, purtroppo, accade.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 17 ottobre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

Verso gli Stati Uniti d’Europa. Perché per salvare l’Europa è necessario essere utopici

Alla conferenza di Laboratorio Europa di Eurispes “Trasformare l’Europa”, venerdì 11 maggio il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta ha lanciato un’idea di Europa utopica, velleitaria, controcorrente

Il problema politico che si pone davanti a noi, che crediamo all’ Europa unita e madre, non matrigna, è come rilanciarne una visione strategicamente, anzi, direi emotivamente, coinvolgente, sin da sembrare, in questo contesto politico e culturale, utopica, velleitaria, controcorrente. Ma, al tempo stesso, conciliare, questa idea positiva di Europa con i problemi concreti di carattere politico, istituzionale, economico e giuridico che si contrappongono alla sua realizzazione e con i quali facciamo i conti tutti i giorni, tali da far, talvolta, pensare, anche a chi vuole davvero realizzarla, che sia impossibile, impraticabile, insostenibile farcela.

In sostanza, si tratta di capire se è possibile pensare all’Europa unita, da un lato, e riconoscere, dall’altro, le differenze storiche, culturali, sociali esistenti tra i popoli, facendo sì che esse siano un valore aggiunto allo stare insieme e non un ostacolo alla convivenza. E, ancora, come garantire agli Stati nazionali la necessaria autonomia di scelte, senza che ciò contrasti con la gestione europea dei poteri. Si pongono qui le questioni delle liste sovrannazionali e dei rapporti tra Commissione, Parlamento e Governi nazionali.

Personalmente penso che la risposta a questo delicato e difficile interrogativo stia negli Stati Uniti d’Europa. Agli occhi dell’opinione pubblica, anche la più avveduta, questa prospettiva è caricata di una forte simbologia: viene, cioè, vissuta come l’orizzonte strategico più alto; come la nuova Patria, come l’unità europea. Sicché, Europa unita e Stati Uniti d’Europa appaiono come il medesimo concetto strategico, tanto da venire assimilati in un’unica contestazione da chi contrasta la prospettiva europea o applauditi da chi la sostiene.

Credo, invece, che bisogna rendere evidenti le differenze, per l’appunto strategiche, tra i due concetti. Il primo – l’Europa unita – se preso alla lettera, è davvero utopico, ma anche sbagliato perché annulla le specificità. È, perciò, irrealizzabile e dannoso, perché dà ragione a chi ne sostiene l’impraticabilità allo scopo di “smontare” l’Europa, mantenendone un simulacro ubbidiente alle sovranità nazionali, a cominciare, ovviamente, dalle più forti.

Gli Stati Uniti d’Europa, invece, conservano il carattere simbolico di una sostanziale e forte identità e unità europea, ma esplicitano una visione e una gestione federale, che può garantire quell’equilibrio tra unità e specificità, tra identità e autonomia, di cui parlavo all’inizio. Senza dimenticare che il progetto degli Stati Uniti d’Europa deve essere capace di rimettere al centro del dibattito, sociale e culturale europeo, la prospettiva politica. Burocrazia, vincoli economici, distacco tra cittadini e rappresentanti hanno prodotto nel tempo un cortocircuito in cui l’Euro, e non l’Europa, ha finito per fare da collante a regole restrittive e non a un progetto politico, in grado di scaldare le “masse”, come si sarebbe detto un tempo.
Per questo dobbiamo ripartire dalla politica. Affermare l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa vuol dire, oggi, nella stessa Europa, ma anche in Italia, andare controcorrente. Ebbene: andiamoci!

Stiamo vivendo nel nostro Paese una situazione politica nella quale prevale una prospettiva di governo sovranista, che attribuisce all’Europa l’origine dei nostri guai, accompagnata da una piattaforma economica insostenibile, che scaricherà sull’Europa l’impedimento a realizzarla. Ma, questa piattaforma è stata sostenuta da un forte consenso popolare, manifestatosi nel voto recente. Ebbene, a fronte di questo scenario, le forze europeiste hanno, davanti a sé, un’alternativa secca: o “lisciare il pelo” all’onda maggioritaria, sedendosi con loro per verificare le loro proposte e cercare, comprensibilmente, di ridurre il danno o alzare il tiro affermando una prospettiva esplicitamente alternativa, pur se minoritaria.
Io, conscio della difficoltà attuali e dei rischi di una alleanza pienamente sovranista, avrei tentato di incrinare il fronte ed attuare anche la prima strada, ma, una volta bruciata la possibilità di incidere nelle politiche di governo, è meglio prendere il largo e ragionare su una prospettiva politica netta e pienamente riconoscibile.

A questo proposito bisogna chiedersi se uno degli aspetti che ha segnato il risultato negativo delle forze riformiste ed europeiste, non sia stato, anche, aver manifestato una sorta di tiepidezza verso l’Europa. Il rispetto dei vincoli economici (il 3%) è stato vissuto come un’imposizione. Che il fiscal compat vada corretto è evidente, ma i nostri problemi di debito pubblico, di scarsa crescita, di disoccupazione, non vanno imputati all’Europa o alla Germania, ma – come dice il professore Fabbrini – devono suscitare uno scatto di orgoglio nazionale per risolverli.

Devo dire, però, che nella discussione sulla crisi, noi stessi abbiamo confuso il rigore tedesco sui conti, eccessivo e sbagliato, che ha contagiato la Commissione, con l’austerità. Ancora meglio abbiamo barattato la sobrietà, che, al contrario, poteva essere, dentro la crisi drammatica che abbiamo attraversato non solo una virtù, ma anche un presupposto per una discussione sul modello economico post-crisi, meno consumista e più sostenibile! Questione che troverà, nei prossimi mesi, un interessante banco di prova nelle scelte politiche che si faranno nel nostro Paese, in rapporto all’equilibrio tra tenuta dei conti, flessibilità e deficit. Prepariamoci a questa discussione!

Le incertezze di messaggio, dunque, hanno lasciato spazio ad una visione negativa dell’Europa, alimentata dai sovranisti, ma, tutto sommato, poco contrastata da noi. Non sono bastate a compensare questa ambiguità di fondo, iniziative importanti, ma estemporanee, come la presenza, su invito di Renzi, a Ventotene di Hollande e Merkel, o la caratterizzazione del simbolo elettorale di Emma Bonino, con: “+ Europa”.

Ecco perché, sostengo, sia un bene andare, oggi, esplicitamente controcorrente, recuperando, in tal modo, un deficit comunicativo. Sostenere, in questo frangente politico, gli Stati Uniti d’Europa vuol dire dare un riferimento a quella parte larga del Paese che guarda con favore, anche critico, all’Europa. Cittadini diffusi anche tra i votanti dei sovranisti, ai quali hanno dato il consenso per altri motivi (il lavoro, le tasse, i migranti), senza, però, necessariamente arrivare alla conclusione, alla quale arrivano i partiti vincitori, che è tutta colpa dell’Europa…

Colpe, in effetti, l’Europa ne ha e non poche. Come, però, ne hanno e, forse, in misura maggiore, i Governi degli Stati nazionali.

Solo se è chiara ed esplicitata la prospettiva europeista, le necessarie critiche sono interpretabili come un contributo alla soluzione dei problemi e non alla ri-soluzione… dell’Europa. Solo all’interno di quella prospettiva sarà possibile gestire le diverse velocità tra gli Stati. I casi Grecia e la Brexit, in maniera molto diversa tra loro, ci devono insegnare che non esistono spazi per due o più Europe, ma, semmai, per diversi destini o per diversi gradi di maturazione nel processo europeista che vanno riconosciuti e rispettati.

L’Europa a due velocità, infatti, è un vantaggio se si va verso gli Stati Uniti d’Europa, perché consente agli Stati più disponibili ad accelerare il processo, fungendo da traino per gli altri vagoni più lenti e, probabilmente, scatena la corsa a non restare fuori; ma diventa una separazione progressiva e definitiva se disancorato da una prospettiva comune.

Europa e migrazioni – Mercoledì 9 maggio ore 17.30 – Caffè del cortile dell’Università Ca’ Foscari Venezia – Dorsoduro 3246

Come sai sul delicatissimo e complicato tema delle migrazioni si gioca molta parte del futuro della costruzione europea. Nell’incontro di cui al sottostante invito abbiamo cercato di mettere a confronto esperienze diverse: un ambasciatore, Luisella Pavan-Wolfe, due ricercatori che operano in ambiti diversi, Sara De Vido e Giovanni Carlo Bruno, uno studioso, Giuseppe Sciortino (autore del libro “Rebus immigrazione” – Ed. Il Mulino, di cui mi permetto di consigliarti la lettura) e una europarlamentare, Cécile Kyenge.

Mi raccomando, se ti è possibile, di non mancare.

Cordiali saluti.

Arcangelo Boldrin

Il futuro dell’Unione Europea: fra spinte centrifughe e crisi di legittimità

Ho il piacere di inviarti il programma della giornata di studi che il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e studi Internazionali dell’Università di Padova ha organizzato in collaborazione con FONDACO EUROPA.

Il tema è di grande respiro e di sicuro interesse, particolarmente in questo momento così delicato per il futuro dell’Unione Europea.

Spero di poterti incontrare in quella occasione.

Grazie dell’attenzione e a presto.

Arcangelo Boldrin

Presidente di FONDACO EUROPA

Breve riflessione e augurio natalizio

Carissimi,

ritengo doveroso, avvicinandoci alla fine dell’anno, tracciare un primo bilancio sull’attività svolta da FONDACO EUROPA, a tal fine vi allego una sintetica nota riguardante le iniziative che abbiamo promosso nel 2017.

Consentitemi però di intrattenere per qualche istante la vostra attenzione su una breve mia riflessione.

Tutti noi possiamo constatare quanto sempre di più gli eventi che accadono nel mondo abbiano ripercussioni quasi immediate sulla nostra vita e sul nostro futuro, nonostante ciò la politica nel nostro paese sembra esclusivamente attratta dalle dispute interne, per non parlare di quelle locali, piuttosto che dalle molte questioni rilevanti che si affacciano sullo scenario mondiale.

Si tratta di provincialismo o forse di un retaggio della guerra fredda, quando il mondo era diviso in blocchi e la parte occidentale ci aveva consegnato un ruolo definito.

Oggi però quello schema di gioco è saltato, tutto è divenuto incerto, fluido e questo richiede continuamente a chi ha responsabilità di governo di operare scelte che, se evitate, vengono fatte da altri sopra le nostre teste.

Insomma i dossier sul tavolo sono numerosi e complessi: il grande tema delle migrazioni con le connesse questioni della sicurezza, dell’accoglienza e dell’equilibrio demografico, la questione libica e più in generale del versante mediorientale (troppo vicino a noi per non dovercene occupare), il nuovo protagonismo russo che in presenza di un ritiro americano impone a noi europei scelte di non poco conto, il grande bisogno che ha l’Europa di accelerare sul processo di unificazione, e ancora la delicatissima questione Corea del Nord ed altre che complicano il quadro internazionale.

Su temi di questa portata e complessità non abbiamo certo l’ambizione di voler occupare spazi che non ci competono, un piccolo contributo sentiamo però di doverlo dare, per informare e formare, su quello che sta succedendo intorno a noi, quella parte di pubblica opinione che riusciremo a coinvolgere: sta principalmente qui la missione che, con grande modestia ma con altrettanta determinazione, ci siamo dati quando abbiamo costituito FONDACO EUROPA.

Lo faremo con impegno, innanzitutto con l’apporto dei colleghi del Consiglio Direttivo, del Comitato Scientifico e dei Soci e di tutti coloro che ci seguono con attenzione.

Buon Natale a voi e alle vostre famiglie e arrivederci a presto.

Arcangelo Boldrin

 

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