LA RISPOSTA DELL’UNIONE EUROPEA ALLA CRISI COVID–19

L’emergenza sanitaria

L’Unione Europea ha esercitato tempestivamente in occasione della crisi Covid-19 “la sorveglianza, l’allarme e la lotta contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero” di cui parla l’articolo 168 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE)? Per analizzare e valutare la risposta dell’Unione Europea, in primo luogo occorre considerare che le competenze di cui essa dispone nel settore della sanità pubblica sono limitate al sostegno, coordinamento e completamento dell’azione degli Stati membri. L’azione si è potuta sviluppare in maniera sufficientemente articolata e adeguata utilizzando competenze di cui la Commissione dispone in maniera più piena, come quella in materia commerciale. Ne è un esempio la decisione (UE) 2020/491 del 3 aprile 2020 relativa all’esenzione dai dazi doganali e dall’IVA concessa all’importazione delle merci necessarie a contrastare gli effetti della pandemia, oppure il Regolamento di esecuzione UE 2020/568 del 23 aprile 2020 che consente agli Stati di limitare le esportazione verso paesi terzi dei dispostivi di protezione individuale (DPI). Entrambe queste misure, indirizzate ad evitare situazioni di penuria nel mercato interno di prodotti essenziali per prevenire l’ulteriore diffusione della malattia, sono state accompagnate con la creazione di una scorta strategica (RescEU) di attrezzature mediche interamente finanziata dalla Commissione con sovvenzioni dirette, nel quadro del meccanismo di protezione civile.

La crisi attuale indurrà probabilmente gli Stati a trasferire ulteriori competenze alle Istituzioni in materia sanitaria e, d’altra parte, suggerisce all’Unione un potenziamento delle strategie di prevenzione, coordinandole con la cooperazione internazionale e la politica ambientale, altre materie in cui può esercitare più pienamente la propria competenza.

Riflessi sul mercato interno europeo

In secondo luogo occorre considerare che la crisi sanitaria è una di quelle circostanze eccezionali che consentono di sottrarsi alle prescrizioni dei Trattati. Gli Stati quindi hanno potuto derogare al regime di libero attraversamento delle frontiere interne previsto dal Codice Schengen [regolamento (UE) 2016/399], contemporaneamente alla chiusura delle loro frontiere esterne. In relazione all’ iniziativa degli Stati, l’opera dell’Unione europea è consistita nell’offrire linee guida per ottenere una gestione ordinata e uniforme degli attraversamenti ammessi delle frontiere esterne ed interne [Comunicazione della Commissione (2020/C 102 I/02) del 30 marzo 2020].

Per effetto delle pur necessarie misure degli Stati e dell’azione di accompagnamento delle Istituzioni dell’UE, si assiste alla frantumazione di quella unità territoriale che appare ai cittadini come il risultato più visibile dell’Unione. Questo sentimento di perdita di uno spazio comune è ben rappresentato dal ritorno precipitoso nel proprio paese di origine degli studenti ERASMUS, la categoria che ha dimostrato la maggiore propensione ad usare lo spazio europeo come proprio.

Una ripresa della dimensione europea andrebbe non solo affidata alle iniziative delle Istituzioni o all’atteggiamento solidaristico degli Stati membri, ma ricostruita a partire dal sentimento di mancanza di questo spazio comune che si ricollega fortemente alla qualità di cittadino europeo.

La crisi pandemica ha spinto inoltre la Commissione ad adottare misure che rappresentano un arretramento anche nel settore degli investimenti esteri diretti, al fine di contrastare, per motivi di sicurezza nazionale, tentativi di acquisizioni di industrie collegate al settore sanitario, e più in generale la svendita delle attività strategiche europee, comprese le PMI [Comunicazione della Commissione (2020/C99 I/01)].

Ancora più significativo l’intervento della Commissione in relazione agli aiuti di Stato. Qui si trattava di rassicurare gli Stati circa la disponibilità della Commissione ad approvare speditamente misure nazionali per garantire l’accesso ai finanziamenti per le imprese che si trovano in un’improvvisa carenza di liquidità. Con il “Quadro temporaneo per le misure di aiuto di stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del COVID–19” [Comunicazione (2020)C-91 I701 del 19.3.2020] la Commissione definisce le condizioni alle quali dichiarerà compatibili con il mercato interno gli aiuti destinati a “porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno stato membro”. Si tratta di misure ammesse temporaneamente (fino al 31 dicembre 2020) sotto forma di sovvenzioni dirette, garanzie e tassi di interessi agevolati sui prestiti e misure per salvare l’occupazione, quali il differimento del pagamento di imposte e contributi previdenziali e le sovvenzioni ai costi salariali, come la nostra Cassa Integrazione Guadagni . Queste misure, che di per sé costituiscono una frammentazione del mercato interno, potrebbero ancor più ostacolare la concorrenza fra imprese, tenendo in conto le diseguaglianze nell’intervento degli stati conseguenti alla loro differente disponibilità finanziaria.

Gli aiuti finanziari per la ripresa economica

L’iniziativa più importante dell’Unione Europea è avvenuta sul piano dei finanziamenti necessari per far fronte allo stato di crisi e alla ripresa economica. Punto di partenza è stata la constatazione in data 20 marzo 2020 da parte della Commissione di una grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, che autorizza gli Stati a discostarsi dai requisiti di bilancio normalmente applicabili nel quadro del Patto di stabilità e crescita, per adottare le misure adeguate a sostenere i sistemi sanitari e a tutelare l’economia. [Constatazione poi ribadita dai Ministri delle finanze dell’UE con una dichiarazione del 23 marzo successivo].

In questo contesto risalta la decisione del 24 marzo 2020 [(UE) 2020/440] con cui la Banca Centrale Europea (BCE) lancia un nuovo programma temporaneo di acquisto di debito pubblico con una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro fino alla fine del 2020 per far fronte alla crisi provocata dalla pandemia Covid – 19 (il Pandemic Emergency Purchase Programme—PEPP). Il dibattito sulla fattibilità dell’iniziativa riceve ulteriore impulso dalla nota sentenza emanata dalla Corte costituzionale tedesca il 5 maggio 2020, che impone alla BCE di offrire (a posteriori) giustificazioni circa l’analogo programma del 2015 di acquisto di titoli di stato, il Public Sector Purchase Programme (PSPP) (in contrasto con una precedente decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea che aveva ritenuto legittimo tale programma). Peraltro la pronuncia della Corte tedesca potrebbe sì provocare una più cauta partecipazione della Bundensbank ai programmi finanziari dell’Unione, ma non ha comportato alcun ripensamento dell’Istituto bancario europeo circa l’iniziativa di aiuto finanziario per contrastare l’attuale emergenza sanitaria.

Un’ulteriore misura di aiuto finanziario è stata pensata nel quadro del Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, “istituzione finanziaria internazionale” che non poggia sulla base giuridica del TFUE, essendo stata creata nel 2012 attraverso un accordo intergovernativo degli Stati membri. Con questa scelta è stato tralasciato l’ancoraggio al sistema monetario dell’Unione offerto dell’art.136 del TFUE, che nel 2011 è stato appositamente modificato per consentire la creazione di un meccanismo di stabilità della zona euro mediante l’erogazione di aiuti finanziari. Un qualche collegamento con il quadro dell’Unione è stato successivamente realizzato attribuendo alle istituzioni europee il potere di esercitare una sorveglianza rafforzata nei confronti degli Stati che usufruiscono dell’aiuto finanziario dal MES [regolamento (UE) 472/2013]. Con lo scoppio della crisi sanitaria e la conseguente necessità di reperire risorse finanziarie di contenimento, il dibattito circa la utilizzazione di questo meccanismo ha riguardato anche il problema di una sua possibile riforma, sia per mutarne il carattere intergovernativo, in favore di una qualificazione più marcatamente unionista, che per renderlo maggiormente corrispondente alla necessità di erogare aiuti in maniera indiscriminata, anche in considerazione del carattere simmetrico della crisi, che, sia pure con intensità diversa, colpisce tutti gli Stati dell’Unione.

Mentre è pendente una proposta di modifica dell’accordo originario del Mes, si è previsto (8 maggio 2020) un rafforzamento delle linee di credito del meccanismo (Pandemic Crisis Support) che dovrebbe consentire di erogare aiuti fino al 2% del PIL 2019 dello Stato membro richiedente, ed essere specificamente orientato a finanziare le spese sanitarie sostenute a partire dal febbraio 2020 per fronteggiare e prevenire la crisi Covid19.

In quanto “strumenti del passato” non può dirsi che le misure di aiuto finanziario sin qui considerate costituiscano un avanzamento verso la realizzazione del principio solidaristico che ispira il Trattato sull’Unione europea. Sintomo di questa apatia istituzionale è la risoluzione del 17 aprile 2020, in cui il Parlamento europeo esprime preoccupazione “per l’incapacità iniziale degli Stati membri di agire in modo collettivo” e “invita la Commissione e gli Stati membri ad agire di concerto per essere all’altezza della sfida e garantire che l’Unione esca dalla crisi più forte”. A questo proposito il Parlamento europeo sollecita un massiccio pacchetto di investimenti per la ripresa e la ricostruzione che vada al di là di ciò che stanno già facendo il MES e la BCE.

L’iniziativa del Parlamento europeo è giunta in un momento di particolare rilevanza costituito dal fatto che le Istituzioni sono coinvolte nell’approvazione del Quadro finanziario pluriennale 2021 – 2027: lo strumento che offre l’ambito entro il quale reperire e gestire le risorse necessarie per la ripresa. In effetti la proposta annunciata dalla Presidente della Comissione europea von der Leyen al Parlamento europeo il 13 maggio 2020 e successivamente precisata (il 27 maggio) prevede un Recovery Plan denominato Next Generation EU, del valore di 750 miliardi di euro, incorporato nel bilancio dell’UE: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_20_940?cookies=disabled.

Non è questo l’unico elemento di novità della proposta poichè in relazione al reperimento delle risorse finanziarie, oltre ad un aumento temporaneo del massimale delle risorse proprie al 2% del reddito nazionale lordo dell’UE, si prevedono l’emissione di titoli di debito da parte della stessa Commissione e l’istituzione di alcune forme di fiscalità europea, per esempio a carico delle imprese inquinanti. Anche dal punto di vista dell’impiego delle nuove e ingenti risorse finanziarie la proposta in questione presenta importanti elementi di europeismo, in quanto ne condiziona l’erogazione, da farsi in parte tramite prestiti e in parte sotto forma di sussidi a fondo perduto, alla realizzazione di progetti in aree sensibili quali l’agenda verde, la digitalizzazione e la riforma dell’apparato dello Stato.

Questo notevole impulso ad una risposta europeista della Commissione non è certamente senza ostacoli, dal momento che occorrerà l’approvazione del Consiglio e del Parlamento europei, nonché il coinvolgimento dei Parlamenti nazionali per quanto riguarda il Quadro finanziario pluriennale.

I giochi sono aperti: un possibile esito positivo di questa vicenda potrebbe essere la leva per un fruttuoso svolgimento della Conferenza sul futuro dell’Europa, rinviata oltre la data del 9 maggio (in cui doveva aprirsi), sempre per effetto di questa pandemia.

 

Venezia, 2 giugno 2020

Francisco Leita

Perché serve una politica fiscale europea? Scenari post pandemia.

Nelle ultime settimane si è discusso molto di come la politica fiscale debba essere orientata per permettere ai paesi colpiti dalla pandemia di Covid-19 di recuperare il più velocemente possibile dalle ampie cadute che molti indicatori economici faranno inevitabilmente segnare nei prossimi mesi. A livello europeo il dibattito si è ovviamente concentrato su ciò che l’UE può, potrebbe o dovrebbe fare per aiutare i paesi membri. Alcune soluzioni prevedono l’emissione di nuovi titoli di debito pubblico, gli eurobond (ribattezzati per l’occasione coronabond) il cui rimborso dovrebbe essere garantito dai paesi dell’Euro in una forma che introduce la responsabilità comune per il debito aggiuntivo. Pochi giorni fa il prof. Orcalli ha fatto il punto su alcune di tali proposte.

La materia appare decisamente complicata ma un recente commento 1di Thorsten Beck, Research Fellow del think tank CEPR (Center for Economic and Policy Research) apparso su Voxeu, può aiutare ad orientarsi nel dibattito. L’economista tedesco nell’articolo in cui appoggia l’idea che l’UE dovrebbe rispondere allo shock scegliendo la via della responsabilità comune per il debito e quindi quella dell’Eurobond, fornisce delle risposte a due domande cruciali: perché i paesi europei che hanno minori problemi di bilancio dovrebbero scegliere la via degli eurobond? Perché gli stati dell’area Euro dovrebbero cedere competenza all’UE anche in materia di politica fiscale?

Procediamo con ordine: il punto di partenza dell’economista tedesco è che le economie europee sono strettamente interconnesse. A legarle una fitta rete di relazioni che prendono la forma, ad esempio, delle catene di approvvigionamento, della sempre più spinta integrazione del mercato dei servizi e della mobilità del lavoro tra paesi UE. In un quadro come quello descritto è interesse di tutti i paesi che la ripresa avvenga rapidamente e in tutta Europa. Se l’obiettivo è chiaro il suo raggiungimento non appare così semplice per almeno due motivi. In prima battuta alcuni paesi hanno minor spazio fiscale disponibile di altri e quindi possono introdurre misure di politica fiscale di intensità o durata minore rispetto a quello che sarebbe necessario per una ripresa veloce. La raccolta di risorse attraverso l’emissione degli eurobond potrebbe risolvere questo problema. Ma perché ai paesi che hanno maggiori spazi fiscali conviene assumersi la responsabilità a beneficio dei paesi con uno spazio di politica fiscale inferiore? Beck invita a pensare a cosa potrebbe succedere se questi ultimi fossero lasciati soli delineando due scenari: nel primo i paesi con minor spazio fiscale potrebbero adottare stimoli espansivi limitati sia nelle risorse a disposizione che nel tempo, rallentando la ripresa in tutta l’area Euro con un risultato negativo per tutti i paesi; nel secondo scelgono la via di un vigoroso stimolo fiscale correndo il rischio che il loro debito diventi insostenibile. In questo caso potrebbe attivarsi un circolo vizioso caratterizzato da bassa crescita e dall’aumento delle divergenze fra i paesi nell’Unione Monetaria, che potrebbe portare all’esito più negativo: l’uscita dall’Euro con ricadute pesanti per l’intero sistema.

Un ulteriore elemento da considerare riguarda l’attribuzione di competenze all’UE in materia di politica fiscale da parte degli stati membri. Le politiche fiscali generano forti esternalità, questo significa che una manovra espansiva adottata da un paese ha affetti espansivi anche negli altri paesi. In presenza di esternalità come quelle descritte la soluzione che permette di evitare l’adozione di misure insufficienti di politica fiscale è quella del coordinamento delle politiche fiscali stesse tra stati o di un accentramento a livello europeo. In assenza di questa soluzione la somma delle misure adottate dai singoli stati potrebbe risultare uno stimolo troppo debole per uscire tutti dalla crisi.

Come ricordato da Beck, a sostegno di un intervento forte a livello europeo non ci sono esclusivamente motivazioni economiche ma anche politiche e sociali. Ciò che è avvenuto con la Brexit dovrebbe farci ricordare che i progressi nell’integrazione europea non sono irreversibili e che l’assenza di un approccio comune alla crisi può avere gravi ripercussioni politiche. Un nuovo fallimento dell’UE potrebbe dare ulteriore impulso al populismo e ai partiti autoritari che già hanno trovato terreno fertile dopo la crisi finanziaria globale e le due recessioni avvenute nel periodo 2008-2011.

Venezia, 18 aprile 2020

Gianluca Toschi
Economista
Coordinatore del Comitato Scientifico di FONDACO EUROPA

1 The economic, political and moral case for a European fiscal policy response to COVID-19, https://voxeu.org/article/economic-political-and-moral-case-european-fiscal-policy-response-covid-19

Europa al bivio cruciale

Europa al bivio cruciale

Come era facile immaginarsi, la riunione del Consiglio Europeo di giovedì si è conclusa con un non accordo e, necessariamente, con un rinvio. Il centro del disaccordo sembra essere, guardando ai resoconti della discussione, la questione degli eurobonds o, come sono stati chiamati, coronabonds. Occorre però fare chiarezza sulla questione. Se la proposta, italiana in particolare, era di emettere titoli di debito europei, la questione non si pone nemmeno: l’UE non ha la possibilità di emettere titoli di debito, semplicemente perché non ha competenze di politica fiscale. Esiste un bilancio europeo, certamente, anche se molto striminzito, ma non una politica fiscale comune che consenta di emettere titoli di debito, e, credo, al momento nessun Paese membro sarebbe disposto a trasferire competenze fiscali all’UE. Parlare di eurobond, in questa situazione, non ha senso: lo si potrà fare solo dopo una riforma dei Trattati istitutivi che, al momento, è al di là da venire.

Eppure l’idea continua ad essere affascinante, non solo per l’ideale della costruzione federale europea: basti pensare che, secondo i dati offerti dall’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato dalla Banca d’Italia (https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/rapporto-stabilita/2019-2/RSF_2_2019.pdf, Tav.A1) l’area Euro, nel suo complesso, ha un rapporto debito/PIL – per intenderci quello che in Italia raggiunge il valore di 133 – pari ad 85. Se confrontato con il 107 degli USA, che si preparano ad una fortissima manovra finanziaria, ed il 237 del Giappone, apparirebbe chiara la potenzialità di indebitamento europea, anche a fronte dell’appello di Draghi. Solo spostare il rapporto da 85 a 95 potrebbe in effetti mettere a disposizione del sistema circa mille miliardi di euro senza creare grandi sconquassi finanziari. Tuttavia, è chiaro che il problema non sta tanto nella capacità europea di indebitarsi, quanto nella disponibilità dei Paesi membri di trasferire questa competenza all’UE e, quindi, di condividere il peso del debito.

Allora di cosa si parla? Probabilmente una idea percorribile è di incaricare una istituzione legata all’UE di farsi carico di una emissione di debito. L’unica di cui oggi disponiamo è il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Il MES, però, non è una istituzione sovranazionale, ma bensì intergovernativa, e quindi soggetta al diritto di veto di qualsiasi Paese ed esposta, come sostengono Giavazzi e Tabellini ( https://www.lavoce.info/archives/64658/eurobond-perpetui-contro-il-covid-19/), ad interessi individuali e non comuni a tutta l’Europa. Oltre ad avere un esplicito rifiuto da parte di alcuni Paesi, fra i quali l’Italia, per la sua caratteristica della condizionalità (ossia mettere un Paese “sotto tutela” esterna – la famosa troika-), soffre di un peccato originale, ossia di essere nato per affrontare difficoltà finanziarie di tipo asimmetrico, proprie cioè di un solo Paese, come a suo tempo la Grecia. Questo caso è completamente differente, i problemi economici creati dal coronavirus sono simmetrici a tutti i Paesi, e le linee di credito da creare dovrebbero aiutare l’intera area ad affrontare sia i problemi finanziari legati alle questioni sanitarie che quelli legati al rilancio dell’economia. Problemi che, con ogni probabilità, richiederanno molto tempo per essere risolti, mettendo in questo modo in risalto non solo la dimensione del finanziamento, ma anche la sua scadenza: Il MES, nella sua attuale configurazione, non è certo adatto a prestiti a lunga e lunghissima scadenza. A questo proposito Giavazzi e Tabellini arrivano a proporre l’emissione di “eurobond” (naturalmente emissione in contemporanea da parte di tutti i Paesi membri, non da parte dell’UE che, come abbiamo visto, non è titolata ad emettere debito) a scadenza ultradecennale od addirittura di obbligazioni perpetue.

Il Governo italiano ha fatto bene, a mio avviso, a rifiutare l’ipotesi di far intervenire il MES nella sua attuale configurazione, sottolineando che i problemi economici del coronavirus sono problemi comuni a tutta l’Europa e che potremo venirne fuori solo assieme. Nella lettera di Conte e di altri leaders europei si sostiene la necessità di… “ lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia.” Se, come credo, sia difficile pensare ad una emissione da parte di una Istituzione della UE, dovrebbe essere valutata la proposta di Giavazzi e Tabellini di una emissione congiunta da parte di ogni Paese membro di un bond identico a quelli emessi dagli altri Paesi, garantito dalla disponibilità della Banca Centrale Europea ad acquistarli per stabilizzare il tasso di interesse e, per quanto riguarda la solvibilità, dalla capacità fiscale congiunta degli Stati che partecipano all’emissione. Rispetto alle misure attuate finora, vale a dire il quantitative easing della BCE e la sospensione del Patto di stabilità, molto importanti ma che si rivolgono ai singoli Paesi ed alle loro singole iniziative, il punto di svolta fondamentale richiesto dai Governi che hanno firmato la lettera citata è appunto la creazione di uno strumento nuovo comune, a favore ed a carico congiuntamente di tutti i Paesi membri: appunto la garanzia offerta dalla capacità fiscale congiunta degli Stati europei.

Un progetto sicuramente molto ambizioso, ma che gode del vantaggio di poter essere utilizzato rapidamente, visto che non abbiamo il tempo di aspettare modifiche dei Trattati o del testo dell’Accordo sul MES. D’altra parte, individuare strumenti comuni utili servirebbe non solo ad affrontare adeguatamente la profonda crisi che stiamo solo iniziando a vivere, ma anche a cercare un rilancio delle prospettive di integrazione europea evitando il fallimento di un ideale che ci ha appassionato fino ad oggi. Se si dimostrasse ancora una volta che l’Europa è una coalizione di paesi fatta per dividere i profitti, ma non per condividere le difficoltà ed i costi, correremo il rischio di una grave e forse irreversibile involuzione della nostra storia comune.

Gabriele Orcalli
Economista, componente Comitato Scientifico di FONDACO EUROPA

L’intervento di Draghi sul Financial Times

Il coronavirus ci pone di fronte a una guerra, e dobbiamo mobilitarci di conseguenza – Mario Draghi sul Financial Times

di Carmenthesister – marzo 26, 2020

Mario Draghi interviene sul Financial Times con un articolo che  ha l’effetto di una bomba sui burocrati di Bruxelles e sulla esitante e tremebonda politica del governo italiano. I debiti pubblici aumenteranno e ce ne dobbiamo fare una ragione, siamo di fronte a una guerra e in tempi eccezionali le risposte devono essere eccezionali. E veloci. Il rischio è entrare in un ciclo irreversibile di povertà.  Con buona pace del nostro ministro dell’economia, le previsioni sull’impatto della crisi sono di proprozioni inimmaginabili

di Mario Draghi, 25 Marzo 2020

Livelli più elevati di debito pubblico diventeranno una caratteristica dell’economia e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato

La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura per la propria vita o in lutto per i propri cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere sostenuti.

Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano il pericolo di perdere la vita, molti altri affrontano la perdita del sostentamento. Giorno dopo giorno, le notizie economiche stanno peggiorando. Nell’intera economia le imprese affrontano perdite. Molte si stanno già ridimensionando e stanno licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.

La sfida che ci troviamo di fronte è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da un’ondata di fallimenti che lasceranno dietro di sé dei danni irreversibili. È già chiaro che la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito sostenuta dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare le perdite – deve alla fine essere riassorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

È il ruolo proprio dello stato impegnare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può riassorbire. Di fronte alle emergenze nazionali gli Stati l’hanno sempre fatto. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e Germania tra il 6 e il 15% delle spese di guerra in termini reali fu finanziato dalle tasse. In Austria-Ungheria, Russia e Francia, nessuno dei prolungati costi di guerra furono coperti con le tasse. Ovunque, la base imponibile fu erosa dai danni di guerra e dal reclutamento. Oggi avviene la stessa cosa a causa dell’angoscia per la pandemia e della chiusura delle attività.

La domanda cruciale  non è se lo Stato debba impegnare il proprio bilancio, ma come. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dalla perdita del lavoro. Se non faremo questo, riemergeremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità produttiva compromesse in maniera permanente, con le famiglie e le imprese in grande difficoltà a ripianare i propri bilanci e ricostruire le loro attività.

I sussidi per la disoccupazione e il rinvio delle tasse sono passi importanti che sono già stati adottati da molti governi. Ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di reddito richiede un immediato sostegno di liquidità. È essenziale per tutte le imprese coprire le proprie spese di gestione durante la crisi, siano esse grandi aziende o ancor più piccole e medie imprese e imprenditori autonomi. Diversi governi hanno già introdotto opportune misure per fornire liquidità alle imprese in difficoltà. Ma è necessario un approccio più completo.

Se i diversi paesi europei hanno differenti strutture finanziarie e industriali, l’unico modo efficace per entrare immediatamente in ogni falla dell’economia è di mobilitare i loro interi sistemi finanziari al completo: mercati obbligazionari, principalmente per le grandi società,  sistema bancario e in alcuni paesi anche postale per tutti gli altri. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici. Il circuito bancario in particolare è diffuso in tutta l’economia e può creare denaro istantaneamente, consentendo scoperti di conto corrente o aprendo linee di credito.

Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo diventano un veicolo di trasmissione delle politiche pubbliche, il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli scoperti di conto o prestiti aggiuntivi. Né regolamentazioni né norme sulle garanzie bancarie dovrebbero ostacolare la creazione nei bilanci delle banche di tutto lo spazio necessario a tale scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere pari a zero, indipendentemente dal costo di finanziamento del governo che le emette.

Le imprese, tuttavia, non attingeranno alla liquidità che viene loro offerta semplicemente perché il credito è a basso costo. In alcuni casi, ad esempio le aziende con un portafoglio ordini, le loro perdite possono essere recuperabili e quindi ripagheranno il debito. In altri settori, probabilmente non sarà così.

Tali società potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e aumentare l’indebitamento per mantenere i propri dipendenti. Ma le loro perdite accumulate rischiano di compromettere in futuro la loro capacità di investimento. E, se l’epidemia e il blocco delle attività dovessero perdurare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito acceso per mantenere al lavoro i dipendenti in quel periodo fosse alla fine cancellato.

O i governi finanziano le persone che si indebitano per affrontare le proprie spese, o costoro falliranno e la garanzia sarà prestata dal governo. Se si riesce a contenere l’azzardo morale, la prima soluzione è la migliore per l’economia. Il secondo percorso sarebbe probabilmente meno costoso per il bilancio pubblico. In entrambi i casi, se si vogliono tutelare i posti di lavoro e le capacità, i governi dovrebbero assorbire una gran parte della perdita di reddito causata dal blocco delle attività.

I livelli del debito pubblico aumenteranno. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base imponibile fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e alla fine per lo stesso gettito del bilancio pubblico. Dobbiamo anche ricordare che, visti i livelli attuali e probabilmente futuri dei tassi di interesse, un tale aumento del debito pubblico non aumenterà l’onere del servizio del debito.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo straordinario shock. Ha una struttura finanziaria capillare in grado di far fluire i fondi in ogni parte dell’economia. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta politica rapida. La velocità è assolutamente essenziale per l’efficacia.

Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono colpiti. Il costo dell’esitazione può risultare irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni ’20 è un monito sufficiente.

La velocità del deterioramento dei bilanci privati ​​- causata da un blocco dell’attività economica che è sia inevitabile quanto opportuno – deve essere affrontata da una uguale velocità nell’impegnare i bilanci pubblici, mobilitare le banche e, in quanto europei, sostenersi a vicenda nel perseguimento di ciò che è evidentemente una causa comune.

LINK ARTICOLO:

Il coronavirus ci pone di fronte a una guerra, e dobbiamo mobilitarci di conseguenza – Mario Draghi sul Financial Times

Lettera all’UE di Conte firmata da molti premier europei

Vi prego di leggere la lettera che il nostro Capo del Governo ha indirizzato al Presidente del Consiglio d’Europa,accompagnata dalle firme di molti altri premier europei.

Buona lettura.

Arcangelo Boldrin


Corriere.it 25 marzo 2020

Coronavirus, Conte unisce il fronte dei paesi contro la linea rigorista: lettera alla Ue

L’appello firmato da Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo , Belgio e Portogallo

L’iniziativa politica è partita da Giuseppe Conte, ma è stata subito abbracciata da Francia, Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Grecia, Spagna, Slovenia e Portogallo. Insieme i premier si sono rivolti con una lunga lettera Charles Michel, belga presidente del Consiglio d’Europa, per chiedere misure urgenti e solidali per l’emergenza coronavirus cercando così di spaccare il fronte “rigorista” guidato da Germania e Olanda.

Il testo

«Caro Presidente, Caro Charles, la pandemia del Coronavirus è uno shock senza precedenti e richiede misure eccezionali per contenere la diffusione del contagio all’interno dei confini nazionali e tra Paesi, per rafforzare i nostri sistemi sanitari, per salvaguardare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali e, non ultimo, per limitare gli effetti negativi che lo shock produce sulle economie europee. Tutti i Paesi europei hanno adottato o stanno adottando misure per contenere la diffusione del virus. Il loro successo dipenderà dalla sincronizzazione, dall’estensione e dal coordinamento con cui i vari Governi attueranno le misure sanitarie di contenimento. Abbiamo bisogno di allineare le prassi adottate in tutta Europa, basandoci su esperienze pregresse di successo, sulle analisi degli esperti, sul complessivo scambio di informazioni. È necessario ora, nella fase piu’ acuta dell’epidemia. Il coordinamento che tu hai avviato, con Ursula von der Leyen, nelle video-conferenze tra i leader è d’aiuto in tal senso. Sarà necessario anche in futuro, quando potremo ridurre gradualmente le severe misure adottate oggi, evitando sia un ritorno eccessivamente rapido alla normalità sia il contagio di ritorno da altri Paesi. Dobbiamo chiedere alla Commissione europea di elaborare linee guida condivise, una base comune per la raccolta e la condivisione di informazioni mediche ed epidemiologiche, e una strategia per affrontare nel prossimo futuro lo sviluppo non sincronizzato della pandemia».

Le esigenze dei cittadini

«Mentre attuiamo misure socio-economiche senza precedenti, che impongono un rallentamento dell’attività economica mai sperimentato prima, abbiamo comunque bisogno di garantire la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali, e la libera circulazione di dispositivi medici vitali all’interno dell’UE. Preservare il funzionamento del mercato unico è fondamentale per fornire a tutti i cittadini europei la migliore assistenza possibile e la più ampia garanzia che non ci saranno carenze di alcun tipo. Siamo pertanto impegnati a tenere i nostri confini interni aperti al necessario scambio di beni, di informazioni e agli spostamenti essenziali dei nostri cittadini, in particolare quelli dei lavoratori transfrontalieri. Abbiamo anche bisogno di assicurare che le principali catene di valore possano funzionare appieno all’interno dei confini dell’UE e che nessuna produzione strategica sia preda di acquisizioni ostili in questa fase di difficoltà economica. I nostri sforzi saranno prioritariamente indirizzati a garantire la produzione e la distribuzione delle attrezzature mediche e dei dispositivi di protezione fondamentali, per renderli disponibili, a prezzi accessibili e in maniera tempestiva a chi ne ha maggiore necessità. Le misure straordinarie che stiamo adottando per contenere il virus hanno ricadute negative sulle nostre economie nel breve termine. Abbiamo pertanto bisogno di intraprendere azioni straordinarie che limitino i danni economici e ci preparino a compiere i passi successivi. Questa crisi globale richiede una risposta coordinata a livello europeo».

Il ruolo dell’Europa

«La BCE ha annunciato lo scorso giovedì 19 marzo una serie di misure senza precedenti che, unitamente alle decisioni prese la settimana prima, sosterranno l’Euro e argineranno le tensioni finanziarie. La Commissione europea ha anche annunciato un’ampia serie di azioni per assicurare che le misure fiscali che gli Stati membri devono adottare non siano ostacolate dalle regole del Patto di Stabilità e Crescita e dalla normativa sugli aiuti di Stato. Inoltre, la Commissione e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) hanno annunciato un pacchetto di politiche che consentiranno agli Stati membri di utilizzare tutte le risorse disponibili del bilancio dell’UE e di beneficiare degli strumenti della BEI per combattere l’epidemia e le sue conseguenze. Gli Stati membri dovranno fare la loro parte e garantire che il minor numero possibile di persone perda il proprio lavoro a causa della temporanea chiusura di interi settori dell’economia, che il minor numero di imprese fallisca, che la liquidità continui a giungere all’economia e che le banche continuino a concedere prestiti nonostante i ritardi nei pagamenti e l’aumento della rischiosità. Tutto questo richiede risorse senza precedenti e un approccio regolamentare che protegga il lavoro e la stabilità finanziaria. Gli strumenti di politica monetaria della BCE dovranno pertanto essere affiancati da decisioni di politica fiscale di analoga audacia, come quelle che abbiamo iniziato ad assumere, col sostegno di messaggi chiari e risoluti da parte nostra, come leader nel Consiglio Europeo».

Gli strumenti possibili

«Dobbiamo riconoscere la gravità della situazione e la necessità di una ulteriore reazione per rafforzare le nostre economie oggi, al fine di metterle nelle migliori condizioni per una rapida ripartenza domani. Questo richiede l’attivazione di tutti i comuni strumenti fiscali a sostegno degli sforzi nazionali e a garanzia della solidarietà finanziaria, specialmente nell’Eurozona. In particolare, dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia. Vi sono valide ragioni per sostenere tale strumento comune, poichè stiamo tutti affrontando uno shock simmetrico esogeno, di cui non è responsabile alcun Paese, ma le cui conseguenze negative gravano su tutti. E dobbiamo rendere conto collettivamente di una risposta europea efficace ed unita. Questo strumento di debito comune dovrà essere di dimensioni sufficienti e a lunga scadenza, per essere pienamente efficace e per evitare rischi di rifinanziamento ora come nel futuro».

Il nodo delle risorse

«I fondi raccolti saranno destinati a finanziare, in tutti gli Stati Membri, i necessari investimenti nei sistemi sanitari e le politiche temporanee volte a proteggere le nostre economie e il nostro modello sociale. Con lo stesso spirito di efficienza e solidarietà, potremo esplorare altri strumenti all’interno del bilancio UE, come un fondo specifico per spese legate alla lotta al Coronavirus, almeno per gli anni 2020 e 2021, al di là di quelli già annunciati dalla Commissione. Dando un chiaro messaggio di voler affrontare tutti assieme questo shock unico, rafforzeremmo l’Unione Economica e Monetaria e, soprattutto, invieremmo un fortissimo segnale ai nostri cittadini circa la cooperazione determinata e risoluta con la quale l’Unione Europea è impegnata a fornire una risposta efficace ed unitaria. Abbiamo inoltre bisogno di preparare assieme “il giorno dopo” e riflettere sul modo in cui organizziamo le nostre economie attraverso i nostri confini, le catene di valore globale, i settori strategici, i sistemi sanitari, gli investimenti comuni e i progetti europei. Se vogliamo che l’Europa di domani sia all’altezza delle sue storiche aspirazioni, dobbiamo agire oggi e preparare il nostro futuro comune. Apriamo pertanto il dibattito ora e andiamo avanti, senza esitazione».

Le firme

Sophie Wilmès, Primo Ministro del Belgio
Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese
Kyriakos Mitsotakis, Primo Ministro of Greece
Leo Varadkar, Primo Ministro of Ireland
Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano
Xavier Bettel, Primo Ministro del Lussemburgo
António Costa, Primo Ministro del Portogallo
Janez Janša , Primo Ministro della Slovenia
Pedro Sánchez, Primo Ministro della Spagna

LINK ARTICOLO:

Coronavirus, Conte unisce il fronte dei paesi contro la linea rigorista:
lettera alla Ue

AGENDA GLOBALE 2030 e gli obiettivi sostenibili I vantaggi competitivi dell’EU

Nel settembre 2015, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i paesi di tutto il mondo hanno sottoscritto l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile (Agenda 2030 delle Nazioni Unite) e i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (in inglese Sustainable Development Goals- SDGs), decidendo così un elenco concreto di “cose da fare per le persone e il pianeta”1. I leader mondiali si sono impegnati a eliminare la povertà, proteggere il pianeta e garantire pace e prosperità per tutti. Gli SDGs, insieme all’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, costituiscono la tabella di marcia per un mondo migliore. L’UE è una delle forze trainanti dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e si è pienamente impegnata a darvi attuazione. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile non sono un obiettivo di per sé, ma fungono da bussola e da mappa, offrendo la necessaria prospettiva a lungo termine, che trascende le campagne elettorali. Ci aiutano a orientarci per sostenere democrazie solide, costruire economie moderne e dinamiche e contribuire a un mondo con un migliore tenore di vita, disuguaglianze in diminuzione e la garanzia che nessuno venga lasciato indietro, rispettando allo stesso tempo i limiti del nostro pianeta e assicurandolo alle generazioni future.

Quali sono i 17 obiettivi sostenibili

1 La mia regione, la mia Europa, il nostro futuro: settima relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale, 2017. Disponibile al seguente indirizzo: https://ec.europa.eu/regional_policy/sources/docoffic/official/reports/cohesion7/7cr_it.pdf

I target calati nella realtà nazionale1

In Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 28,9%, in diminuzione rispetto all’anno precedente. La povertà di reddito riguarda il 20,3% della popolazione; la grave deprivazione materiale il 10,1% e la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è del 11,8%. La situazione appare in miglioramento, ma le disparità regionali sono molto ampie.

In Italia, un bambino su tre (6-10 anni) è in sovrappeso, ma la tendenza è al miglioramento. In agricoltura, continua ad aumentare la superficie investita in coltivazioni biologiche e diminuisce l’impiego dei fitofarmaci, ma aumentano anche le emissioni di ammoniaca, tornate ai livelli del 2010, e non diminuisce l’impiego dei fertilizzanti. Continua a ridursi, inoltre, l’indice di orientamento all’agricoltura della spesa pubblica.

L’Italia ha da tempo raggiunto l’obiettivo definito dalle Nazioni Unite per la mortalità neonatale e per la mortalità sotto i 5 anni, collocandosi tra i Paesi con la più bassa mortalità infantile in Europa.

Gli ultimi dieci anni hanno portato un diffuso avanzamento sul fronte dell’istruzione inclusiva, ma l’Italia è ancora agli ultimi posti in Europa per numero di laureati, tasso di abbandono e competenze. Il tasso di abbandono è salito per il secondo anno consecutivo e si attesta, nel 2018, al 14,5%. Permangono consistenti differenze territoriali a svantaggio del Mezzogiorno e dei maschi. Per le donne la quota delle 30-34enni laureate è del 34%, mentre per gli uomini è del 21,7%.

Diminuisce la violenza contro le donne, ma ne aumenta la gravità e rimane stabile la violenza estrema. Il divario di genere è ampio, pur se in diminuzione nel lavoro domestico e di cura non retribuiti. Riguardo alle donne nei luoghi decisionali, economici e politici, emergono segnali positivi, ma la presenza resta bassa.

L’Italia presenta il maggiore prelievo di acqua per uso potabile pro capite tra i 28 Paesi dell’Unione europea: 156 metri cubi per abitante nel 2015. Nel 2015 sono stati prelevati 9,5 miliardi di metri cubi d’acqua per uso potabile, ma solo 8,3 sono stati immessi nelle reti comunali di distribuzione e 4,9 sono stati erogati agli utenti, corrispondenti a 220 litri per abitante al giorno. L’efficienza della rete di distribuzione dell’acqua potabile è in peggioramento. Nel 2018 il 10,4% delle famiglie ita- liane lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nelle loro abitazioni.

L’Italia, storicamente caratterizzata da una contenuta intensità energetica primaria, ha visto diminuire l’indicatore, tra il 2000 e il 2016, da 113,2 a 98,4 tonnellate equivalenti di petrolio per 1000 euro di PIL. La Sardegna è la regione su cui si registra il maggior decremento del rapporto CIL/PIL, seguita da Molise, Marche e Abruzzo. Dopo il rallentamento segnato tra il 2013 e il 2015, nel 2017, torna a crescere il contributo delle fonti rinnovabili ai consumi di energia complessivi, ma non per l’energia elettrica.

Il tasso di crescita annuo del PIL reale pro capite mostra un miglioramento negli ultimi tre anni (+1,0% nel 2018), ma la dinamica della produttività del lavoro resta debole. Pur restando al di sopra dei livelli pre-crisi, il tasso di disoccupazione continua a calare (10,6% nel 2018; -0,6 rispetto al 2017). Il tasso di mancata partecipazione al lavoro è quasi doppio rispetto all’Ue.

Il sistema produttivo è in costante trasformazione, con una diminuzione, tra il 1995 e il 2017, del peso del settore manifatturiero in termini di incidenza sul totale, sia di occupazione sia di valore aggiunto. Nel 2017 l’intensità di emissione di CO2 sul valore aggiunto (178,28 tonnellate per milione di euro) tocca il minimo storico. Il sistema di Ricerca e Sviluppo (R&S) italiano sconta un ritardo strutturale rispetto a quello dell’Ue, che la lenta progressione dell’intensità di ricerca e del personale coinvolto nella R&S non riesce a compensare.

Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi della popolazio- ne complessiva. Dal 2008, a causa della crisi economica, sono state osservate flessioni più marcate per i redditi relativamente più bassi. L’Italia sta vivendo un profondo mutamento dei fenomeni migratori che la interessano. Passata l’epoca delle migrazioni per lavoro, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una crescente rilevanza di flussi in ingresso di persone in cerca di asilo e protezione internazionale. Nel 2017 si è registrata per la prima volta, dopo un decennio di costante crescita, una diminuzione del numero di acquisizioni di cittadinanza (-26,4%).

Battuta d’arresto nella riduzione del livello di inquinamento atmosferico da particolato. Generale miglioramento dei fattori di disagio abitativo dopo anni in cui risultava in aumento. Un terzo delle famiglie è ancora insoddisfatta per l’utilizzo dei mezzi pubblici. Prosegue la diminuzione della quota di rifiuti urbani conferiti in discarica, scesa al di sotto di un quarto negli ultimi due anni (23,4% nel 2017). La spesa pubblica pro capite per la protezione delle biodiversità e dei beni paesaggistici si è ridotta di circa venti euro pro capite negli ultimi dieci anni.

L’Italia si colloca in posizione virtuosa in Ue per il contenuto consumo di risorse naturali, grazie anche al netto calo registrato negli ultimi quindici anni. Il consumo di materia torna però a crescere in concomitanza con la ripresa delle attività produttive, raggiungendo, nel 2017, 8,2 tonnellate pro capite; con notevolissimi disparità regionali. Nonostante i numerosi segnali positivi relativi alla gestione dei rifiuti, l’Italia è ancora indietro rispetto ai target di raccolta differenziata stabiliti dalla normativa.

A livello globale, le emissioni di anidride carbonica sono aumentate del 40% rispetto ai valori del 2000. Nel 2015, si è rilevata una lieve flessione rispetto all’anno precedente. In Europa, le emissioni di gas serra ed altri gas climalteranti pro capite registrano una lieve diminuzione tra il 2015 ed il 2016, con 8,7 tonnellate pro capite. Analoga la flessione in Italia (7,2 ton pro capite), dove le emissioni di gas serra sono in diminuzione dal 2005. I tre quarti sono generate dalle attività produttive ed un quarto dalla componente consumi delle famiglie. Nel 2017, è esposto a rischio di frane il 2,2% della popolazione e a rischio alluvioni il 10,4%. Le anomalie di temperatura sono pari a 1,30°C rispetto ai valori climatologici normali.

In Italia, la superficie delle aree marine protette è pari complessivamente a 3.020,5 km2. I tre quarti delle aree protette si trovano in Sardegna, Sicilia e Toscana. Le Aree marine comprese nella rete Natura 2000 han- no nel 2017 un’estensione pari a 5.878 chilometri quadrati. La percentuale di coste marine balneabili è pari al 66,9%. La maggior parte degli stock ittici è in sovra sfruttamento. La pesca intensiva nell’Atlantico nord-orientale (e aree adiacenti) e nell’area geografica del Mediterraneo (Occidentale) deve essere maggiormente contenuta per rientrare nei livelli biologicamente sostenibili.

Il 31,6% del territorio nazionale è coperto da boschi, la cui estensione è aumentata dello 0,6% l’anno dal 2000 al 2015, e cresce anche la loro densità in termini di biomassa (da 95 a 111 t/ha). Il sistema delle aree naturali protette copre circa l’80% delle Aree chiave per la biodiversità, il 35,1% delle aree forestali e il 21,6% dell’intero territorio nazionale. Il consumo di suolo, tuttavia, continua ad avanzare (14 ettari al giorno nel 2017), e continuano a diffondersi le specie alloctone invasive (in media, più di 11 nuove specie introdotte ogni anno dal 2000 al 2017). Aumentano, a parità di controlli effettuati, le violazioni delle norme sui traffici illeciti di specie protette (da 2,5 a 4 ogni mille controlli dal 2015 al 2016).

Nel 2017 hanno avuto luogo 0,6 omicidi ogni 100 mila abitanti. Il tasso di omicidi si riduce per gli uomini nel corso degli anni, mentre rimane stabile per le donne. La quota di popolazione vittima di aggressioni o rapine consumate è pari all’1,4%. Il 4,1% delle donne e lo 0,7% de- gli uomini in età compresa tra i 18 e i 29 anni sono stati vittime di violenze di tipo sessuale prima dei 18 anni. Il 7,9% delle famiglie è rimasto coinvolto in almeno un caso di corruzione nel corso della vita. Diminuisce nel corso degli anni la quota di detenuti adulti nelle carceri italiane in attesa di primo giudizio (16,5% nel 2018). La durata media per l’espletamento dei procedimenti civili dei tribunali ordinari rimane molto elevata, 429 giorni in media nel 2018, con grandi differenze a livello territoriale.

La quota di reddito nazionale lordo destinata dal nostro Paese all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo continua a crescere anche nel 2017, mentre l’andamento dell’APS ai Paesi meno sviluppati è stabile. L’Italia rimane comunque molto distante dai target al 2030 stabiliti dall’Agenda. Nel 2018, le entrate delle amministrazioni pubbliche rappresentano il 42,1% del Pil, una quota leggermente decrescente a partire dal 2016, ma superiore di 2,1 punti percentuali rispetto al 2000. Le rimesse verso l’estero degli immigrati in Italia, in decremento dal 2012, tornano a crescere nel 2018, fino a raggiungere, i 6,2 miliardi di euro.

Sforzi ne sono stati fatti in Italia, ma non basta.

La vigente disciplina italiana sull’ambiente risente dunque, della forte spinta europea in termini di normativa: ad oggi circa 550 direttive, regolamenti e decisioni stanno innalzando i nostri standard di vita con evidenti benefici per i cittadini e per l’ambiente. Senza questi standard, i clorofluorocarburi distruggerebbero lo strato di ozono, le emissioni dai trasporti avrebbero un’impennata, i corsi d’acqua sarebbero soffocati dagli scarichi fognari e ampie fasce di terreno sarebbero seppellite dai rifiuti2. 


Secondo l’ultimo aggiornamento della Commissione Europea (7 marzo 2019) il numero delle procedure di infrazione totali a carico del nostro Paese, sale a 74,rispetto alle 61 dello scorso anno, praticamente una nuova procedura al mese dal 2018 al 2019.

Di queste, 64 sono attribuite per violazione del diritto dell’Unione e 10 per mancato recepimento di direttive.

Affinché l’Italia s’immetta su un percorso sostenibile, dobbiamo fare in modo che le nostre politiche aiutino tutti i cittadini europei a realizzare il cambiamento. Oggi la sfida della sostenibilità è sistemica perché fondamentale avere in mente l’intero sistema, niente è a sé stante; è pervasiva perché non teme la contaminazione unendo creatività, innovazione, tecnologia alla produzione; è culturale perché necessita di un mindset con nuove priorità; è globale perché siamo interconnessi poiché ci troviamo dentro la stessa astronave in qualunque latitudine ci troviamo.

Irene Sollazzo

2 Rapporto SDGs. 2019. Informazioni Statistiche per l’Agenda 2030 in Italia

3 Dossier WWF per le elezioni europee 2019 Italia_chiama_Europa

Il viaggio Sostenibile per l’Unione Europea

Per la prima volta venne introdotto il concetto di sviluppo sostenibile nel 1987 in un documento pubblicato come rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future). Il nome venne dato dalla coordinatrice Gro Harlem Brundtland, che in quell’anno era presidente del WCED (Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo).

«lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri» (WCED,1987)

Tale definizione mette in luce quindi un principale principio etico: la responsabilità da parte delle generazioni d’oggi nei confronti delle generazioni future. Se vogliamo un tale sviluppo è necessario allineare le nostre azioni con principi che mirino al mantenimento delle risorse, all’equilibrio ambientale del nostro pianeta e al benessere delle nostre comunità. Molte cose, incluse le nostre scelte non sono andate proprio nella direzione auspicata dal rapporto Brundtland.

Cos’è mancato di base?

La visione del futuro, un’ottica di lungo periodo. E ’stato applicato, e ancora si applica in ogni ambito della vita produttiva, economica, sociale, politica del Paese un concetto di breve termine che sta ormai esaurendo il suo ossigeno!

Oggigiorno l’umanità usa l’equivalente di 1,7 pianeti, con un consumo globale di risorse materiali aumentato di quattordici volte tra il 1900 e il 2015, e che secondo le proiezioni dovrebbe più che raddoppiare tra il 2015 e il 2050 1 : il mondo si sta rapidamente avvicinando a diversi punti di non ritorno. Oltre alla pressione ambientale, questa situazione rappresenta una seria minaccia per i valori fondamentali per i cittadini degli stati membri dell’UE: democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali.

Qualcuno lo ha capito e sta lavorando per invertire la rotta, l ’Unione Europea ha già intrapreso questo percorso: tra il 2000 e il 2015 l’occupazione è cresciuta più velocemente nel settore ambientale che nell’intera economia; le tecnologie a basse emissioni di carbonio stanno diventando una merce importante, che permette all’UE di beneficiare di un considerevole avanzo della bilancia commerciale; nel periodo 2012-2015 le esportazioni UE di tecnologie energetiche pulite hanno raggiunto i 71 miliardi di EUR, superando di 11 miliardi di EUR le importazioni. L’UE sta già dimostrando che è possibile far crescere l’economia e al tempo stesso ridurre le emissioni di carbonio2.

È necessario agire a tutti i livelli. Sono coinvolte le istituzioni dell’UE, gli Stati membri e le regioni. Città, comuni dovrebbero tutti diventare promotori del cambiamento. I cittadini, le imprese, le parti sociali e la comunità della ricerca e della conoscenza dovranno fare squadra se vogliamo riuscire, dobbiamo remare nella stessa direzione. Era stata la Commissione Juncker a presentare una visione strategica a lungo termine per un’economia UE prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra entro il 20503. L’UE ha le capacità e la forza per fissare gli standard per il resto del mondo se assume la guida dell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e della transizione verso un’economia circolare, anche grazie a investimenti intelligenti nell’innovazione e nelle tecnologie abilitanti fondamentali.

1 Commissione UE, Quadro di valutazione delle materie prime 2018

2 Eurostat, Environmental economy – statistics on employment and growth. Disponibile al seguente indirizzo: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/pdfscache/10420.pdf. Nell’economia ambientale rientrano due grandi categorie di attività e/o prodotti: “tutela ambientale” ossia tutte le attività connesse alla prevenzione, riduzione ed eliminazione dell’inquinamento e di ogni altra forma di degrado dell’ambiente; “gestione delle risorse” ossia la preservazione e la cura del patrimonio di risorse naturali e quindi la prevenzione del suo esaurimento.

3 COM(2018) 773 final.

Venezia sott’acqua, non un minuto da perdere nella lotta contro il cambiamento climatico

Con queste parole, la nuova presidente della Commissione EU in forza dal 1 dicembre 2019, Ursula Von der Layen, inizia il suo mandato mettendo l’ambiente al vertice dell’agenda europea per una nuova Europa. Ci sono tutti i presupposti per continuare e migliorare il lavoro di Juncker. L’ambizione dell’UE di conseguire un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e climaticamente neutra dimostrerà che la transizione “verde” può andare di pari passo con una maggiore prosperità. Per riuscirci, l’UE e gli Stati membri devono assumere un ruolo guida nel campo della scienza, della tecnologia e delle infrastrutture moderne.

L’Italia e l’Euro

LE DIFFICOLTA’ DELL’ECONOMIA ITALIANA NON DIPENDONO DALL’EURO
di Maurizio Scarpa

La mediocre performance dell’economia italiana degli ultimi anni (il PIL pro capite è ancora inferiore a quello del 2000) non è dovuta all’euro, ma a problemi strutturali.
Lo sostiene Valentina Romei in un articolo del Financial Times ripreso da l’Internazionale del 22 Novembre 2018.

Secondo l’autrice i principali problemi strutturali sono:

I bassi livelli di produttività, innanzitutto, legati alla conduzione familiare delle aziende italiane: il 95% di queste ha meno di dieci dipendenti (fonte: osservatorio della commissione europea sulle piccole e medie imprese); il loro valore aggiunto per dipendente è tra i più bassi in Europa e continua a diminuire.

Le carenze del sistema dell’istruzione, in secondo luogo: in Italia le “competenze medie in scienze, matematica e capacità di lettura dei quindicenni” sono le peggiori in Europa (anche se in linea con gli Stati Uniti); il Paese vanta inoltre un enorme abbandono scolastico (il maggior numero di persone tra i 15 e i 34 anni in Europa che non lavorano né studiano) ed il minor numero di laureati del continente.

L’inefficienza dello Stato e dei servizi pubblici (il peggior “indice sullo stato di diritto 2017-2018 tra i paesi ad alto reddito nel mondo), inoltre, che impedisce, fra l’altro, alle aziende straniere di investire in Italia.

Infine, il costo degli interessi sul debito pubblico (i più alti in Europa in percentuale del PIL): “Il debito dell’Italia assorbe una grande quantità di risorse economiche riducendo i fondi per le infrastrutture e per gli investimenti industriali”.

L’Unione Europea tra populismi e nuove tensioni nel Mediterraneo – Mercoledì 5 Dicembre 2018 – San Stino di Livenza

Mercoledì 5 dicembre 2018
Ore 20.30
Sala Consiliare del Comune di San Stino di Livenza
Piazza Aldo Moro 1

L’affermazione di visioni populiste e nazionalistiche rappresenta una delle sfide che l’Unione Europea è chiamata ad affrontare nel futuro prossimo.
Strettamente connesse a questi fenomeni sono le dinamiche che si stanno sviluppando attorno al Mediterraneo, area ove si gioca molta parte dei destini del mondo.
Risulta oltremodo importante per l’Europa e per il nostro paese capire i processi in atto: dai ruoli che intendono giocare le grandi potenze e i protagonisti dell’area, a come e per quali motivi i movimenti populisti e nazionalisti si stanno espandendo in tutto il continente europeo.

Saluti istituzionali

Presiede

Stefano Pellizzon
Vice Sindaco del Comune di San Stino di Livenza

Intervengono

Gianluca Toschi
Economista
Professore a contratto – Università di Padova

Mattia Zulianello
Politologo
Assegnista di ricerca – Università di Firenze

Arcangelo Boldrin
Presidente di FONDACO EUROPA

 

Con il Patrocinio del Comune di San Stino di Livenza

Si prega di confermare la propria partecipazione alla mail info@fondacoeuropa.eu

Europa e legge di bilancio

IL NORDEST HA UN’ALLEATA PER CORREGGERE LA MANOVRA
di Gianluca Toschi

La maggioranza (risicata ma pur sempre maggioranza) dei cittadini del Nord Est ritiene che sia meglio rimettere mano alla legge di bilancio come richiesto dall’Unione Europea.
Come possono essere interpretati i risultati dell’Osservatorio Nord Est? L’ipotesi più immediata è che l’idea di andare allo scontro con l’UE, imboccando un percorso che non si sa a quali esiti possa portare, spaventi i cittadini del Nord Est. Una posizione simile, quindi, a quella registrata dall’Osservatorio poche settimane fa sull’Euro quando il 75% della popolazione si dichiarava contraria all’uscita dalla moneta unica. Aprire una dura battaglia con le istituzioni europee o uscire dall’Euro apre prospettive inedite caratterizzate da grande incertezze: due scenari che i cittadini del Nord Est preferiscono evitare.
La seconda ipotesi è che gli elettori nordestini credano sia meglio rivedere la legge di bilancio perché il mix di misure proposte non li convince. Dei sei provvedimenti sondati solamente due vedono il favore della maggioranza degli elettori (la necessità di bloccare l’aumento dell’IVA e l’abolizione della legge Fornero). Il condono fiscale e il reddito di cittadinanza, invece, non scaldano i cuori. Si dichiara favorevole a questi due provvedimenti solamente un cittadino su tre del Nord Est. In un territorio in cui esiste una forte condivisione culturale del ruolo dell’impresa appare diffusa la sensazione che nella legge di bilancio alle imprese sia destinato un ruolo marginale. Andare allo scontro con l’UE rappresenterebbe, quindi, una battaglia da combattere per difendere una politica economica di cui non si è convinti pienamente o, ribaltando la prospettiva, l’UE fornisce la possibilità di rivedere una legge di bilancio che contiene alcuni provvedimenti che piacciono poco: una sorta di “ce lo chiede l’Europa” vista dal lato degli elettori.

I primissimi risultati di un sondaggio Eurobarometro usciti venerdì scorso forniscono una chiave di lettura aggiuntiva. Secondo tale sondaggio gli italiani tenderebbero a fidarsi più dell’Unione europea che del governo. Nella maggioranza delle regioni italiane, oltre un cittadino su due (50-65%) dichiara, infatti, di credere nell’Unione europea, mentre solo una quota tra il 35 e il 50% si fida del governo nazionale. Un risultato decisamente a sorpresa dopo quelli usciti poche settimane fa che evidenziavano che in caso di referendum sull’uscita dall’Ue, solamente il 44% degli italiani avrebbe votato per restare. Certo, per vedere se siamo davvero in presenza di un cambiamento di tendenza sarà necessario analizzare in dettaglio i risultati dell’Eurobarometro. Di sicuro il quadro appare più complesso di come si presentava fino a poche settimane fa.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 14 novembre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

https://www.ilgazzettino.it/

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