Il Nord Est e l’uscita dall’Euro

DOPO L’UNIONE MONETARIA MANCA ANCORA QUELLA POLITICA
di Gianluca Toschi

Qualche anno fa Paul De Grauwe paragonò l’Euro a una bella villa che aveva però un problema: era stata costruita senza il tetto. In una villa senza il tetto tutti vogliono rimanere finché il tempo è bello ma quando volge al brutto ci si rammarica della scelta.
L’immagine dell’economista belga è particolarmente efficace per evidenziare i problemi che oggi l’Unione Monetaria sta vivendo e quindi anche per commentare i dati che emergono dall’Osservatorio sul Nord Est. I due temporali che si sono abbattuti sulla villa Euro (la recessione del 2008-2009 e quella del 2012-2013) hanno reso evidenti i difetti di progettazione. Il tetto che manca all’Euro si chiama Unione Politica e per costruirla servono due cose: buoni progettisti (una classe politica che accetti la sfida) ma soprattutto tegole molto costose che vanno sotto il nome di “maggior simmetria nelle politiche macroeconomiche tra gli stati”, “completamento dell’unione bancaria” e “unione fiscale”. Un tetto di questo tipo ridurrebbe le divergenze nelle politiche macroeconomiche che sono state spesso all’origine di forti squilibri tra paesi. In secondo luogo, attraverso un’unione politica si potrebbe dar vita a meccanismi di assistenza automatica tra gli stati. Il problema è che sono tutti investimenti che gli stati membri dovrebbero pagare utilizzando una moneta che va sotto il nome di (ulteriore) cessione di sovranità.
I venti populisti che stanno soffiando in molti paesi e più in generale la sfiducia che i cittadini nutrono verso le istituzioni europee sembrano portare l’Europa in tutt’altra direzione. Come commentare, quindi, la posizione dei cittadini del Nord Est che dichiarano di voler rimanere nell’Euro pur in presenza di una fiducia calante verso l’Europa? L’ipotesi più immediata è che l’idea di abbandonare la moneta unica spaventi.
Riprendendo l’immagine di De Grauwe, stare con altri (paesi) in una villa in cui piove dentro è preferibile rispetto ad uscire per strada soli durante un temporale. Il problema è che se non si investe sul tetto i muri potrebbero crollare, togliendo quella (parziale) protezione che hanno dato fino ad oggi. Un vero dilemma: per rendere efficace l’Euro (che i cittadini vogliono) servono ulteriori cessioni di sovranità che una parte sempre più importante dei cittadini non vuole. Sarà interessante vedere le posizioni delle forze politiche su queste questioni in vista delle elezioni europee del prossimo anno, ammesso che in campagna elettorale si parli di questo e non di problemi nazionali, come spesso, purtroppo, accade.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 17 ottobre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

Verso gli Stati Uniti d’Europa. Perché per salvare l’Europa è necessario essere utopici

Alla conferenza di Laboratorio Europa di Eurispes “Trasformare l’Europa”, venerdì 11 maggio il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta ha lanciato un’idea di Europa utopica, velleitaria, controcorrente

Il problema politico che si pone davanti a noi, che crediamo all’ Europa unita e madre, non matrigna, è come rilanciarne una visione strategicamente, anzi, direi emotivamente, coinvolgente, sin da sembrare, in questo contesto politico e culturale, utopica, velleitaria, controcorrente. Ma, al tempo stesso, conciliare, questa idea positiva di Europa con i problemi concreti di carattere politico, istituzionale, economico e giuridico che si contrappongono alla sua realizzazione e con i quali facciamo i conti tutti i giorni, tali da far, talvolta, pensare, anche a chi vuole davvero realizzarla, che sia impossibile, impraticabile, insostenibile farcela.

In sostanza, si tratta di capire se è possibile pensare all’Europa unita, da un lato, e riconoscere, dall’altro, le differenze storiche, culturali, sociali esistenti tra i popoli, facendo sì che esse siano un valore aggiunto allo stare insieme e non un ostacolo alla convivenza. E, ancora, come garantire agli Stati nazionali la necessaria autonomia di scelte, senza che ciò contrasti con la gestione europea dei poteri. Si pongono qui le questioni delle liste sovrannazionali e dei rapporti tra Commissione, Parlamento e Governi nazionali.

Personalmente penso che la risposta a questo delicato e difficile interrogativo stia negli Stati Uniti d’Europa. Agli occhi dell’opinione pubblica, anche la più avveduta, questa prospettiva è caricata di una forte simbologia: viene, cioè, vissuta come l’orizzonte strategico più alto; come la nuova Patria, come l’unità europea. Sicché, Europa unita e Stati Uniti d’Europa appaiono come il medesimo concetto strategico, tanto da venire assimilati in un’unica contestazione da chi contrasta la prospettiva europea o applauditi da chi la sostiene.

Credo, invece, che bisogna rendere evidenti le differenze, per l’appunto strategiche, tra i due concetti. Il primo – l’Europa unita – se preso alla lettera, è davvero utopico, ma anche sbagliato perché annulla le specificità. È, perciò, irrealizzabile e dannoso, perché dà ragione a chi ne sostiene l’impraticabilità allo scopo di “smontare” l’Europa, mantenendone un simulacro ubbidiente alle sovranità nazionali, a cominciare, ovviamente, dalle più forti.

Gli Stati Uniti d’Europa, invece, conservano il carattere simbolico di una sostanziale e forte identità e unità europea, ma esplicitano una visione e una gestione federale, che può garantire quell’equilibrio tra unità e specificità, tra identità e autonomia, di cui parlavo all’inizio. Senza dimenticare che il progetto degli Stati Uniti d’Europa deve essere capace di rimettere al centro del dibattito, sociale e culturale europeo, la prospettiva politica. Burocrazia, vincoli economici, distacco tra cittadini e rappresentanti hanno prodotto nel tempo un cortocircuito in cui l’Euro, e non l’Europa, ha finito per fare da collante a regole restrittive e non a un progetto politico, in grado di scaldare le “masse”, come si sarebbe detto un tempo.
Per questo dobbiamo ripartire dalla politica. Affermare l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa vuol dire, oggi, nella stessa Europa, ma anche in Italia, andare controcorrente. Ebbene: andiamoci!

Stiamo vivendo nel nostro Paese una situazione politica nella quale prevale una prospettiva di governo sovranista, che attribuisce all’Europa l’origine dei nostri guai, accompagnata da una piattaforma economica insostenibile, che scaricherà sull’Europa l’impedimento a realizzarla. Ma, questa piattaforma è stata sostenuta da un forte consenso popolare, manifestatosi nel voto recente. Ebbene, a fronte di questo scenario, le forze europeiste hanno, davanti a sé, un’alternativa secca: o “lisciare il pelo” all’onda maggioritaria, sedendosi con loro per verificare le loro proposte e cercare, comprensibilmente, di ridurre il danno o alzare il tiro affermando una prospettiva esplicitamente alternativa, pur se minoritaria.
Io, conscio della difficoltà attuali e dei rischi di una alleanza pienamente sovranista, avrei tentato di incrinare il fronte ed attuare anche la prima strada, ma, una volta bruciata la possibilità di incidere nelle politiche di governo, è meglio prendere il largo e ragionare su una prospettiva politica netta e pienamente riconoscibile.

A questo proposito bisogna chiedersi se uno degli aspetti che ha segnato il risultato negativo delle forze riformiste ed europeiste, non sia stato, anche, aver manifestato una sorta di tiepidezza verso l’Europa. Il rispetto dei vincoli economici (il 3%) è stato vissuto come un’imposizione. Che il fiscal compat vada corretto è evidente, ma i nostri problemi di debito pubblico, di scarsa crescita, di disoccupazione, non vanno imputati all’Europa o alla Germania, ma – come dice il professore Fabbrini – devono suscitare uno scatto di orgoglio nazionale per risolverli.

Devo dire, però, che nella discussione sulla crisi, noi stessi abbiamo confuso il rigore tedesco sui conti, eccessivo e sbagliato, che ha contagiato la Commissione, con l’austerità. Ancora meglio abbiamo barattato la sobrietà, che, al contrario, poteva essere, dentro la crisi drammatica che abbiamo attraversato non solo una virtù, ma anche un presupposto per una discussione sul modello economico post-crisi, meno consumista e più sostenibile! Questione che troverà, nei prossimi mesi, un interessante banco di prova nelle scelte politiche che si faranno nel nostro Paese, in rapporto all’equilibrio tra tenuta dei conti, flessibilità e deficit. Prepariamoci a questa discussione!

Le incertezze di messaggio, dunque, hanno lasciato spazio ad una visione negativa dell’Europa, alimentata dai sovranisti, ma, tutto sommato, poco contrastata da noi. Non sono bastate a compensare questa ambiguità di fondo, iniziative importanti, ma estemporanee, come la presenza, su invito di Renzi, a Ventotene di Hollande e Merkel, o la caratterizzazione del simbolo elettorale di Emma Bonino, con: “+ Europa”.

Ecco perché, sostengo, sia un bene andare, oggi, esplicitamente controcorrente, recuperando, in tal modo, un deficit comunicativo. Sostenere, in questo frangente politico, gli Stati Uniti d’Europa vuol dire dare un riferimento a quella parte larga del Paese che guarda con favore, anche critico, all’Europa. Cittadini diffusi anche tra i votanti dei sovranisti, ai quali hanno dato il consenso per altri motivi (il lavoro, le tasse, i migranti), senza, però, necessariamente arrivare alla conclusione, alla quale arrivano i partiti vincitori, che è tutta colpa dell’Europa…

Colpe, in effetti, l’Europa ne ha e non poche. Come, però, ne hanno e, forse, in misura maggiore, i Governi degli Stati nazionali.

Solo se è chiara ed esplicitata la prospettiva europeista, le necessarie critiche sono interpretabili come un contributo alla soluzione dei problemi e non alla ri-soluzione… dell’Europa. Solo all’interno di quella prospettiva sarà possibile gestire le diverse velocità tra gli Stati. I casi Grecia e la Brexit, in maniera molto diversa tra loro, ci devono insegnare che non esistono spazi per due o più Europe, ma, semmai, per diversi destini o per diversi gradi di maturazione nel processo europeista che vanno riconosciuti e rispettati.

L’Europa a due velocità, infatti, è un vantaggio se si va verso gli Stati Uniti d’Europa, perché consente agli Stati più disponibili ad accelerare il processo, fungendo da traino per gli altri vagoni più lenti e, probabilmente, scatena la corsa a non restare fuori; ma diventa una separazione progressiva e definitiva se disancorato da una prospettiva comune.

Europa e migrazioni – Mercoledì 9 maggio ore 17.30 – Caffè del cortile dell’Università Ca’ Foscari Venezia – Dorsoduro 3246

Come sai sul delicatissimo e complicato tema delle migrazioni si gioca molta parte del futuro della costruzione europea. Nell’incontro di cui al sottostante invito abbiamo cercato di mettere a confronto esperienze diverse: un ambasciatore, Luisella Pavan-Wolfe, due ricercatori che operano in ambiti diversi, Sara De Vido e Giovanni Carlo Bruno, uno studioso, Giuseppe Sciortino (autore del libro “Rebus immigrazione” – Ed. Il Mulino, di cui mi permetto di consigliarti la lettura) e una europarlamentare, Cécile Kyenge.

Mi raccomando, se ti è possibile, di non mancare.

Cordiali saluti.

Arcangelo Boldrin

Il futuro dell’Unione Europea: fra spinte centrifughe e crisi di legittimità

Ho il piacere di inviarti il programma della giornata di studi che il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e studi Internazionali dell’Università di Padova ha organizzato in collaborazione con FONDACO EUROPA.

Il tema è di grande respiro e di sicuro interesse, particolarmente in questo momento così delicato per il futuro dell’Unione Europea.

Spero di poterti incontrare in quella occasione.

Grazie dell’attenzione e a presto.

Arcangelo Boldrin

Presidente di FONDACO EUROPA

Breve riflessione e augurio natalizio

Carissimi,

ritengo doveroso, avvicinandoci alla fine dell’anno, tracciare un primo bilancio sull’attività svolta da FONDACO EUROPA, a tal fine vi allego una sintetica nota riguardante le iniziative che abbiamo promosso nel 2017.

Consentitemi però di intrattenere per qualche istante la vostra attenzione su una breve mia riflessione.

Tutti noi possiamo constatare quanto sempre di più gli eventi che accadono nel mondo abbiano ripercussioni quasi immediate sulla nostra vita e sul nostro futuro, nonostante ciò la politica nel nostro paese sembra esclusivamente attratta dalle dispute interne, per non parlare di quelle locali, piuttosto che dalle molte questioni rilevanti che si affacciano sullo scenario mondiale.

Si tratta di provincialismo o forse di un retaggio della guerra fredda, quando il mondo era diviso in blocchi e la parte occidentale ci aveva consegnato un ruolo definito.

Oggi però quello schema di gioco è saltato, tutto è divenuto incerto, fluido e questo richiede continuamente a chi ha responsabilità di governo di operare scelte che, se evitate, vengono fatte da altri sopra le nostre teste.

Insomma i dossier sul tavolo sono numerosi e complessi: il grande tema delle migrazioni con le connesse questioni della sicurezza, dell’accoglienza e dell’equilibrio demografico, la questione libica e più in generale del versante mediorientale (troppo vicino a noi per non dovercene occupare), il nuovo protagonismo russo che in presenza di un ritiro americano impone a noi europei scelte di non poco conto, il grande bisogno che ha l’Europa di accelerare sul processo di unificazione, e ancora la delicatissima questione Corea del Nord ed altre che complicano il quadro internazionale.

Su temi di questa portata e complessità non abbiamo certo l’ambizione di voler occupare spazi che non ci competono, un piccolo contributo sentiamo però di doverlo dare, per informare e formare, su quello che sta succedendo intorno a noi, quella parte di pubblica opinione che riusciremo a coinvolgere: sta principalmente qui la missione che, con grande modestia ma con altrettanta determinazione, ci siamo dati quando abbiamo costituito FONDACO EUROPA.

Lo faremo con impegno, innanzitutto con l’apporto dei colleghi del Consiglio Direttivo, del Comitato Scientifico e dei Soci e di tutti coloro che ci seguono con attenzione.

Buon Natale a voi e alle vostre famiglie e arrivederci a presto.

Arcangelo Boldrin

 

Visualizza la Scheda sull’attività 2017:

 

 

9 maggio 2017: l’Europa torna “en marche”

9 maggio, Festa dell’Europa: …e l’Europa si è rimessa in cammino!

La strada sarà ancora in salita, ma non c’è dubbio che il risultato delle presidenziali in Francia rimette in moto un processo che sembrava pericolosamente in bilico. C’è ancora molto da fare per insediare stabilmente nella coscienza dei cittadini europei la necessità dell’Europa unita. Scadenze importanti sono alle porte: in giugno tornano a votare i cittadini britannici (confermeranno politicamente la Brexit?), in settembre tocca alla Germania, pochi mesi dopo tocca a noi.

Lavoriamo insieme perché il 2017 e il 2018 segnino un decisivo passo avanti verso gli Stati Uniti d’Europa!

Arcangelo Boldrin
Presidente di FONDACO EUROPA