Capitol Hill: l’anno zero della censura

di Davide Assael

Grande discussione ha suscitando la sospensione degli accounts social di Donald Trump dopo gli eventi di Washington di Capitol Hill. A distanza di qualche settimana, fatta calare la polvere che si è giustamente sollevata, possiamo con maggior calma sulle enormi implicazioni di quanto avvenuto. Il punto su cui insiste una critica che mi appare abbastanza trasversale ai diversi schieramenti politico-culturali è quello della censura da parte di piattaforme private. Punto certamente importantissimo, che a me, però, pare un tassello di un puzzle più grande. Anzitutto perché, in quanto soggetti privati, queste società possono legittimamente decidere quali opinioni ospitare sui loro canali. Chiedere ad un’autorità pubblica di decidere cosa Twitter e Facebook possono pubblicare mi sembra, perlomeno, altrettanto problematico dal punto di vista della censura. Qualcuno sarebbe d’accordo che ci fosse un controllo di questo tipo su giornali e televisioni? Secondo perché, se è vero che la discrezionalità dei taycoons della rete rischia sempre più di condizionare il dibattito pubblico, è anche vero che non si può continuare a permettere che queste agorà virtuali siano delle zone franche in cui è permesso ciò che non è permesso da nessun’altra parte. Se il reato di apologia del fascismo vale fuori, deve valere anche dentro. Se è vietata la propaganda razzista, xenofoba e antisemita fuori, lo deve essere anche dentro. Proprio per l’influenza che questi canali di comunicazione hanno sul dibattito pubblico non si può trattarle come delle grandi curve da stadio, dove è stata consentita per anni ed anni la presenza di svastiche, croci uncinate slogan per cui fuori si va incontro a denunce penali. Anche consentire questa disparità mi pare perlomeno altrettanto problematico della chiusura di un account. Per carità, niente di nuovo sotto il sole, i movimenti antisistema hanno sempre sapientemente sfruttato la comunicazione alternativa ai canali ufficiali, dove, per fisiologia interna, domina il mainstream. Coi fatti di Washington, però, si è raggiunto il punto critico di un processo partito anni fa, segnato dal cosiddetto fenomeno delle fake news, che, secondo molte indagini, è stato capace di influenzare in modo decisivo i risultati elettorali del referendum sulla Brexit e delle stesse presidenziali USA del 2016. Va aggiunto che questa politica di Facebook e Twitter non è una novità. Hanno, ad esempio, agito allo stesso modo nella soppressione di decine di migliaia di accounts legati alla propaganda terroristica dell’ISIS e di Al-Qaeda. Non si ricordano grandi proteste in nome della libertà di espressione in quei casi. Forse qualcuno ritiene che quanto stava accadendo a Washington non fosse abbastanza grave da richiedere una tutela dell’ordine da parte di chi gestisce i canali informativi? Bisognava permettere a Trump, o chi per lui, di infiammare i propri accoliti come Erdogan fece dai canali di FaceTime durante la notte del tentato colpo di stato del 2016? È chiaro che, in questo caso, il dibattito è fortemente condizionato dalle posizioni politiche, quando si tratterebbe di riflettere su un tema strutturale del nostro tempo, evitando il fastidioso parametro dei due pesi e due misure. A testimonianza di quanto il discorso sia complesso, le accuse nei confronti delle piattaforme social sono di un segno e del suo contrario. Una volta accusate di permettere le scorribande della propaganda razzista e xenofoba per tutelare i propri interessi economici (le scarpe le comprano anche i repubblicani, per citare una celebre frase di Michael Jordan), un’altra di svolgere la parte di moderni Torquemada. Insomma, o l’uno o l’altro.
Ora, il punto di caduta di questo circolo vizioso pare essere il riconoscimento di una funzione pubblica da parte di questi soggetti privati. Questo dovrebbe limitare l’arbitrio delle piattaforme ad oscurare un Trump piuttosto che un Biden, i nemici piuttosto che gli amici. Anche qui mi pare regnare la confusione tipica di quando si affaccia una novità che sfugge alle categorie tradizionali. Il discorso va semmai capovolto: il populismo produttore di Fake News, di cui Trump è stato il vertice, ha vissuto grazie ad un’alleanza strategica con le piattaforme digitali, le quali hanno incrementato a dismisura i propri iscritti grazie a queste campagne di disinformazione organizzata. Se avessero impedito la proliferazione di questi accounts, avrebbero visto calare non poco i propri profitti. La retorica delle multinazionali del web asservite agli schieramenti di sistema è una banale falsificazione che non tiene conto del modo in cui si struttura il nuovo sistema informativo, in cui gli introiti vengono dalla quantità non dalla qualità. Più siamo meglio stiamo, non importa chi siamo. Lo stesso Trump ammise nel 2017 che senza Twitter non sarebbe stato nemmeno lì. Twitter nemico di Trump? Totale stravolgimento dei fatti e misinterpretazione del processo in cui siamo inseriti, che è difficilmente schematizzabile nella distinzione buoni/cattivi che ormai utilizziamo a mo’ di riflesso condizionato. È vero che i signori della Silicon Valley hanno mostrato in larghissima parte simpatie democratiche, anche finanziando campagne elettorali, ma nella prassi hanno decisamente dato priorità agli interessi economici, che ad un assai generico orizzonte ideologico.
Facente funzione pubblica, dicevamo. Viene in mente il vecchio adagio per cui se si usa il computer come una macchina da scrivere tanto valeva tenersi la macchina da scrivere, rinunciando, però, ai vantaggi che il computer ci offre. Forte è infatti il sospetto che si utilizzino strumenti giuridici vecchi per una cosa del tutto nuova. Il problema è come organizzare un sistema di controllo per una realtà che produce un flusso ininterrotto di informazioni, che poi vengono ulteriormente rilanciate creando un traffico di miliardi di post al giorno. Attribuire una responsabilità giuridica sui contenuti alle piattaforme come si fa con qualunque editore di carta stampata ha poca strada davanti a sé. È assai diverso validare cinquanta articoli al giorno rispetto a miliardi e miliardi di post. La censura algoritmica, per cui si stabilisce un programma che rende visibili alcuni post ed altri no, è facilmente aggirabile. In breve tempo chiunque capisce cosa può passare attraverso le maglie stabilite. Se voglio vietare la parola «cane», basta scrivere «ca-ne» ed il messaggio passa. Temo che la capacità di cambiamento impressa da questi nuovi media sia assai maggiore rispetto a quanto indicano questi discorsi: siamo di fronte ad una riformulazione dei concetti portanti che hanno definito le democrazie moderne. La libertà di informazione non coincide tout court con la libertà d’espressione. È anche un valore nato a salvaguardia del diritto del cittadino ad una corretta informazione per poter esprimere un parere fondato e consapevole. Se no tanto valeva stare nell’ancien regime e far decidere tutto al Re. È chiaro a tutti quanto il fenomeno delle fake news contraddica questo assunto. Sospendere una pagina che sparge fake news è censura o tutela del diritto dei cittadini ad una informazione corretta? Il concetto di censura va del tutto ripensato, l’effetto contraddice ormai la causa che lo ha generato. «Questo assalto di tecnologia ci ha sconvolto la vita», cantava Giorgio Gaber, grandissimo interprete delle dinamiche contemporanee. Ecco, non erano solo canzonette.

Milano, 23 febbraio 2021

Il salto di qualità che serve al futuro dell’Europa

1.La sentenza di Karlsruhe, della Corte Costituzionale tedesca (Bundesverfassungsgericht, BVerfG, 5 maggio 2020) è una grossa tegola caduta sul capo dell’Unione Europea, e prima ancora della Germania. Molti giornali hanno minimizzato, perché non vi sono immediati effetti pratici. Ma le conseguenze sono devastanti, se l’Unione non saprà reagire, se la Germania stessa non saprà reagire. Un bicchiere di veleno, ha detto Pietro Manzini su La voce.info.

In sintesi, ricordo la vicenda: nel 2015 si erano rivolti al BVerfG vari ricorrenti per contestare l’operato del Governo, del Parlamento e della Bundesbank che, a loro dire, non si erano opposti alle procedure che avevano portato la BCE ad assumere le decisioni di acquisto massiccio di titoli pubblici (Public Sector Purchase Programme, PSPP)1, in conseguenza della grave crisi innescatasi nel 2011 che stava mettendo a rischio la nostra moneta. Si trattava di ricorsi che seguivano un approccio simile ad altri di poco precedenti con cui erano state contestate le decisioni della BCE sulle Outright Monetary Transactions (OMT).

I ricorsi, pur essendo diretti al giudice nazionale per asseriti errori degli organi costituzionali tedeschi, richiedevano l’interpretazione del diritto dell’UE applicabile al caso, quindi correttamente il BVerfG aveva richiesto alla Corte di giustizia (CGUE) – cui spetta l’interpretazione dei Trattati – di rispondere ad una serie di questioni. La CGUE aveva risposto con una sentenza molto articolata (C-493/17; sentenza 11 dicembre 2018, nota come “Weiss”), che concludeva per la correttezza delle decisioni della BCE.

Si riteneva che la sentenza Weiss avesse chiuso la questione. Il giudice competente a pronunciarsi, la CGUE, si era pronunciato. Invece quando il processo è ritornato dalla Corte europea in sede BverfG, si è capito che i giudici costituzionali tedeschi non davano per niente chiusa la questione relativa all’interpretazione data dalla CGUE al diritto dell’Unione. Il 5 maggio è uscita la sentenza, nella quale il giudici dicono apertamente che si rifiutano di attenersi a quella sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (la Weiss) perché incomprensibile e sbagliata. La critica in punto di diritto è che la Corte di giustizia avrebbe violato il principio di proporzionalità, iscritto nel Trattato. La discrezionalità della CGUE non sarebbe illimitata, ma appunto limitata dal principio di proporzionalità. Se esce da quel limite, secondo la BverfG, compie un atto nullo o inesistente, ultra vires, come se quella sentenza non fosse mai stata pronunciata.

In sostanza, il BVerfG si è arrogato il diritto di giudicare la giurisprudenza della “Corte suprema dell’UE” ed ha ritenuto che la sentenza della CGUE sia appunto “incomprensibile” e “ultra vires”; da considerarsi “arbitraria in una prospettiva obbiettiva”. Non ha contestato in sè il programma di acquisto di titoli di Stato, ma ha giudicato che quello realizzato dalla BCE non risponde ai requisiti propri della proporzionalità, così come da esso stesso interpretata.

Secondo la Corte tedesca, le competenze attribuite alla CGUE dall’art. 19 c. 1 per. 2, TUE (“La Corte di giustizia … assicura il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati) non coprono la manifesta inosservanza dei tradizionali metodi interpretativi dei singoli stati, che in questo caso si sarebbero manifestati essenzialmente nella mancata considerazione dei concreti effetti del PSPP sulla politica economica.

La CGUE, nel sottoporre al proprio controllo l’operato della BCE, si è chiesta se vi fosse stato errore “manifesto” di valutazione; in altri termini, e correttamente, non è entrata nell’esercizio della discrezionalità propria della banca centrale. In tal modo, dice il BVerfG, ha consentito alla banca centrale di andare oltre le proprie competenze. Mentre “per salvaguardare il principio di democrazia e sostenere le basi giuridiche dell’Unione europea, è indispensabile rispettare la ripartizione delle competenze”.

Un programma finalizzato all’acquisto di titoli di Stato come il PSPP, che ha un impatto significativo sulla politica economica, necessita innanzitutto che l’obiettivo di politica monetaria e l’impatto di politica economica vengano identificati, ponderati e tra loro bilanciati”, valutazioni che non sarebbero state fatte, con conseguente disconoscimento del principio di proporzionalità2.

La CGUE, sollecitata da varie parti a reagire alla pronuncia dei giudici tedeschi, ha emesso un comunicato stampa nel quale, premesso che i servizi dell’istituzione non commentano mai una sentenza di un organo giurisdizionale nazionale, continua così:

In linea generale, si ricorda che, in base a una giurisprudenza consolidata della Corte di giustizia, una sentenza pronunciata in via pregiudiziale da questa Corte vincola il giudice nazionale per la soluzione della controversia dinanzi ad esso pendente 1. Per garantire un’applicazione uniforme del diritto dell’Unione, solo la Corte di giustizia, istituita a tal fine dagli Stati membri, è competente a constatare che un atto di un’istituzione dell’Unione è contrario al diritto dell’Unione. Eventuali divergenze tra i giudici degli Stati membri in merito alla validità di atti del genere potrebbero compromettere infatti l’unità dell’ordinamento giuridico dell’Unione e pregiudicare la certezza del diritto 2. Al pari di altre autorità degli Stati membri, i giudici nazionali sono obbligati a garantire la piena efficacia del diritto dell’Unione 3. Solo in questo modo può essere garantita l’uguaglianza degli Stati membri nell’Unione da essi creata”.

Un comunicato che prende atto della grave frattura che si è creata, e la Corte europea non poteva fare diversamente, che riaffermare la propria esclusiva competenza.

2.La prima e più immediata conseguenza della sentenza è che “gli organi costituzionali, le autorità e i tribunali tedeschi non possono partecipare né allo sviluppo, né all’attuazione, all’esecuzione o all’operatività di atti ultra vires. Pertanto, in seguito ad un periodo transitorio di un massimo di tre mesi per il coordinamento necessario all’interno dell’Eurosistema, alla Bundesbank è vietato partecipare all’attuazione e all’esecuzione delle decisioni della BCE oggetto della presente procedura, salvo che il Consiglio direttivo della BCE non dimostri chiaramente in una nuova decisione che gli obiettivi di politica monetaria perseguiti con il PSPP non sono sproporzionati rispetto alle connesse implicazioni di politica economica e fiscale”.

La sentenza è in una certo senso “provvisoria”, in quanto chiede alla BCE di giustificare entro tre mesi l’attività oggetto del giudizio e contestata dai ricorrenti. In base alle giustificazioni ricevute – se la BCE le invierà – i giudici costituzionali tedeschi decideranno definitivamente.

La reazione della Presidente Cristine Lagarde fa pensare, almeno per ora, che la BCE non intenda offrire giustificazioni del proprio operato.

Nell’immediato non cambierà nulla, i programmi in corso della BCE continueranno ad essere eseguiti (la Germania è in minoranza nel Consiglio della BCE), ma in futuro la Banca centrale tedesca non potrà parteciparvi.

La sentenza rappresenta anzitutto un consapevole sovvertimento dell’art. 19 del TUE, affermando in sintesi che il monopolio sull’interpretazione del diritto comunitario affidato dai trattati alla CGUE vale solo sino a quando un giudice nazionale non ritenga che la CGUE abbia errato nella sua decisione. Si sapeva già che secondo il BVerfG gli stati nazionali sono “i signori dei Trattati” e gli unici interpreti, ma mai era stato scritto così perentoriamente in un atto ufficiale.

Inoltre la corte tedesca, affermando che la BCE ha travalicato dalle sue competenze di politica monetaria ed è entrata nella politica economica e sociale, di competenza dei singoli Stati, sottrae all’Europa strumenti indispensabili in tempi di crisi. La BCE ha, o non ha, il compito di arginare la volatilità dei differenziale di interesse tra i titoli di stato dell’area euro, per contrastare la mancanza di sfiducia e la speculazione finanziaria? Secondo la Corte tedesca evidentemente no.

3.Il primo punto da sottolineare, che ha carattere decisivo, è che una corte costituzionale nazionale, di uno degli stati membri, non può permettersi di disconoscere una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione, quale che sia il suo contenuto, e di dare disposizioni per sottrarre le istituzioni nazionali (la banca centrale tedesca, la Bundesbank) all’osservanza di quella sentenza. Farlo, assume i caratteri della sovversione e dovrebbe portare alla fuoriuscita della Germania dall’Unione. Così come ha fatto la GB che, non volendo sottostare a determinate decisioni dell’Unione, è uscita. Siamo di fronte ad una presa di posizione che impedisce alla Banca centrale tedesca di partecipare alle operazioni di sostegno decise in sede UE, o se preferite in sede BCE.

Il secondo punto è che non siamo di fronte ad una questione da risolvere in punto di diritto, gli argomenti non sono nuovi e sono stati ampiamente discussi, si possono riassumere nella convinzione della Corte costituzionale tedesca (e di parte consistente della relativa opinione pubblica) che l’UE sia soltanto un metodo di collaborazione tra stati sovrani.

L’Unione europea non può sopravvivere se l’unico strumento utilizzabile è quello della politica monetaria intesa in senso stretto (notoriamente non è così semplice distinguere che cosa è politica monetaria e che cosa politica economica). E’ indispensabile che si munisca di altri strumenti d’intervento di politica economica e di bilancio.

Non può sopravvivere se non si risolve il problema della democraticità delle sue decisioni, se gli stati soltanto rispondono al requisito della rappresentatività, o almeno questo può rivendicare il BVerfG.

In poche parole, la sentenza mette l’Unione di fronte alla necessità di fare un salto di qualità, migliorare il proprio assetto democratico e munirsi di “attrezzi” che non siano soltanto la politica monetaria.

Ora la Germania non può restare ferma, deve necessariamente reagire, e reagire in questo caso significa far progredire l’UE verso una maggiore solidarietà politica. Merkel ha detto nel suo precedente discorso avanti il Bundestag che “l’Europa non è Europa se ognuno non sta dalla parte dell’altro in tempi di emergenza di cui nessuno ha la colpa. In questa crisi abbiamo anche il compito di mostrare chi vogliamo essere come Europa. E così alla fine del mio discorso sono di nuovo giunta al pensiero della coesione. Quel che vale in Europa è la cosa più importante anche per noi in Germania”.

Ancor più importante è quanto la stessa Merkel ha detto ieri – 13 maggio – davanti al Bundestag. Secondo le agenzie di stampa, Merkel ha detto che l’integrazione politica è l’obiettivo dell’Eurozona “sin dall’inizio”. Tuttavia, in tale direzione, “non sono stati compiuti progressi sufficienti”. Ora, ha proseguito Merkel, si tratta di rispondere alla sentenza del BverfG “con una chiara bussola politica”, mantenendo l’obiettivo che l’euro costituisca una valuta forte. Secondo il cancelliere tedesco, le modifiche ai trattati dell’Ue “non devono essere un tabù” e occorregarantire che la Bundesbank continui a partecipare alle decisioni della Bce”.

La sentenza della Corte costituzionale federale tedesca (BverfG) con cui il programma di acquisto di titoli pubblici (Pspp) della Banca centrale europea (Bce) viene dichiarato in parte in contrasto con la Legge fondamentale della Germania è un’opportunità per promuovere l’integrazione politica dell’Unione monetaria”.

Parole chiare e confortanti.

Non so se la battaglia sarà vinta – lo speriamo molto – ma di certo sarà combattuta.

14 maggio 2020

Adriana Vigneri

 

1Nell’ambito dell’Asset Purchase Programme (APP) l’Eurosistema conduce quattro programmi di acquisto di titoli pubblici e privati:

  • il terzo Covered Bond Purchase Programme (CBPP3, dal 20 ottobre 2014), per l’acquisto di obbligazioni bancarie garantite;
  • l’Asset-Backed Securities Purchase Programme (ABSPP, dal 21 novembre 2014), per l’acquisto di titoli emessi in seguito alla cartolarizzazione di prestiti bancari;
  • il Public Sector Purchase Programme (PSPP, dal 9 marzo 2015), per l’acquisto di titoli emessi da governi, da agenzie pubbliche e istituzioni internazionali situate nell’area dell’euro;
  • il Corporate Sector Purchase Programme (CSPP, dall’8 giugno 2016), per l’acquisto di titoli obbligazionari e, da marzo 2020, commercial paper emessi da società non finanziarie dei paesi dell’area dell’euro.

 

L’APP ha effetti diretti sui rendimenti di mercato dei titoli pubblici e privati. Favorendo lo spostamento verso il basso dei rendimenti di mercato, che si muovono in maniera inversa rispetto ai prezzi delle attività finanziarie, esso produce un miglioramento delle condizioni di offerta del credito e stimola gli investimenti. Inoltre, la liquidità aggiuntiva spinge gli investitori a riequilibrare il proprio portafoglio verso attività finanziarie più redditizie, non direttamente interessate dagli interventi della banca centrale, trasmettendo l’impulso monetario ai diversi strumenti di finanziamento del settore privato. La riduzione dei tassi di interesse, infine, favorisce il deprezzamento del cambio, fornendo un ulteriore stimolo all’attività economica (Fonte: B d’I)

 

2 E’ interessante leggere quel che dice la Corte costituzionale tedesca sugli impatti di politica economica:

Il PSPP migliora le condizioni di rifinanziamento degli Stati membri perché possono ottenere prestiti sul mercato dei capitali a condizioni significativamente più favorevoli; ha quindi un impatto significativo sulle condizioni di politica fiscale in cui operano gli Stati membri”.

In particolare può avere effetti analoghi agli strumenti di assistenza finanziaria ai sensi dell’art. 12 e ss. del Trattato MES”.

Il PSPP ha un impatto anche sul settore bancario, in quanto trasferisce grandi quantità di titoli di Stato ad alto rischio nei bilanci dell’Eurosistema e così facendo migliora la situazione economica delle banche e ne aumenta la valutazione della qualità creditizia”.

Fra le conseguenze del PSPP vi è anche un impatto economico e sociale su quasi tutti i cittadini, che sono interessati almeno indirettamente come azionisti, affittuari, proprietari di immobili, risparmiatori e titolari di polizze assicurative”.

Le imprese che non sono più economicamente redditizie di per sé rimangono sul mercato in conseguenza del livello generale dei tassi d’interesse ridottosi mediante il PSPP”.

Con l’aumento della durata del programma e del volume complessivo, l’Eurosistema è più dipendente dalle politiche degli Stati membri, poiché terminare il programma diviene sempre più rischioso per la stabilità dell’unione monetaria”.

Covid-19: il tempo incerto

I giorni della pandemia per Covid-19 sono quelli di un brusco risveglio dell’umanità. Ci siamo risvegliati in una situazione di grande pericolo. La vita è in pericolo, quella degli esseri umani, quella delle Costituzioni democratiche, quella delle economie.

Ci siamo ritrovati esposti con le nostre fragilità davanti a ciò che non avevamo previsto come possibile, pensavamo che dovesse toccare sempre a qualche altra generazione.

Eravamo troppo sicuri e con arrogante tranquillità abbiamo posticipato nelle agende politiche globali, il tema scottante del cambiamento climatico (http://paris-equity-check.org/warming-check) pensando che potessero bastare solo i proclami, sempre più enfatici, circa un’azione che non si è mai concretizzata.

La connessione tra virus e l’innalzamento delle temperature è da anni studiata e affrontata negli ambiti scientifici mondiali, concetti come il salto di specie, secondo cui in condizioni sfavorevoli di troppo caldo e umidità, i virus che di solito coabitano sereni negli animali, sarebbero spinti a fare, appunto, un salto nell’organismo umano, è una delle spiegazioni che si accompagnano al delicato e vasto tema del cambiamento climatico, spesso trattato dai notiziari solo come un problema metereologico con estati troppo calde e piovose, con inverni miti nel nostro emisfero (vedi OMS Rapporto del 2007).

Temi come inondazioni, carestie e pandemie, sono stati spesso classificati, dai Paesi più industrializzati al mondo, solo come sceneggiature cinematografiche da vedere in sala con un maxpopocorn cup!

Purtroppo però, sono arrivati i giorni del dolore, dell’isolamento forzato e della solitudine come condizione interiore di vita e di morte.

Affermare che questa immane prova si sia verificata improvvisamente non corrisponde a verità e, ostinarsi ad affermarlo vorrebbe dire scegliere ancora quella condizione di cecità riguardo al nesso di cause ed effetti che ci ha, in realtà, portati qui, al momento presente. Svariate cause nel corso del tempo hanno portato a molti effetti  di portata sempre diversa che ci hanno influenzato, solo che interessavano un po’ un Paese e molto un altro e, poi di nuovo, un po’ tutti i Paesi e, a volte solo terre molto lontane dove la densità di popolazione è quasi nulla al confronto della biodiversità (cosa sarà mai dover perdere un po’ di biodiversità!), così tralasciando sempre e allegramente un basilare principio di interconnessione, senza mai voler capire fino in fondo che la perdita degli equilibri da qualche parte nel Pianeta porta inevitabilmente ad una serie di cambiamenti,  a volte, per l’umanità intera.

A questi cambiamenti pare che non siamo pronti. In verità, questa affermazione non è propriamente vera, perché gli esseri umani sono predisposti geneticamente al cambiamento, la formulazione esatta allora è: sono gli esseri umani pronti al giusto cambiamento?

La frase che più di tutte si sente, come fosse un mantra consolatorio, è “non sarà più come prima”,  ma mozzata così la frase fa sorgere qualche dubbio: siamo consapevoli di come era prima e di come vorremmo che fosse  the day after di questa pandemia? Vogliamo veramente cogliere l’occasione per investire in risorse sostenibili per le nostre città? Abbiamo veramente capito il significato della necessità di reimpostare i modelli, i paradigmi di sviluppo industriale e economico? Abbiamo, per esempio, messo a fuoco soluzioni per la gestione degli allevamenti intensivi di animali (polli e bovini) che possono essere una delle cause della resistenza e quindi, inefficacia degli antibiotici negli esseri umani qualora altre infezioni si ripresentassero? O, per esempio, stiamo dando valore agli studi scientifici che collegano l’alta letalità per Covid-19 proprio in quelle aree geografiche in cui l’inquinamento atmosferico è più sostenuto, aprendo quindi, a conseguenti interventi reali per la riduzione dell’inquinamento? (https://www.theguardian.com/environment/2020/apr/07/air-pollution-linked-to-far-higher-covid-19-death-rates-study-finds).

Siamo in un momento storico in cui il bene più importante da difendere e far ripartire, insieme alle economie, non è materiale, bensì immateriale: è la conoscenza scientifica, è l’innovazione insieme al pensiero creativo, perché forse oggi, avere una visione vuol dire proprio intuire una nuova forma del mondo in cui poter costruire uno sviluppo  economico non più rapace, basato sulla negazione dei drammi cosmici, ma su investimenti che possano segnare un passo avanti nella ammissione  che non possiamo ormai ignorare il vuoto che ci stiamo creando intorno come specie.

Prendere atto che non saremo più al sicuro è prendere atto che non siamo mai stati al sicuro.

Irene Sollazzo

scrittrice & videomaker

 

 

Rinvio Convegno “Libia: una sfida per l’Europa”

Carissimi abbiamo dovuto rinviare il convegno organizzato sulla Libia per il prossimo 29 febbraio, ti alleghiamo il comunicato stampa diffuso e ti preghiamo di avvertire le persone alle quali avevi esteso il nostro invito:

Il Consiglio Direttivo di FONDACO EUROPA riunitosi d’urgenza in data odierna, valutata la delicata situazione venutasi a creare a seguito della presenza del Coronavirus nel nostro territorio e le conseguenti disposizioni emanate dalle autorità competenti, ha deciso di rinviare a data da destinarsi l’effettuazione del convegno organizzato per il prossimo sabato 29 febbraio all’Auditorium del Museo M9 di Mestre e avente per titolo: “Libia: una sfida per l’Europa”.

Venezia Mestre, 23 febbraio 2020

SAVE THE DATE – Chi se ne va – 25 novembre 2019

Cari amici,
si è molto parlato in questi anni della “fuga dei cervelli”, nel frattempo molti altri soggetti hanno lasciato il nostro paese: operai, artigiani, operatori nel settore dei servizi e pensionati.

Tutto ciò ha, e ancor più avrà, un impatto non secondario sulle dinamiche economiche e demografiche.

Su questo tema due economisti dialogheranno con un sociologo, autore del libro “Quelli che se ne vanno”.

Ti aspettiamo.

Arcangelo Boldrin

L’Europa dei giovani

Venerdì 12 aprile 2019 ore 17.00
Aula Magna Università Iuav
Tolentini Santa Croce, 191
Venezia

La costruzione dell’Europa unita vive un momento di difficoltà: nazionalismi, migrazioni, Brexit, stanno mettendo a dura prova il sogno europeo. Malgrado tutto ciò, l’Europa come entità politica potrebbe svolgere una funzione insostituibile nei precari equilibri mondiali.

Non v’è dubbio però che il processo di integrazione europea senza un decisivo supporto delle opinioni pubbliche ha un cammino difficile: è per questo che il contributo delle giovani generazioni risulta essenziale al perseguimento di questo scopo.
I giovani sono nuovamente tornati sulle piazze d’Europa e del mondo per scongiurare una possibile catastrofe climatica, possono tornare anche per invertire la direzione pericolosa che potrebbe assumere il cammino di costruzione dell’Europa unita.

Su questi temi dialogheranno dei giovani impegnati in ambiti diversi, anche con responsabilità politiche a livello nazionale.

Programma

Saluti istituzionali

Introduce e coordina
    Milica Pejovic
    Ricercatrice Università di Trento

Intervengono
    Federica Vinci
    Presidente di Volt Italia
    Alessio Pascucci
    Coordinatore Nazionale di Italia in Comune
    Mattia Zunino
    Segretario Nazionale dei Giovani Democratici

Si prega di confermare la propria partecipazione alla mail info@fondacoeuropa.eu

LA TURCHIA OGGI: crocevia di rapporti tra oriente ed occidente, tra religione cristiana e religione musulmana

Se v’è un paese ove si concentra una gran parte delle questioni del nostro tempo questa è la Turchia.
Dai complessi rapporti tra Oriente ed Occidente, con i loro riflessi geopolitici e militari, ai rapporti tra cristianità e Islam, dai flussi migratori a mai risolti conflitti etnici, sono tutte questioni che investono questo paese in modo drammatico.
Senza contare che il sentirsi eredi di un grande impero, quale fu quello ottomano, spesso non semplifica la risoluzione dei problemi.
Risulta perciò oltremodo interessante ascoltare la testimonianza di chi all’interno di quella terra, su incarico di Papa Francesco, svolge dal 2015 una missione particolarmente delicata e significativa.

Introduce
Silvia Oliva
Segretario Ricerca Fondazione Nord Est
Consigliere di FONDACO EUROPA

Interviene
Padre Paolo Bizzeti S.J.
Vicario Apostolico di Anatolia

Martedì 02 aprile 2019 ore 18.15
Sala convegni – Hotel Bologna
Via Piave 214
Venezia Mestre

 

Con la collaborazione di:

Amici del Medio Oriente Onlus    

#uneuropapernoi

Anche FONDACO EUROPA aderisce all’iniziativa lanciata da Romano Prodi di esporre, il prossimo 21 marzo, le bandiere dell’Italia e dell’UE all finestre.

Riappropriamoci di questa Europa, dei suoi simboli e soprattutto dei suoi valori. Riscopriamo il sentimento europeista che ha portato i padri fondatori a dare avvio al progetto di integrazione. Il prossimo 21 marzo, dimostriamo insieme che esiste un’Italia che spera ancora in un’Europa unita!

http://www.romanoprodi.it/notizie/prodi-alla-campagna-delle-bandiere_15620.html

Lettera agli Europei

di Emmanuel Macron

Cittadini d’Europa, se prendo la libertà di rivolgermi direttamente a voi, non è solo in nome della storia e dei valori che ci riuniscono. È perché è urgente. Tra qualche settimana, le elezioni europee saranno decisive per il futuro del nostro continente.. Mai dalla Seconda guerra mondiale, l’Europa è stata così necessaria. Eppure, mai l’Europa è stata tanto in pericolo.

La Brexit ne è l’emblema. Emblema della crisi dell’Europa, che non ha saputo rispondere alle esigenze di protezione dei popoli di fronte alle grandi crisi del mondo contemporaneo. Emblema, anche, dell’insidia europea. L’insidia non è l’appartenenza all’Unione Europea ma sono la menzogna e l’irresponsabilità che possono distruggerla. Chi ha detto ai Britannici la verità sul loro futuro dopo la Brexit? Chi ha parlato loro di perdere l’accesso al mercato europeo? Chi ha evocato i rischi per la pace in Irlanda tornando alla frontiera del passato? Il ripiego nazionalista non propone nulla; è un rifiuto senza progetto. E questa insidia minaccia tutta l’Europa: coloro che sfruttano la collera, sostenuti dalle false informazioni, promettono tutto e il contrario di tutto.

Di fronte a queste manipolazioni, dobbiamo resistere. Fieri e lucidi. Dire innanzitutto cos’è l’Europa. È un successo storico: la riconciliazione di un continente devastato, in un inedito progetto di pace, di prosperità e di libertà. Non dimentichiamolo mai. E questo progetto continua a proteggerci oggi: quale Paese può agire da solo di fronte alle aggressive strategie delle grandi potenze? Chi può pretendere di essere sovrano, da solo, di fronte ai giganti del digitale? Come resisteremmo alle crisi del capitalismo finanziario senza l’euro, che è una forza per tutta l’Unione? L’Europa, sono anche quelle migliaia di progetti quotidiani che hanno cambiato il volto dei nostri territori, quel liceo ristrutturato, quella strada costruita, l’accesso rapido a Internet che arriva, finalmente. Questa lotta è un impegno di ogni giorno perché l’Europa come la pace non sono mai acquisite. In nome della Francia, la porto avanti instancabilmente per far progredire l’Europa e difendere il suo modello. Abbiamo dimostrato che quanto ci dicevano inaccessibile, la creazione di una difesa europea o la tutela dei diritti sociali, era possibile.

Ma occorre fare di più, più rapidamente. Perché c’è l’altra insidia, quella dello status quo e della rassegnazione. Di fronte alle grandi crisi del mondo, i cittadini molto spesso ci dicono: “Dov’è l’Europa? Che fa l’Europa?”. È diventata ai loro occhi un mercato senz’anima. L’Europa invece non è solo un mercato, è un progetto. Un mercato è utile, ma non deve far dimenticare la necessità di frontiere che proteggono e di valori che uniscono. I nazionalisti sbagliano quando pretendono di difendere la nostra identità con il ritiro dall’Europa, perché è la civiltà europea che ci riunisce, ci libera e ci protegge. Ma anche coloro che non vorrebbero cambiare nulla sbagliano, perché negano le paure che attanagliano i nostri popoli, i dubbi che minano le nostre democrazie. Siamo in un momento decisivo per il nostro continente; un momento in cui, collettivamente, dobbiamo reinventare politicamente, culturalmente, le forme della nostra civiltà in un mondo che si trasforma. È il momento del Rinascimento europeo. Pertanto, resistendo alle tentazioni del ripiego e delle divisioni, vi propongo di costruire insieme questo Rinascimento su tre ambizioni: la libertà, la protezione e il progresso.

Difendere la nostra libertà

Il modello europeo si fonda sulla libertà dell’uomo, sulla diversità delle opinioni, della creazione. La nostra prima libertà è la libertà democratica, quella di scegliere i nostri governanti laddove, ad ogni scrutinio, alcune potenze straniere cercano di influenzare i nostri voti. Propongo che venga creata un’Agenzia europea di protezione delle democrazie che fornirà esperti europei ad ogni Stato membro per proteggere il proprio iter elettorale contro i cyber-attacchi e le manipolazioni. In questo spirito di indipendenza, dobbiamo anche vietare il finanziamento dei partiti politici europei da parte delle potenze straniere. Dovremo bandire da Internet, con regole europee, tutti i discorsi di odio e di violenza, in quanto il rispetto dell’individuo è il fondamento della nostra civiltà di dignità.

Proteggere il nostro continente

Fondata sulla riconciliazione interna, l’Unione Europea ha dimenticato di guardare le realtà del mondo, ma nessuna comunità crea un senso di appartenenza se non ha limiti che protegge. La frontiera, significa la libertà in sicurezza. Dobbiamo pertanto rivedere lo spazio Schengen: tutti coloro che vogliono parteciparvi devono rispettare obblighi di responsabilità (rigoroso controllo delle frontiere) e di solidarietà (una stessa politica di asilo, con le stesse regole di accoglienza e di rifiuto). Una polizia comune delle frontiere e un ufficio europeo dell’asilo, obblighi stringenti di controllo, una solidarietà europea a cui ogni paese contribuisce, sotto l’autorità di un Consiglio europeo di sicurezza interna: credo, di fronte alle migrazioni, in un’Europa che protegge al contempo i suoi valori e le sue frontiere.

Le stesse esigenze devono applicarsi alla difesa. Da due anni sono stati realizzati importanti progressi, ma dobbiamo indicare una rotta chiara: un trattato di difesa e di sicurezza dovrà definire i nostri obblighi indispensabili, in collegamento con la Nato ed i nostri alleati europei: aumento delle spese militari, clausola di difesa reciproca resa operativa, Consiglio di sicurezza europeo che associa il Regno Unito per preparare le nostre decisioni collettive.

Le nostre frontiere devono anche garantire una giusta concorrenza. Quale potenza al mondo accetta di proseguire i propri scambi con coloro che non rispettano nessuna regola? Non possiamo subire senza proferir parola. Dobbiamo riformare la nostra politica della concorrenza, rifondare la nostra politica commerciale: punire o proibire in Europa le aziende che ledono i nostri interessi strategici ed i nostri valori essenziali, come le norme ambientali, la protezione dei dati ed il giusto pagamento delle tasse; e assumere, nelle industrie strategiche e nei nostri appalti pubblici, una preferenza europea come fanno i nostri concorrenti americani o cinesi.

Ritrovare lo spirito di progresso

L’Europa non è una potenza di secondo rango. L’Europa intera è un’avanguardia: ha sempre saputo definire le norme del progresso. Per questo, deve portare avanti un progetto di convergenza più che di concorrenza: l’Europa, in cui è stata creata la previdenza sociale, deve instaurare per ogni lavoratore, da Est a Ovest e dal Nord al Sud, uno scudo sociale che gli garantisca la stessa retribuzione sullo stesso luogo di lavoro, e un salario minimo europeo, adatto ad ogni paese e discusso ogni anno collettivamente.

Riannodare il filo del progresso significa anche prendere la guida della lotta ecologica. Guarderemo in faccia i nostri figli se non riassorbiamo anche il nostro debito climatico? L’Unione Europea deve fissare la sua ambizione — 0 carbonio nel 2050, dimezzamento dei pesticidi nel 2025 — e adattare le sue politiche a questa esigenza: Banca europea per il clima per finanziare la transizione ecologica; forza sanitaria europea per rafforzare i controlli dei nostri alimenti; contro la minaccia delle lobby, valutazione scientifica indipendente delle sostanze pericolose per l’ambiente e la salute… Questo imperativo deve guidare tutta la nostra azione: dalla Banca centrale alla Commissione europea, dal budget europeo al piano di investimento per l’Europa, tutte le nostre istituzioni devono avere il clima per mandato.

Il progresso e la libertà significano poter vivere del proprio lavoro: per creare posti di lavoro, l’Europa deve anticipare. È per questo che non solo deve regolamentare i giganti del digitale, creando una supervisione europea delle grandi piattaforme (sanzioni accelerate per le violazioni della concorrenza, trasparenza dei loro algoritmi…), ma deve anche finanziare l’innovazione dotando il nuovo Consiglio europeo dell’innovazione di un budget comparabile a quello degli Stati Uniti, per prendere la guida dei nuovi grandi cambiamenti tecnologici, come l’intelligenza artificiale.

Un’Europa che si proietta nel mondo deve essere volta verso l’Africa, con cui dobbiamo stringere un patto per il futuro. Assumendo un destino comune, sostenendo il suo sviluppo in modo ambizioso e non difensivo: investimenti, partenariati universitari, istruzione delle ragazze…

Libertà, protezione, progresso. Dobbiamo costruire su questi pilastri un Rinascimento europeo. Non possiamo lasciare i nazionalisti, senza soluzioni, sfruttare l’ira dei popoli. Non possiamo essere i sonnambuli di un’Europa rammollita. Non possiamo rimanere nella routine e nell’incantesimo. L’umanesimo europeo è un’esigenza di azione. Ed ovunque i cittadini chiedono di partecipare al cambiamento. Allora entro la fine dell’anno, con i rappresentanti delle istituzioni europee e degli Stati, instauriamo una Conferenza per l’Europa al fine di proporre tutti i cambiamenti necessari al nostro progetto politico, senza tabù, neanche quello della revisione dei trattati. Questa conferenza dovrà associare gruppi di cittadini, dare audizione a universitari, parti sociali, rappresentanti religiosi e spirituali. Definirà una roadmap per l’Unione Europea trasformando in azioni concrete queste grandi priorità. Avremo dei disaccordi, ma è meglio un’Europa fossilizzata o un’Europa che progredisce, talvolta a ritmi diversi, rimanendo aperta a tutti?

In questa Europa, i popoli avranno veramente ripreso il controllo del loro destino; in questa Europa, il Regno Unito, ne sono certo, troverà pienamente il suo posto.

Cittadini d’Europa, l’impasse della Brexit è una lezione per tutti. Usciamo da questa insidia; diamo un senso alle prossime elezioni e al nostro progetto. Sta a voi decidere se l’Europa, i valori di progresso che porta avanti, debbano essere più di una parentesi nella storia. È la scelta che vi propongo, per tracciare insieme il cammino di un Rinascimento europeo.

Fonte: https://www.corriere.it 04 marzo 2019