LA RISPOSTA DELL’UNIONE EUROPEA ALLA CRISI COVID–19

L’emergenza sanitaria

L’Unione Europea ha esercitato tempestivamente in occasione della crisi Covid-19 “la sorveglianza, l’allarme e la lotta contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero” di cui parla l’articolo 168 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE)? Per analizzare e valutare la risposta dell’Unione Europea, in primo luogo occorre considerare che le competenze di cui essa dispone nel settore della sanità pubblica sono limitate al sostegno, coordinamento e completamento dell’azione degli Stati membri. L’azione si è potuta sviluppare in maniera sufficientemente articolata e adeguata utilizzando competenze di cui la Commissione dispone in maniera più piena, come quella in materia commerciale. Ne è un esempio la decisione (UE) 2020/491 del 3 aprile 2020 relativa all’esenzione dai dazi doganali e dall’IVA concessa all’importazione delle merci necessarie a contrastare gli effetti della pandemia, oppure il Regolamento di esecuzione UE 2020/568 del 23 aprile 2020 che consente agli Stati di limitare le esportazione verso paesi terzi dei dispostivi di protezione individuale (DPI). Entrambe queste misure, indirizzate ad evitare situazioni di penuria nel mercato interno di prodotti essenziali per prevenire l’ulteriore diffusione della malattia, sono state accompagnate con la creazione di una scorta strategica (RescEU) di attrezzature mediche interamente finanziata dalla Commissione con sovvenzioni dirette, nel quadro del meccanismo di protezione civile.

La crisi attuale indurrà probabilmente gli Stati a trasferire ulteriori competenze alle Istituzioni in materia sanitaria e, d’altra parte, suggerisce all’Unione un potenziamento delle strategie di prevenzione, coordinandole con la cooperazione internazionale e la politica ambientale, altre materie in cui può esercitare più pienamente la propria competenza.

Riflessi sul mercato interno europeo

In secondo luogo occorre considerare che la crisi sanitaria è una di quelle circostanze eccezionali che consentono di sottrarsi alle prescrizioni dei Trattati. Gli Stati quindi hanno potuto derogare al regime di libero attraversamento delle frontiere interne previsto dal Codice Schengen [regolamento (UE) 2016/399], contemporaneamente alla chiusura delle loro frontiere esterne. In relazione all’ iniziativa degli Stati, l’opera dell’Unione europea è consistita nell’offrire linee guida per ottenere una gestione ordinata e uniforme degli attraversamenti ammessi delle frontiere esterne ed interne [Comunicazione della Commissione (2020/C 102 I/02) del 30 marzo 2020].

Per effetto delle pur necessarie misure degli Stati e dell’azione di accompagnamento delle Istituzioni dell’UE, si assiste alla frantumazione di quella unità territoriale che appare ai cittadini come il risultato più visibile dell’Unione. Questo sentimento di perdita di uno spazio comune è ben rappresentato dal ritorno precipitoso nel proprio paese di origine degli studenti ERASMUS, la categoria che ha dimostrato la maggiore propensione ad usare lo spazio europeo come proprio.

Una ripresa della dimensione europea andrebbe non solo affidata alle iniziative delle Istituzioni o all’atteggiamento solidaristico degli Stati membri, ma ricostruita a partire dal sentimento di mancanza di questo spazio comune che si ricollega fortemente alla qualità di cittadino europeo.

La crisi pandemica ha spinto inoltre la Commissione ad adottare misure che rappresentano un arretramento anche nel settore degli investimenti esteri diretti, al fine di contrastare, per motivi di sicurezza nazionale, tentativi di acquisizioni di industrie collegate al settore sanitario, e più in generale la svendita delle attività strategiche europee, comprese le PMI [Comunicazione della Commissione (2020/C99 I/01)].

Ancora più significativo l’intervento della Commissione in relazione agli aiuti di Stato. Qui si trattava di rassicurare gli Stati circa la disponibilità della Commissione ad approvare speditamente misure nazionali per garantire l’accesso ai finanziamenti per le imprese che si trovano in un’improvvisa carenza di liquidità. Con il “Quadro temporaneo per le misure di aiuto di stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del COVID–19” [Comunicazione (2020)C-91 I701 del 19.3.2020] la Commissione definisce le condizioni alle quali dichiarerà compatibili con il mercato interno gli aiuti destinati a “porre rimedio a un grave turbamento dell’economia di uno stato membro”. Si tratta di misure ammesse temporaneamente (fino al 31 dicembre 2020) sotto forma di sovvenzioni dirette, garanzie e tassi di interessi agevolati sui prestiti e misure per salvare l’occupazione, quali il differimento del pagamento di imposte e contributi previdenziali e le sovvenzioni ai costi salariali, come la nostra Cassa Integrazione Guadagni . Queste misure, che di per sé costituiscono una frammentazione del mercato interno, potrebbero ancor più ostacolare la concorrenza fra imprese, tenendo in conto le diseguaglianze nell’intervento degli stati conseguenti alla loro differente disponibilità finanziaria.

Gli aiuti finanziari per la ripresa economica

L’iniziativa più importante dell’Unione Europea è avvenuta sul piano dei finanziamenti necessari per far fronte allo stato di crisi e alla ripresa economica. Punto di partenza è stata la constatazione in data 20 marzo 2020 da parte della Commissione di una grave recessione economica della zona euro o dell’intera Unione, che autorizza gli Stati a discostarsi dai requisiti di bilancio normalmente applicabili nel quadro del Patto di stabilità e crescita, per adottare le misure adeguate a sostenere i sistemi sanitari e a tutelare l’economia. [Constatazione poi ribadita dai Ministri delle finanze dell’UE con una dichiarazione del 23 marzo successivo].

In questo contesto risalta la decisione del 24 marzo 2020 [(UE) 2020/440] con cui la Banca Centrale Europea (BCE) lancia un nuovo programma temporaneo di acquisto di debito pubblico con una dotazione complessiva di 750 miliardi di euro fino alla fine del 2020 per far fronte alla crisi provocata dalla pandemia Covid – 19 (il Pandemic Emergency Purchase Programme—PEPP). Il dibattito sulla fattibilità dell’iniziativa riceve ulteriore impulso dalla nota sentenza emanata dalla Corte costituzionale tedesca il 5 maggio 2020, che impone alla BCE di offrire (a posteriori) giustificazioni circa l’analogo programma del 2015 di acquisto di titoli di stato, il Public Sector Purchase Programme (PSPP) (in contrasto con una precedente decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea che aveva ritenuto legittimo tale programma). Peraltro la pronuncia della Corte tedesca potrebbe sì provocare una più cauta partecipazione della Bundensbank ai programmi finanziari dell’Unione, ma non ha comportato alcun ripensamento dell’Istituto bancario europeo circa l’iniziativa di aiuto finanziario per contrastare l’attuale emergenza sanitaria.

Un’ulteriore misura di aiuto finanziario è stata pensata nel quadro del Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, “istituzione finanziaria internazionale” che non poggia sulla base giuridica del TFUE, essendo stata creata nel 2012 attraverso un accordo intergovernativo degli Stati membri. Con questa scelta è stato tralasciato l’ancoraggio al sistema monetario dell’Unione offerto dell’art.136 del TFUE, che nel 2011 è stato appositamente modificato per consentire la creazione di un meccanismo di stabilità della zona euro mediante l’erogazione di aiuti finanziari. Un qualche collegamento con il quadro dell’Unione è stato successivamente realizzato attribuendo alle istituzioni europee il potere di esercitare una sorveglianza rafforzata nei confronti degli Stati che usufruiscono dell’aiuto finanziario dal MES [regolamento (UE) 472/2013]. Con lo scoppio della crisi sanitaria e la conseguente necessità di reperire risorse finanziarie di contenimento, il dibattito circa la utilizzazione di questo meccanismo ha riguardato anche il problema di una sua possibile riforma, sia per mutarne il carattere intergovernativo, in favore di una qualificazione più marcatamente unionista, che per renderlo maggiormente corrispondente alla necessità di erogare aiuti in maniera indiscriminata, anche in considerazione del carattere simmetrico della crisi, che, sia pure con intensità diversa, colpisce tutti gli Stati dell’Unione.

Mentre è pendente una proposta di modifica dell’accordo originario del Mes, si è previsto (8 maggio 2020) un rafforzamento delle linee di credito del meccanismo (Pandemic Crisis Support) che dovrebbe consentire di erogare aiuti fino al 2% del PIL 2019 dello Stato membro richiedente, ed essere specificamente orientato a finanziare le spese sanitarie sostenute a partire dal febbraio 2020 per fronteggiare e prevenire la crisi Covid19.

In quanto “strumenti del passato” non può dirsi che le misure di aiuto finanziario sin qui considerate costituiscano un avanzamento verso la realizzazione del principio solidaristico che ispira il Trattato sull’Unione europea. Sintomo di questa apatia istituzionale è la risoluzione del 17 aprile 2020, in cui il Parlamento europeo esprime preoccupazione “per l’incapacità iniziale degli Stati membri di agire in modo collettivo” e “invita la Commissione e gli Stati membri ad agire di concerto per essere all’altezza della sfida e garantire che l’Unione esca dalla crisi più forte”. A questo proposito il Parlamento europeo sollecita un massiccio pacchetto di investimenti per la ripresa e la ricostruzione che vada al di là di ciò che stanno già facendo il MES e la BCE.

L’iniziativa del Parlamento europeo è giunta in un momento di particolare rilevanza costituito dal fatto che le Istituzioni sono coinvolte nell’approvazione del Quadro finanziario pluriennale 2021 – 2027: lo strumento che offre l’ambito entro il quale reperire e gestire le risorse necessarie per la ripresa. In effetti la proposta annunciata dalla Presidente della Comissione europea von der Leyen al Parlamento europeo il 13 maggio 2020 e successivamente precisata (il 27 maggio) prevede un Recovery Plan denominato Next Generation EU, del valore di 750 miliardi di euro, incorporato nel bilancio dell’UE: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_20_940?cookies=disabled.

Non è questo l’unico elemento di novità della proposta poichè in relazione al reperimento delle risorse finanziarie, oltre ad un aumento temporaneo del massimale delle risorse proprie al 2% del reddito nazionale lordo dell’UE, si prevedono l’emissione di titoli di debito da parte della stessa Commissione e l’istituzione di alcune forme di fiscalità europea, per esempio a carico delle imprese inquinanti. Anche dal punto di vista dell’impiego delle nuove e ingenti risorse finanziarie la proposta in questione presenta importanti elementi di europeismo, in quanto ne condiziona l’erogazione, da farsi in parte tramite prestiti e in parte sotto forma di sussidi a fondo perduto, alla realizzazione di progetti in aree sensibili quali l’agenda verde, la digitalizzazione e la riforma dell’apparato dello Stato.

Questo notevole impulso ad una risposta europeista della Commissione non è certamente senza ostacoli, dal momento che occorrerà l’approvazione del Consiglio e del Parlamento europei, nonché il coinvolgimento dei Parlamenti nazionali per quanto riguarda il Quadro finanziario pluriennale.

I giochi sono aperti: un possibile esito positivo di questa vicenda potrebbe essere la leva per un fruttuoso svolgimento della Conferenza sul futuro dell’Europa, rinviata oltre la data del 9 maggio (in cui doveva aprirsi), sempre per effetto di questa pandemia.

 

Venezia, 2 giugno 2020

Francisco Leita

Lettera all’UE di Conte firmata da molti premier europei

Vi prego di leggere la lettera che il nostro Capo del Governo ha indirizzato al Presidente del Consiglio d’Europa,accompagnata dalle firme di molti altri premier europei.

Buona lettura.

Arcangelo Boldrin


Corriere.it 25 marzo 2020

Coronavirus, Conte unisce il fronte dei paesi contro la linea rigorista: lettera alla Ue

L’appello firmato da Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo , Belgio e Portogallo

L’iniziativa politica è partita da Giuseppe Conte, ma è stata subito abbracciata da Francia, Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Grecia, Spagna, Slovenia e Portogallo. Insieme i premier si sono rivolti con una lunga lettera Charles Michel, belga presidente del Consiglio d’Europa, per chiedere misure urgenti e solidali per l’emergenza coronavirus cercando così di spaccare il fronte “rigorista” guidato da Germania e Olanda.

Il testo

«Caro Presidente, Caro Charles, la pandemia del Coronavirus è uno shock senza precedenti e richiede misure eccezionali per contenere la diffusione del contagio all’interno dei confini nazionali e tra Paesi, per rafforzare i nostri sistemi sanitari, per salvaguardare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali e, non ultimo, per limitare gli effetti negativi che lo shock produce sulle economie europee. Tutti i Paesi europei hanno adottato o stanno adottando misure per contenere la diffusione del virus. Il loro successo dipenderà dalla sincronizzazione, dall’estensione e dal coordinamento con cui i vari Governi attueranno le misure sanitarie di contenimento. Abbiamo bisogno di allineare le prassi adottate in tutta Europa, basandoci su esperienze pregresse di successo, sulle analisi degli esperti, sul complessivo scambio di informazioni. È necessario ora, nella fase piu’ acuta dell’epidemia. Il coordinamento che tu hai avviato, con Ursula von der Leyen, nelle video-conferenze tra i leader è d’aiuto in tal senso. Sarà necessario anche in futuro, quando potremo ridurre gradualmente le severe misure adottate oggi, evitando sia un ritorno eccessivamente rapido alla normalità sia il contagio di ritorno da altri Paesi. Dobbiamo chiedere alla Commissione europea di elaborare linee guida condivise, una base comune per la raccolta e la condivisione di informazioni mediche ed epidemiologiche, e una strategia per affrontare nel prossimo futuro lo sviluppo non sincronizzato della pandemia».

Le esigenze dei cittadini

«Mentre attuiamo misure socio-economiche senza precedenti, che impongono un rallentamento dell’attività economica mai sperimentato prima, abbiamo comunque bisogno di garantire la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali, e la libera circulazione di dispositivi medici vitali all’interno dell’UE. Preservare il funzionamento del mercato unico è fondamentale per fornire a tutti i cittadini europei la migliore assistenza possibile e la più ampia garanzia che non ci saranno carenze di alcun tipo. Siamo pertanto impegnati a tenere i nostri confini interni aperti al necessario scambio di beni, di informazioni e agli spostamenti essenziali dei nostri cittadini, in particolare quelli dei lavoratori transfrontalieri. Abbiamo anche bisogno di assicurare che le principali catene di valore possano funzionare appieno all’interno dei confini dell’UE e che nessuna produzione strategica sia preda di acquisizioni ostili in questa fase di difficoltà economica. I nostri sforzi saranno prioritariamente indirizzati a garantire la produzione e la distribuzione delle attrezzature mediche e dei dispositivi di protezione fondamentali, per renderli disponibili, a prezzi accessibili e in maniera tempestiva a chi ne ha maggiore necessità. Le misure straordinarie che stiamo adottando per contenere il virus hanno ricadute negative sulle nostre economie nel breve termine. Abbiamo pertanto bisogno di intraprendere azioni straordinarie che limitino i danni economici e ci preparino a compiere i passi successivi. Questa crisi globale richiede una risposta coordinata a livello europeo».

Il ruolo dell’Europa

«La BCE ha annunciato lo scorso giovedì 19 marzo una serie di misure senza precedenti che, unitamente alle decisioni prese la settimana prima, sosterranno l’Euro e argineranno le tensioni finanziarie. La Commissione europea ha anche annunciato un’ampia serie di azioni per assicurare che le misure fiscali che gli Stati membri devono adottare non siano ostacolate dalle regole del Patto di Stabilità e Crescita e dalla normativa sugli aiuti di Stato. Inoltre, la Commissione e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) hanno annunciato un pacchetto di politiche che consentiranno agli Stati membri di utilizzare tutte le risorse disponibili del bilancio dell’UE e di beneficiare degli strumenti della BEI per combattere l’epidemia e le sue conseguenze. Gli Stati membri dovranno fare la loro parte e garantire che il minor numero possibile di persone perda il proprio lavoro a causa della temporanea chiusura di interi settori dell’economia, che il minor numero di imprese fallisca, che la liquidità continui a giungere all’economia e che le banche continuino a concedere prestiti nonostante i ritardi nei pagamenti e l’aumento della rischiosità. Tutto questo richiede risorse senza precedenti e un approccio regolamentare che protegga il lavoro e la stabilità finanziaria. Gli strumenti di politica monetaria della BCE dovranno pertanto essere affiancati da decisioni di politica fiscale di analoga audacia, come quelle che abbiamo iniziato ad assumere, col sostegno di messaggi chiari e risoluti da parte nostra, come leader nel Consiglio Europeo».

Gli strumenti possibili

«Dobbiamo riconoscere la gravità della situazione e la necessità di una ulteriore reazione per rafforzare le nostre economie oggi, al fine di metterle nelle migliori condizioni per una rapida ripartenza domani. Questo richiede l’attivazione di tutti i comuni strumenti fiscali a sostegno degli sforzi nazionali e a garanzia della solidarietà finanziaria, specialmente nell’Eurozona. In particolare, dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia. Vi sono valide ragioni per sostenere tale strumento comune, poichè stiamo tutti affrontando uno shock simmetrico esogeno, di cui non è responsabile alcun Paese, ma le cui conseguenze negative gravano su tutti. E dobbiamo rendere conto collettivamente di una risposta europea efficace ed unita. Questo strumento di debito comune dovrà essere di dimensioni sufficienti e a lunga scadenza, per essere pienamente efficace e per evitare rischi di rifinanziamento ora come nel futuro».

Il nodo delle risorse

«I fondi raccolti saranno destinati a finanziare, in tutti gli Stati Membri, i necessari investimenti nei sistemi sanitari e le politiche temporanee volte a proteggere le nostre economie e il nostro modello sociale. Con lo stesso spirito di efficienza e solidarietà, potremo esplorare altri strumenti all’interno del bilancio UE, come un fondo specifico per spese legate alla lotta al Coronavirus, almeno per gli anni 2020 e 2021, al di là di quelli già annunciati dalla Commissione. Dando un chiaro messaggio di voler affrontare tutti assieme questo shock unico, rafforzeremmo l’Unione Economica e Monetaria e, soprattutto, invieremmo un fortissimo segnale ai nostri cittadini circa la cooperazione determinata e risoluta con la quale l’Unione Europea è impegnata a fornire una risposta efficace ed unitaria. Abbiamo inoltre bisogno di preparare assieme “il giorno dopo” e riflettere sul modo in cui organizziamo le nostre economie attraverso i nostri confini, le catene di valore globale, i settori strategici, i sistemi sanitari, gli investimenti comuni e i progetti europei. Se vogliamo che l’Europa di domani sia all’altezza delle sue storiche aspirazioni, dobbiamo agire oggi e preparare il nostro futuro comune. Apriamo pertanto il dibattito ora e andiamo avanti, senza esitazione».

Le firme

Sophie Wilmès, Primo Ministro del Belgio
Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese
Kyriakos Mitsotakis, Primo Ministro of Greece
Leo Varadkar, Primo Ministro of Ireland
Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano
Xavier Bettel, Primo Ministro del Lussemburgo
António Costa, Primo Ministro del Portogallo
Janez Janša , Primo Ministro della Slovenia
Pedro Sánchez, Primo Ministro della Spagna

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Coronavirus, Conte unisce il fronte dei paesi contro la linea rigorista:
lettera alla Ue

AGENDA GLOBALE 2030 e gli obiettivi sostenibili I vantaggi competitivi dell’EU

Nel settembre 2015, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, i paesi di tutto il mondo hanno sottoscritto l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile (Agenda 2030 delle Nazioni Unite) e i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (in inglese Sustainable Development Goals- SDGs), decidendo così un elenco concreto di “cose da fare per le persone e il pianeta”1. I leader mondiali si sono impegnati a eliminare la povertà, proteggere il pianeta e garantire pace e prosperità per tutti. Gli SDGs, insieme all’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, costituiscono la tabella di marcia per un mondo migliore. L’UE è una delle forze trainanti dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e si è pienamente impegnata a darvi attuazione. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile non sono un obiettivo di per sé, ma fungono da bussola e da mappa, offrendo la necessaria prospettiva a lungo termine, che trascende le campagne elettorali. Ci aiutano a orientarci per sostenere democrazie solide, costruire economie moderne e dinamiche e contribuire a un mondo con un migliore tenore di vita, disuguaglianze in diminuzione e la garanzia che nessuno venga lasciato indietro, rispettando allo stesso tempo i limiti del nostro pianeta e assicurandolo alle generazioni future.

Quali sono i 17 obiettivi sostenibili

1 La mia regione, la mia Europa, il nostro futuro: settima relazione sulla coesione economica, sociale e territoriale, 2017. Disponibile al seguente indirizzo: https://ec.europa.eu/regional_policy/sources/docoffic/official/reports/cohesion7/7cr_it.pdf

I target calati nella realtà nazionale1

In Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 28,9%, in diminuzione rispetto all’anno precedente. La povertà di reddito riguarda il 20,3% della popolazione; la grave deprivazione materiale il 10,1% e la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è del 11,8%. La situazione appare in miglioramento, ma le disparità regionali sono molto ampie.

In Italia, un bambino su tre (6-10 anni) è in sovrappeso, ma la tendenza è al miglioramento. In agricoltura, continua ad aumentare la superficie investita in coltivazioni biologiche e diminuisce l’impiego dei fitofarmaci, ma aumentano anche le emissioni di ammoniaca, tornate ai livelli del 2010, e non diminuisce l’impiego dei fertilizzanti. Continua a ridursi, inoltre, l’indice di orientamento all’agricoltura della spesa pubblica.

L’Italia ha da tempo raggiunto l’obiettivo definito dalle Nazioni Unite per la mortalità neonatale e per la mortalità sotto i 5 anni, collocandosi tra i Paesi con la più bassa mortalità infantile in Europa.

Gli ultimi dieci anni hanno portato un diffuso avanzamento sul fronte dell’istruzione inclusiva, ma l’Italia è ancora agli ultimi posti in Europa per numero di laureati, tasso di abbandono e competenze. Il tasso di abbandono è salito per il secondo anno consecutivo e si attesta, nel 2018, al 14,5%. Permangono consistenti differenze territoriali a svantaggio del Mezzogiorno e dei maschi. Per le donne la quota delle 30-34enni laureate è del 34%, mentre per gli uomini è del 21,7%.

Diminuisce la violenza contro le donne, ma ne aumenta la gravità e rimane stabile la violenza estrema. Il divario di genere è ampio, pur se in diminuzione nel lavoro domestico e di cura non retribuiti. Riguardo alle donne nei luoghi decisionali, economici e politici, emergono segnali positivi, ma la presenza resta bassa.

L’Italia presenta il maggiore prelievo di acqua per uso potabile pro capite tra i 28 Paesi dell’Unione europea: 156 metri cubi per abitante nel 2015. Nel 2015 sono stati prelevati 9,5 miliardi di metri cubi d’acqua per uso potabile, ma solo 8,3 sono stati immessi nelle reti comunali di distribuzione e 4,9 sono stati erogati agli utenti, corrispondenti a 220 litri per abitante al giorno. L’efficienza della rete di distribuzione dell’acqua potabile è in peggioramento. Nel 2018 il 10,4% delle famiglie ita- liane lamentano irregolarità nel servizio di erogazione dell’acqua nelle loro abitazioni.

L’Italia, storicamente caratterizzata da una contenuta intensità energetica primaria, ha visto diminuire l’indicatore, tra il 2000 e il 2016, da 113,2 a 98,4 tonnellate equivalenti di petrolio per 1000 euro di PIL. La Sardegna è la regione su cui si registra il maggior decremento del rapporto CIL/PIL, seguita da Molise, Marche e Abruzzo. Dopo il rallentamento segnato tra il 2013 e il 2015, nel 2017, torna a crescere il contributo delle fonti rinnovabili ai consumi di energia complessivi, ma non per l’energia elettrica.

Il tasso di crescita annuo del PIL reale pro capite mostra un miglioramento negli ultimi tre anni (+1,0% nel 2018), ma la dinamica della produttività del lavoro resta debole. Pur restando al di sopra dei livelli pre-crisi, il tasso di disoccupazione continua a calare (10,6% nel 2018; -0,6 rispetto al 2017). Il tasso di mancata partecipazione al lavoro è quasi doppio rispetto all’Ue.

Il sistema produttivo è in costante trasformazione, con una diminuzione, tra il 1995 e il 2017, del peso del settore manifatturiero in termini di incidenza sul totale, sia di occupazione sia di valore aggiunto. Nel 2017 l’intensità di emissione di CO2 sul valore aggiunto (178,28 tonnellate per milione di euro) tocca il minimo storico. Il sistema di Ricerca e Sviluppo (R&S) italiano sconta un ritardo strutturale rispetto a quello dell’Ue, che la lenta progressione dell’intensità di ricerca e del personale coinvolto nella R&S non riesce a compensare.

Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi della popolazio- ne complessiva. Dal 2008, a causa della crisi economica, sono state osservate flessioni più marcate per i redditi relativamente più bassi. L’Italia sta vivendo un profondo mutamento dei fenomeni migratori che la interessano. Passata l’epoca delle migrazioni per lavoro, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una crescente rilevanza di flussi in ingresso di persone in cerca di asilo e protezione internazionale. Nel 2017 si è registrata per la prima volta, dopo un decennio di costante crescita, una diminuzione del numero di acquisizioni di cittadinanza (-26,4%).

Battuta d’arresto nella riduzione del livello di inquinamento atmosferico da particolato. Generale miglioramento dei fattori di disagio abitativo dopo anni in cui risultava in aumento. Un terzo delle famiglie è ancora insoddisfatta per l’utilizzo dei mezzi pubblici. Prosegue la diminuzione della quota di rifiuti urbani conferiti in discarica, scesa al di sotto di un quarto negli ultimi due anni (23,4% nel 2017). La spesa pubblica pro capite per la protezione delle biodiversità e dei beni paesaggistici si è ridotta di circa venti euro pro capite negli ultimi dieci anni.

L’Italia si colloca in posizione virtuosa in Ue per il contenuto consumo di risorse naturali, grazie anche al netto calo registrato negli ultimi quindici anni. Il consumo di materia torna però a crescere in concomitanza con la ripresa delle attività produttive, raggiungendo, nel 2017, 8,2 tonnellate pro capite; con notevolissimi disparità regionali. Nonostante i numerosi segnali positivi relativi alla gestione dei rifiuti, l’Italia è ancora indietro rispetto ai target di raccolta differenziata stabiliti dalla normativa.

A livello globale, le emissioni di anidride carbonica sono aumentate del 40% rispetto ai valori del 2000. Nel 2015, si è rilevata una lieve flessione rispetto all’anno precedente. In Europa, le emissioni di gas serra ed altri gas climalteranti pro capite registrano una lieve diminuzione tra il 2015 ed il 2016, con 8,7 tonnellate pro capite. Analoga la flessione in Italia (7,2 ton pro capite), dove le emissioni di gas serra sono in diminuzione dal 2005. I tre quarti sono generate dalle attività produttive ed un quarto dalla componente consumi delle famiglie. Nel 2017, è esposto a rischio di frane il 2,2% della popolazione e a rischio alluvioni il 10,4%. Le anomalie di temperatura sono pari a 1,30°C rispetto ai valori climatologici normali.

In Italia, la superficie delle aree marine protette è pari complessivamente a 3.020,5 km2. I tre quarti delle aree protette si trovano in Sardegna, Sicilia e Toscana. Le Aree marine comprese nella rete Natura 2000 han- no nel 2017 un’estensione pari a 5.878 chilometri quadrati. La percentuale di coste marine balneabili è pari al 66,9%. La maggior parte degli stock ittici è in sovra sfruttamento. La pesca intensiva nell’Atlantico nord-orientale (e aree adiacenti) e nell’area geografica del Mediterraneo (Occidentale) deve essere maggiormente contenuta per rientrare nei livelli biologicamente sostenibili.

Il 31,6% del territorio nazionale è coperto da boschi, la cui estensione è aumentata dello 0,6% l’anno dal 2000 al 2015, e cresce anche la loro densità in termini di biomassa (da 95 a 111 t/ha). Il sistema delle aree naturali protette copre circa l’80% delle Aree chiave per la biodiversità, il 35,1% delle aree forestali e il 21,6% dell’intero territorio nazionale. Il consumo di suolo, tuttavia, continua ad avanzare (14 ettari al giorno nel 2017), e continuano a diffondersi le specie alloctone invasive (in media, più di 11 nuove specie introdotte ogni anno dal 2000 al 2017). Aumentano, a parità di controlli effettuati, le violazioni delle norme sui traffici illeciti di specie protette (da 2,5 a 4 ogni mille controlli dal 2015 al 2016).

Nel 2017 hanno avuto luogo 0,6 omicidi ogni 100 mila abitanti. Il tasso di omicidi si riduce per gli uomini nel corso degli anni, mentre rimane stabile per le donne. La quota di popolazione vittima di aggressioni o rapine consumate è pari all’1,4%. Il 4,1% delle donne e lo 0,7% de- gli uomini in età compresa tra i 18 e i 29 anni sono stati vittime di violenze di tipo sessuale prima dei 18 anni. Il 7,9% delle famiglie è rimasto coinvolto in almeno un caso di corruzione nel corso della vita. Diminuisce nel corso degli anni la quota di detenuti adulti nelle carceri italiane in attesa di primo giudizio (16,5% nel 2018). La durata media per l’espletamento dei procedimenti civili dei tribunali ordinari rimane molto elevata, 429 giorni in media nel 2018, con grandi differenze a livello territoriale.

La quota di reddito nazionale lordo destinata dal nostro Paese all’Aiuto Pubblico allo Sviluppo continua a crescere anche nel 2017, mentre l’andamento dell’APS ai Paesi meno sviluppati è stabile. L’Italia rimane comunque molto distante dai target al 2030 stabiliti dall’Agenda. Nel 2018, le entrate delle amministrazioni pubbliche rappresentano il 42,1% del Pil, una quota leggermente decrescente a partire dal 2016, ma superiore di 2,1 punti percentuali rispetto al 2000. Le rimesse verso l’estero degli immigrati in Italia, in decremento dal 2012, tornano a crescere nel 2018, fino a raggiungere, i 6,2 miliardi di euro.

Sforzi ne sono stati fatti in Italia, ma non basta.

La vigente disciplina italiana sull’ambiente risente dunque, della forte spinta europea in termini di normativa: ad oggi circa 550 direttive, regolamenti e decisioni stanno innalzando i nostri standard di vita con evidenti benefici per i cittadini e per l’ambiente. Senza questi standard, i clorofluorocarburi distruggerebbero lo strato di ozono, le emissioni dai trasporti avrebbero un’impennata, i corsi d’acqua sarebbero soffocati dagli scarichi fognari e ampie fasce di terreno sarebbero seppellite dai rifiuti2. 


Secondo l’ultimo aggiornamento della Commissione Europea (7 marzo 2019) il numero delle procedure di infrazione totali a carico del nostro Paese, sale a 74,rispetto alle 61 dello scorso anno, praticamente una nuova procedura al mese dal 2018 al 2019.

Di queste, 64 sono attribuite per violazione del diritto dell’Unione e 10 per mancato recepimento di direttive.

Affinché l’Italia s’immetta su un percorso sostenibile, dobbiamo fare in modo che le nostre politiche aiutino tutti i cittadini europei a realizzare il cambiamento. Oggi la sfida della sostenibilità è sistemica perché fondamentale avere in mente l’intero sistema, niente è a sé stante; è pervasiva perché non teme la contaminazione unendo creatività, innovazione, tecnologia alla produzione; è culturale perché necessita di un mindset con nuove priorità; è globale perché siamo interconnessi poiché ci troviamo dentro la stessa astronave in qualunque latitudine ci troviamo.

Irene Sollazzo

2 Rapporto SDGs. 2019. Informazioni Statistiche per l’Agenda 2030 in Italia

3 Dossier WWF per le elezioni europee 2019 Italia_chiama_Europa

Il viaggio Sostenibile per l’Unione Europea

Per la prima volta venne introdotto il concetto di sviluppo sostenibile nel 1987 in un documento pubblicato come rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future). Il nome venne dato dalla coordinatrice Gro Harlem Brundtland, che in quell’anno era presidente del WCED (Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo).

«lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri» (WCED,1987)

Tale definizione mette in luce quindi un principale principio etico: la responsabilità da parte delle generazioni d’oggi nei confronti delle generazioni future. Se vogliamo un tale sviluppo è necessario allineare le nostre azioni con principi che mirino al mantenimento delle risorse, all’equilibrio ambientale del nostro pianeta e al benessere delle nostre comunità. Molte cose, incluse le nostre scelte non sono andate proprio nella direzione auspicata dal rapporto Brundtland.

Cos’è mancato di base?

La visione del futuro, un’ottica di lungo periodo. E ’stato applicato, e ancora si applica in ogni ambito della vita produttiva, economica, sociale, politica del Paese un concetto di breve termine che sta ormai esaurendo il suo ossigeno!

Oggigiorno l’umanità usa l’equivalente di 1,7 pianeti, con un consumo globale di risorse materiali aumentato di quattordici volte tra il 1900 e il 2015, e che secondo le proiezioni dovrebbe più che raddoppiare tra il 2015 e il 2050 1 : il mondo si sta rapidamente avvicinando a diversi punti di non ritorno. Oltre alla pressione ambientale, questa situazione rappresenta una seria minaccia per i valori fondamentali per i cittadini degli stati membri dell’UE: democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali.

Qualcuno lo ha capito e sta lavorando per invertire la rotta, l ’Unione Europea ha già intrapreso questo percorso: tra il 2000 e il 2015 l’occupazione è cresciuta più velocemente nel settore ambientale che nell’intera economia; le tecnologie a basse emissioni di carbonio stanno diventando una merce importante, che permette all’UE di beneficiare di un considerevole avanzo della bilancia commerciale; nel periodo 2012-2015 le esportazioni UE di tecnologie energetiche pulite hanno raggiunto i 71 miliardi di EUR, superando di 11 miliardi di EUR le importazioni. L’UE sta già dimostrando che è possibile far crescere l’economia e al tempo stesso ridurre le emissioni di carbonio2.

È necessario agire a tutti i livelli. Sono coinvolte le istituzioni dell’UE, gli Stati membri e le regioni. Città, comuni dovrebbero tutti diventare promotori del cambiamento. I cittadini, le imprese, le parti sociali e la comunità della ricerca e della conoscenza dovranno fare squadra se vogliamo riuscire, dobbiamo remare nella stessa direzione. Era stata la Commissione Juncker a presentare una visione strategica a lungo termine per un’economia UE prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra entro il 20503. L’UE ha le capacità e la forza per fissare gli standard per il resto del mondo se assume la guida dell’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e della transizione verso un’economia circolare, anche grazie a investimenti intelligenti nell’innovazione e nelle tecnologie abilitanti fondamentali.

1 Commissione UE, Quadro di valutazione delle materie prime 2018

2 Eurostat, Environmental economy – statistics on employment and growth. Disponibile al seguente indirizzo: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/pdfscache/10420.pdf. Nell’economia ambientale rientrano due grandi categorie di attività e/o prodotti: “tutela ambientale” ossia tutte le attività connesse alla prevenzione, riduzione ed eliminazione dell’inquinamento e di ogni altra forma di degrado dell’ambiente; “gestione delle risorse” ossia la preservazione e la cura del patrimonio di risorse naturali e quindi la prevenzione del suo esaurimento.

3 COM(2018) 773 final.

Venezia sott’acqua, non un minuto da perdere nella lotta contro il cambiamento climatico

Con queste parole, la nuova presidente della Commissione EU in forza dal 1 dicembre 2019, Ursula Von der Layen, inizia il suo mandato mettendo l’ambiente al vertice dell’agenda europea per una nuova Europa. Ci sono tutti i presupposti per continuare e migliorare il lavoro di Juncker. L’ambizione dell’UE di conseguire un’economia efficiente sotto il profilo delle risorse e climaticamente neutra dimostrerà che la transizione “verde” può andare di pari passo con una maggiore prosperità. Per riuscirci, l’UE e gli Stati membri devono assumere un ruolo guida nel campo della scienza, della tecnologia e delle infrastrutture moderne.

L’Italia e l’Euro

LE DIFFICOLTA’ DELL’ECONOMIA ITALIANA NON DIPENDONO DALL’EURO
di Maurizio Scarpa

La mediocre performance dell’economia italiana degli ultimi anni (il PIL pro capite è ancora inferiore a quello del 2000) non è dovuta all’euro, ma a problemi strutturali.
Lo sostiene Valentina Romei in un articolo del Financial Times ripreso da l’Internazionale del 22 Novembre 2018.

Secondo l’autrice i principali problemi strutturali sono:

I bassi livelli di produttività, innanzitutto, legati alla conduzione familiare delle aziende italiane: il 95% di queste ha meno di dieci dipendenti (fonte: osservatorio della commissione europea sulle piccole e medie imprese); il loro valore aggiunto per dipendente è tra i più bassi in Europa e continua a diminuire.

Le carenze del sistema dell’istruzione, in secondo luogo: in Italia le “competenze medie in scienze, matematica e capacità di lettura dei quindicenni” sono le peggiori in Europa (anche se in linea con gli Stati Uniti); il Paese vanta inoltre un enorme abbandono scolastico (il maggior numero di persone tra i 15 e i 34 anni in Europa che non lavorano né studiano) ed il minor numero di laureati del continente.

L’inefficienza dello Stato e dei servizi pubblici (il peggior “indice sullo stato di diritto 2017-2018 tra i paesi ad alto reddito nel mondo), inoltre, che impedisce, fra l’altro, alle aziende straniere di investire in Italia.

Infine, il costo degli interessi sul debito pubblico (i più alti in Europa in percentuale del PIL): “Il debito dell’Italia assorbe una grande quantità di risorse economiche riducendo i fondi per le infrastrutture e per gli investimenti industriali”.