Covid-19: il tempo incerto

I giorni della pandemia per Covid-19 sono quelli di un brusco risveglio dell’umanità. Ci siamo risvegliati in una situazione di grande pericolo. La vita è in pericolo, quella degli esseri umani, quella delle Costituzioni democratiche, quella delle economie.

Ci siamo ritrovati esposti con le nostre fragilità davanti a ciò che non avevamo previsto come possibile, pensavamo che dovesse toccare sempre a qualche altra generazione.

Eravamo troppo sicuri e con arrogante tranquillità abbiamo posticipato nelle agende politiche globali, il tema scottante del cambiamento climatico (http://paris-equity-check.org/warming-check) pensando che potessero bastare solo i proclami, sempre più enfatici, circa un’azione che non si è mai concretizzata.

La connessione tra virus e l’innalzamento delle temperature è da anni studiata e affrontata negli ambiti scientifici mondiali, concetti come il salto di specie, secondo cui in condizioni sfavorevoli di troppo caldo e umidità, i virus che di solito coabitano sereni negli animali, sarebbero spinti a fare, appunto, un salto nell’organismo umano, è una delle spiegazioni che si accompagnano al delicato e vasto tema del cambiamento climatico, spesso trattato dai notiziari solo come un problema metereologico con estati troppo calde e piovose, con inverni miti nel nostro emisfero (vedi OMS Rapporto del 2007).

Temi come inondazioni, carestie e pandemie, sono stati spesso classificati, dai Paesi più industrializzati al mondo, solo come sceneggiature cinematografiche da vedere in sala con un maxpopocorn cup!

Purtroppo però, sono arrivati i giorni del dolore, dell’isolamento forzato e della solitudine come condizione interiore di vita e di morte.

Affermare che questa immane prova si sia verificata improvvisamente non corrisponde a verità e, ostinarsi ad affermarlo vorrebbe dire scegliere ancora quella condizione di cecità riguardo al nesso di cause ed effetti che ci ha, in realtà, portati qui, al momento presente. Svariate cause nel corso del tempo hanno portato a molti effetti  di portata sempre diversa che ci hanno influenzato, solo che interessavano un po’ un Paese e molto un altro e, poi di nuovo, un po’ tutti i Paesi e, a volte solo terre molto lontane dove la densità di popolazione è quasi nulla al confronto della biodiversità (cosa sarà mai dover perdere un po’ di biodiversità!), così tralasciando sempre e allegramente un basilare principio di interconnessione, senza mai voler capire fino in fondo che la perdita degli equilibri da qualche parte nel Pianeta porta inevitabilmente ad una serie di cambiamenti,  a volte, per l’umanità intera.

A questi cambiamenti pare che non siamo pronti. In verità, questa affermazione non è propriamente vera, perché gli esseri umani sono predisposti geneticamente al cambiamento, la formulazione esatta allora è: sono gli esseri umani pronti al giusto cambiamento?

La frase che più di tutte si sente, come fosse un mantra consolatorio, è “non sarà più come prima”,  ma mozzata così la frase fa sorgere qualche dubbio: siamo consapevoli di come era prima e di come vorremmo che fosse  the day after di questa pandemia? Vogliamo veramente cogliere l’occasione per investire in risorse sostenibili per le nostre città? Abbiamo veramente capito il significato della necessità di reimpostare i modelli, i paradigmi di sviluppo industriale e economico? Abbiamo, per esempio, messo a fuoco soluzioni per la gestione degli allevamenti intensivi di animali (polli e bovini) che possono essere una delle cause della resistenza e quindi, inefficacia degli antibiotici negli esseri umani qualora altre infezioni si ripresentassero? O, per esempio, stiamo dando valore agli studi scientifici che collegano l’alta letalità per Covid-19 proprio in quelle aree geografiche in cui l’inquinamento atmosferico è più sostenuto, aprendo quindi, a conseguenti interventi reali per la riduzione dell’inquinamento? (https://www.theguardian.com/environment/2020/apr/07/air-pollution-linked-to-far-higher-covid-19-death-rates-study-finds).

Siamo in un momento storico in cui il bene più importante da difendere e far ripartire, insieme alle economie, non è materiale, bensì immateriale: è la conoscenza scientifica, è l’innovazione insieme al pensiero creativo, perché forse oggi, avere una visione vuol dire proprio intuire una nuova forma del mondo in cui poter costruire uno sviluppo  economico non più rapace, basato sulla negazione dei drammi cosmici, ma su investimenti che possano segnare un passo avanti nella ammissione  che non possiamo ormai ignorare il vuoto che ci stiamo creando intorno come specie.

Prendere atto che non saremo più al sicuro è prendere atto che non siamo mai stati al sicuro.

Irene Sollazzo

scrittrice & videomaker