Europa al voto: il tempo è poco e il rischio è alto

elezioni europee

Il voto europeo del giugno prossimo sarà un test speciale. È in gioco è l’idea stessa di Europa e il suo ruolo nel mondo.

PIER PAOLO BARETTA

 

Anni fa, in un colloquio ad alto livello tra uno statista europeo e un diplomatico cinese, quest’ultimo contestò l’affidabilità democratica dell’Europa, osservando che «in Europa si vota di continuo». Ogni anno, se non addirittura ogni mese, i cittadini di un Paese o di un territorio sono chiamati alle urne. «Che stabilità, che affidabilità ci può essere?», concluse.
Certo, in termini democratici, il pulpito non era dei migliori… ma la questione posta ha una sua rilevanza.
Ebbene, nel 2024, tale questione troverà una importante verifica a livello globale. Infatti, quest’anno oltre 4 miliardi di persone – metà dell’umanità (il 51%) – andrà al voto!

Tra le tantissime previsioni sul nuovo anno, questa notizia non ha avuto il risalto che merita. E invece, ha del sensazionale: in 76 Paesi le urne diranno quali saranno i nuovi assetti locali e, data la dimensione del fenomeno, anche quelli mondiali. Perché tra questi ci sono, per numero di abitanti: l’India con 1,5 miliardi; l’Europa con 450 milioni; gli Usa con quasi 350 milioni; l’Indonesia con 280 milioni; la Russia, con 150 milioni; il Pakistan con 130 milioni, e molti altri.
Si tratta di un appuntamento storico! Mai prima di quest’anno il principale esercizio democratico ha coinvolto tante persone, e tante contemporaneamente.

Non dappertutto sarà democrazia compiuta. Secondo «Economist» solo in 43 paesi dei 76 chiamati al voto si svolgeranno elezioni davvero libere. Se, dunque, da un lato il cammino è ancora lungo, dall’altro quanto avviene quest’anno ci mostra quanta strada sia già stata fatta.
La famosa visione di Churchill sulla democrazia come male minore conferma comunque quanto sia importante tenercela cara e consolidarla. Nello stesso tempo, di fronte alla dimensione del fenomeno elettorale mondiale del 2024, la battuta del diplomatico cinese si ripropone a livello globale e assume un ancor più rilevanza.

La frammentazione di queste elezioni determina una incertezza sulle prospettive geopolitiche globali. Nazionalismi e populismi si confrontano (e, a volte, si confondono) con la domanda di autonomia e di indipendenza.
Un mondo sempre più interconnesso, che sempre più condivide problemi e prospettive (clima, disuguaglianze, diritti) è governato da logiche, passioni, interessi locali e particolari. Il fatto che non ci sia una autorità sovranazionale riconosciuta e con veri poteri sui singoli Stati appare come il principale problema politico della nostra epoca.

In questo scenario il voto europeo rappresenta un test speciale. Infatti, ciò che è in gioco è l’idea stessa di Europa e il suo ruolo nel mondo. La crisi di rappresentatività del nostro continente, dovuta ai ritardi nella costruzione di un vero governo politico, di una comune strategia di difesa, economica, fiscale e sociale, svilisce la sua possibilità di svolgere un ruolo da protagonista nei processi in atto di ridefinizione del nuovo ordine mondiale.

Due guerre ai confini, il diffondersi di populismi e nazionalismi, l’incertezza economica e le divisioni sulle politiche migratorie, le difficoltà nello scegliere la dimensione ottimale dell’allargamento e la complicata vicenda della gestione del debito, sono le principali cause di questo stato di cose.

Eppure, l’Europa resta il più grande mercato del mondo e ha relazioni commerciali con oltre ottanta Stati; ha una cultura e una tradizione che hanno orientato per secoli le prospettive del mondo intero; pratica un modello economico sociale misto, più rassicurante di quelli pienamente liberisti o collettivisti. Infine, proprio la sua invidiabile posizione geografica la autorizza a proporsi come costruttore di pace.

Ecco perché il voto dell’8 e 9 giugno è così importante e tutti noi siamo chiamati a parteciparvi. Il tempo è poco e il rischio alto. Ma se riusciremo, noi cittadini ed elettori europei, a far prevalere una idea coerente con lo spirito positivo, pacifico e solidale che ha animato l’Unione Europea sin dalla sua nascita, la salveremo, contribuendo non poco a far sì che dal voto globale di quest’anno esca un mondo che sappia guardare in faccia i suoi grandiosi problemi e cominci a risolverli.

 

Pier Paolo Baretta è Presidente di ReS – Riformismo e solidarietà.

 

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