Europa e Africa: verso un nuovo partenariato, di Gianpaolo Scarante

Gli Stati europei, in particolare Francia, Olanda, Belgio, Gran Bretagna e Portogallo, nei secoli hanno costruito un rapporto complesso con il continente africano, che ha avuto significative evoluzioni ma che, nel profondo, ha sempre conservato alcune criticità strutturali.

Forse Europa e Africa non si sono mai capite pienamente e non sono quindi riuscite a costruire un legame politico ed economico soddisfacente per entrambe. Questo nonostante vi siano tutte le premesse per costruire un rapporto bilateralmente vantaggioso, sia di natura economica (basti pensare alla complementarietà fra il potenziale industriale europeo e le materie prime africane), sia di natura politica (ovvero la mutuale necessità di ottenere stabilità su tutta l’area a fini securitari) oltre che sociale (le tendenze demografiche inverse dei due continenti).

Europa e Africa si sono incontrate molto tempo fa. Per cogliere quel dato momento storico, dobbiamo fare un balzo indietro al quindicesimo secolo, quando l’Europa esce dal medioevo con un carico di competenze, conoscenze e ricchezze, che la spingono ad allargarsi al resto del mondo, oltre i propri confini, per trovare nuovi stimoli alla propria vitalità.

È l’epoca delle grandi scoperte geografiche, delle spedizioni, e delle navigazioni oceaniche: è l’epoca in cui l’Europa “scopre l’Africa” e, soprattutto, quanto l’Africa possa essere utile ai suoi scopi e interessi.

Questo rapporto andrà evolvendosi nel tempo, e con l’avvento della rivoluzione industriale e l’affermarsi del capitalismo diventerà sempre più duro e spietato: prenderà quella forma di epocale sfruttamento di popoli e di risorse realizzato dal colonialismo ottocentesco. Ovvero il modello al quale noi, oggi, facciamo generalmente riferimento.

All’epoca si trattava di una forma di colonizzazione, che raccontava l’Africa alla stregua di un bambino incapace di gestirsi autonomamente, e che andava accompagnato per mano e per tappe verso la – nostra – civiltà. Questo schema, a ben vedere, già conteneva una delle più insistenti accuse che molti Paesi africani, e non solo, muovono all’Occidente oggi: quella del «doppio standard». Ovvero, vigeva un ipocrita meccanismo di giudizio relativo, che valutava in maniera diversa fattispecie con pari dignità. Ad esempio, alcune pratiche non permesse nei «civili» paesi europei come la schiavitù erano invece consentite negli «incivili» paesi africani.

Poi la storia comincia a cambiare e si verificano alcuni avvenimenti epocali, come la Rivoluzione d’ottobre del 1917 in Russia, che avrà un ruolo centrale per il terzomondismo e  per i movimenti di liberazione nazionale africani in chiave di scontro bipolare con gli Stati Uniti.

Procedendo oltre nel tempo arriviamo ad una fase successiva, quella della decolonizzazione, che si sviluppa in tempi diversi, ma secondo un unico modello. Il rapporto fra gli Stati europei e l’Africa si modifica e gli Stati colonizzati vogliono assumersi in prima persona la responsabilità della propria politica e della propria economia: vogliono, cioè, l’indipendenza.

L’Africa arriva relativamente tardi a questa fase. Molto dopo le colonie americane – che diventano indipendenti già a fine del Settecento – e anche dopo la decolonizzazione mediorientale del primo dopoguerra, che vede la nascita di stati quali lo Yemen, l’Arabia Saudita, l’Iraq e altri.

La decolonizzazione africana si sviluppa a partire dal secondo dopoguerra, con l’indipendenza di Marocco, Algeria, Tunisia e Libia, e successivamente, tra il 1958 e il 1965, dell’Africa subsahariana. Nel 1965 è la volta di altri diciassette paesi.

Dovremmo assistere al momento in cui Africa e Paesi europei costruiscono un rapporto su basi nuove e paritarie, ma purtroppo non è così. Il Neocolonialismo non è altro che una forma di colonialismo modificato, dove sono cambiate alcune cose, ma con l’intento di far restare tutto com’era prima.

Questa situazione di «decolonizzazione-non decolonizzazione», o di decolonizzazione imperfetta, perdura per parecchio tempo e fino alla fase che ci riguarda più da vicino.

Oggi l’Europa non è più sola nel suo rapporto con l’Africa. Vi sono anche altri attori importanti, come la Cina, la Russia, l’India e la Turchia. Così, si sta delineando un processo che non è più di decolonizzazione ma di potenziale «deuropeizzazione» africana.

L’Africa, oggi, non solo è integrata nel flusso della storia, ma ne è protagonista.

I paradigmi coloniali e post-coloniali sono finiti. Pensiamo a cosa sta accadendo alla francofonia: se gli europei con la loro presenza, anche militare, nel Sahel cercavano la stabilizzazione, si sono sbagliati. Di recente la regione ha assistito a quattro colpi di Stato, due in Mali e due in Burkina Faso, e  tutti con risvolti antioccidentali e con gli eserciti armati e addestrati proprio dall’Occidente come protagonisti.

È venuto il momento che l’Europa unita si proponga sullo scenario africano come protagonista e che i vecchi colonizzatori, Francia in testa, facciano un passo indietro.

Perché proprio l’Europa, priva del peccato originale del colonialismo, è la nostra unica speranza di creare un rapporto fra popoli europei e africani, che assicuri stabilità e prosperità a entrambi.

Gianpaolo Scarante

Ex Ambasciatore in Grecia e in Turchia, è stato Consigliere diplomatico di due Presidenti del Consiglio e Rappresentante speciale per la ricostruzione dei Balcani. Attualmente è docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova.

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