Geopolitica delle Big Tech. Algoritmi, infrastrutture e competizione globale

narciso digitale

di Alessandro Cardazzone

 

Regime (un)change e mito di Narciso

I Regime Change, intesi come cambiamenti di regime istituzionale indotti da pressioni esterne, sembrano appartenere a una fase storica in profonda trasformazione. La morfologia del potere si sta riconfigurando: l’obiettivo non è più sostituire una leadership, ma assumere il controllo delle funzioni essenziali di un Paese.
In questo contesto, diventano centrali gli attori che tali funzioni progettano, gestiscono o rendono operabili. Fra questi, alcune corporation tecnologiche hanno intuito per tempo questa trasformazione e si sono affermate come attori protagonisti della riconfigurazione in atto.
Le infrastrutture e le funzioni di cui sono proprietarie hanno assunto nel tempo un’importanza crescente, fino a diventare asset strategici, spesso configurabili come «essential facility» nel senso proprio del diritto antitrust: ecosistemi concentrati, lontani dai presupposti del modello concorrenziale classico, attraversati da nuove asimmetrie di potere e da potenziali conflitti di interesse.

In questo quadro, data center, reti e cavi sottomarini costituiscono l’infrastruttura materiale che rende possibile il funzionamento delle società contemporanee. Gli smartphone e le piattaforme social, ne rappresentano invece lo strato cognitivo: il luogo in cui le persone si informano e interagiscono.
Si tratta di superfici «riflettenti» che tendono a restituire ciò che siamo già inclini a vedere e, soprattutto, ciò che desideriamo vedere. Il meccanismo è autorinforzante: la selezione algoritmica dei contenuti e la tendenza cognitiva a riconoscersi nelle proprie convinzioni si alimentano a vicenda.

Nella sua componente algoritmica, è il fenomeno che Eli Pariser ha definito filter bubble (Pariser, 2012). Ma la sua forza sta altrove: non riceviamo soltanto contenuti affini, bensì contenuti che ci procurano il piacere del riconoscimento, al punto da farci amare un pensiero senza accorgerci che probabilmente è il nostro.
La dinamica, tuttavia, non si esaurisce nell’algoritmo: entra in gioco anche ciò che scegliamo noi stessi di vedere, e il modo in cui sperimentiamo il disaccordo in ambienti privi di quei segnali sociali che, nella vita reale, rendono il confronto tollerabile.
Il risultato è una progressiva riduzione del contatto con ciò che è altro da noi. Una dinamica che richiama, nel suo meccanismo profondo, il mito di Narciso: il piacere del riconoscimento passa inosservato proprio perché intrinseco al gesto o, più in profondità, perché viene negato; ma una società che si specchia troppo a lungo rischia di scoprire, solo quando è tardi, di aver perduto la capacità di sopportare ciò che è altro.

 

Specchi digitali

Se dispositivi e piattaforme digitali definiscono, almeno in parte, ciò che vediamo, ciò che leggiamo e ciò che emerge alla nostra attenzione, essi contribuiscono anche a plasmare le condizioni entro cui prendono forma opinioni, percezioni e orientamenti collettivi.
Non è più lo spazio delimitato dell’agorà, il luogo visibile e regolato del confronto diretto, né quello mediato dei giornali e della televisione. È uno spazio iperframmentato, composto da contenuti personalizzati, selezionati in base alla loro capacità di generare attenzione, interazione e permanenza. In esso, la visibilità non coincide con la presenza, la preparazione culturale o professionale, ma con la compatibilità algoritmica.
I contenuti e le relazioni che generiamo sono governati da architetture tecniche e policy aziendali che ne decidono visibilità e circolazione secondo criteri privati, raramente intelligibili e sottratti al controllo democratico.

Si perde così non solo il controllo sui propri dati, ma una parte della nostra «potenza generativa». La libertà non viene formalmente negata, ma si esercita all’interno di ambienti che ne plasmano l’uso, subordinandola alle regole della piattaforma e ai criteri che ne decidono la visibilità.
È la logica che la sociologa Shoshana Zuboff ha definito «capitalismo della sorveglianza»: un sistema in cui il comportamento umano diventa materia prima da estrarre, elaborare e monetizzare attraverso mercati predittivi delle azioni future (Zuboff, 2019).

Ne deriva una trasformazione silenziosa ma profonda: il confronto tende a essere sostituito dalla conferma, la diversità da ciò che ci rassicura, la complessità dall’ipersemplificazione. La dinamica «riflettente» evocata dal mito di Narciso non resta confinata alla dimensione individuale, ma si estende allo spazio collettivo, influenzando il modo in cui le società costruiscono il senso comune.
È su questo terreno che il controllo dello spazio cognitivo assume un rilievo propriamente politico: chi governa l’informazione incide sulle condizioni entro cui le scelte diventano pensabili, plausibili o marginali. Un controllo che poggia, a sua volta, su infrastrutture materiali, data center, reti e capacità di calcolo, il cui possesso definisce il piano economico della trasformazione.

 

Il tecnofeudalesimo

Le trasformazioni in atto, segnate da uno sbilanciamento di poteri verso conglomerati tecnologici che controllano infrastrutture ormai essenziali al funzionamento del mercato, si allontanano progressivamente dai presupposti del paradigma concorrenziale classico, assumendo configurazioni caratterizzate da elevata concentrazione, rendita economica e assetti oligopolistici.

Ciò che emerge non è soltanto una nuova fase di sviluppo economico, ma una diversa logica di creazione e appropriazione del valore. È quella che l’economista Yanis Varoufakis ha descritto come tecnofeudalesimo: un sistema in cui le tradizionali categorie del profitto cedono il passo a forme di rendita derivanti dal controllo di piattaforme digitali divenute infrastrutture indispensabili (Varoufakis, 2023). La lettura però non è unanime: economisti come Cédric Durand hanno obiettato che il termine tecnofeudalesimo rischia di occultare la natura pienamente capitalistica, e non regressiva, di questa nuova fase di accumulazione. Il dibattito resta aperto.

Un dato di fondo aiuta a comprendere il passaggio. L’intelligenza artificiale sta riducendo profondamente i costi marginali di produzione dei beni immateriali e automatizza una quota crescente del lavoro ripetitivo. Per operare in questo scenario occorre tuttavia superare barriere all’ingresso sempre più elevate: l’addestramento dei modelli algoritmici, la costruzione di nuovi data center e la capacità di calcolo richiedono investimenti elevati, accessibili a pochi attori. È questa asimmetria tra costi marginali in calo e costi di ingresso crescenti, a favorire la concentrazione oligopolistica.

Per effetto di ciò, il valore economico si trasferisce dal prodotto finale verso ciò che consente a beni, informazioni e servizi di circolare e di essere considerati affidabili. La «scarsità», in senso economico, non risiede più nel bene, ma nel controllo delle regole e delle infrastrutture che ne rendono possibile un uso stabile e credibile.
Lo spostamento si consolida attraverso un meccanismo autorinforzante: più una piattaforma tecnologica cresce, più tende a diventare un passaggio obbligato, perché concentra utenti, servizi e relazioni. Abbandonarla diventa più oneroso: non solo per ragioni economiche, ma perché significherebbe ricostruire altrove contatti, abitudini e relazioni quotidiane. È il fenomeno che la letteratura economica definisce «lock-in».
Così, il mercato digitale, divenuto infrastruttura essenziale per il funzionamento degli altri settori economici, riflette le dinamiche dell’economia contemporanea nel suo complesso.

Le piattaforme di cloud computing ne sono un esempio: esse costituiscono la base tecnologica su cui poggiano processi, servizi e relazioni di ogni ambito, dalla finanza all’industria, dalla pubblica amministrazione al settore energetico. La loro centralità è tale che la dipendenza da fornitori extra-UE è ormai considerata una vulnerabilità strategica che investe l’autonomia decisionale, la resilienza operativa e la protezione dei dati sensibili. In questa prospettiva si collocano iniziative europee come la strategia sul cloud sovrano.
Il dato di fondo è di ordine macroscopico: tre soli operatori extra-europei, Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, presidiano circa i due terzi del mercato globale del cloud, quota che in Europa sale al settanta per cento, mentre l’insieme dei provider europei non supera il quindici (Synergy Research Group, 2025).

Una concentrazione di questa scala spiega perché costruire e mantenere simili architetture richiede investimenti su scala crescente: esse poggiano su infrastrutture fisiche, i data center, e su una capacità di calcolo e un consumo energetico sempre più intensi.
Per finanziare questa transizione servono capitali ingenti e stabili: assumono quindi un ruolo crescente gli attori finanziari in grado di mobilitare risorse su larga scala, tra cui risparmio gestito, fondi pensionistici e assicurativi, e intermediari capaci di accompagnare progetti ad alta intensità di capitale.
Si delinea così un’interdipendenza crescente tra infrastrutture tecnologiche e finanza: la necessità di scala del digitale spinge verso filiere finanziarie sempre più concentrate e rende strutturale il legame tra risorse collettive e infrastrutture private.

Ne emerge però un paradosso: una parte del risparmio collettivo può contribuire a sostenere asset che, nel tempo, rafforzano dipendenze strutturali e comprimono i margini di autonomia economica e decisionale pubblica. Un processo che la letteratura economico-giuridica, a partire da George J. Stigler (1971), riconduce alla nozione di «cattura del regolatore»: la progressiva subordinazione degli interessi pubblici alle logiche di chi detiene le infrastrutture regolate.

Oltre il limite

Questa fase di sviluppo economico non è priva di un tentativo di legittimazione culturale e simbolico.
Accanto ai processi materiali, emergono visioni del mondo che tentano di interpretare e, in parte, giustificare la trasformazione in atto. Prende forma una rappresentazione dell’individuo come soggetto «senza misura», capace di superare vincoli biologici e normativi considerati retaggi di un ordine superato.
Un’immagine che, nel suo radicalismo, rovescia la massima delfica del mēdèn ágan, «niente di troppo», incisa secondo la tradizione sul tempio di Apollo a Delfi e ne assume i tratti di ciò che i Greci chiamavano hýbris: la perdita della misura delle cose e, con essa, la pretesa di sottrarsi all’ordine del cosmo.

Questo orientamento si manifesta in forme diverse ma convergenti: nella cultura del move fast and break things, «muoviti velocemente e rompi le cose», che ha segnato la fase iniziale dello sviluppo della Silicon Valley; nelle dichiarazioni pubbliche di amministratori delegati e fondatori di primarie aziende tecnologiche che presentano la regolamentazione come un ostacolo all’innovazione; e nella scelta di collocare strutture societarie e fiscali in giurisdizioni capaci di attenuare l’incidenza dei vincoli normativi e democratici ordinari.

In questa prospettiva, il limite non è più una condizione ontologica da cui partire, ma un ostacolo da rimuovere. La legge, l’istituzione pubblica e la mediazione democratica tendono a essere percepite come freni all’innovazione o come apparati incapaci di governare sistemi giudicati intrinsecamente più complessi, rapidi ed efficienti. La razionalità tecnica viene così elevata a principio ordinatore.

Lo Stato, in questo quadro, non scompare: viene piuttosto ricollocato entro una nuova divisione dei ruoli. Da soggetto sovrano, diviene utilizzatore, cliente o partner di infrastrutture proprietarie sviluppate da attori privati. È ciò che il filosofo italiano Luciano Floridi ha definito «apoptosi politica»: un graduale processo di rinnovamento degli Stati sovrani all’interno di società dell’informazione popolate da agenti non statuali spesso dotati di potere maggiore di quello statale (Floridi, 2017).

Funzioni che rientravano tradizionalmente nella sfera pubblica vengono progressivamente delegittimate come inefficienti o obsolete e trasferite su sistemi tecnologici gestiti al di fuori del perimetro politico tradizionale. L’asimmetria di scala imposta dall’intelligenza artificiale rafforza questa tendenza: poche entità possono sostenere infrastrutture e capitali necessari, e ciò rende la dipendenza più facile da normalizzare, al punto che, quando la gestione dei dati sensibili (sanitari, di sicurezza o di difesa nazionale) poggia su architetture digitali non controllate pubblicamente, la dipendenza tecnica assume una vera e propria valenza strategica.

A questa asimmetria, l’Unione europea ha iniziato a rispondere con un primo quadro normativo: il Digital Markets Act e il Digital Services Act hanno introdotto obblighi strutturali per i gatekeeper digitali, mentre l’AI Act ha tentato di anticipare i rischi sistemici dei modelli di intelligenza artificiale più potenti.
Non si tratta di una perdita improvvisa di sovranità, ma di una subordinazione progressiva, prodotta dall’integrazione quotidiana in sistemi privi di alternative equivalenti.
In questo senso, la trasformazione in atto non riguarda soltanto l’economia o la tecnologia, ma il rapporto stesso tra potere e responsabilità sociale. Ciò che è tecnicamente possibile tende a precedere ciò che è politicamente legittimo.
Il limite, da fondamento della convivenza, diventa un problema da risolvere. È in questo slittamento silenzioso che si gioca una parte decisiva della ridefinizione contemporanea della sovranità.

 

Bibliografia
Durand, C. (2024). How Silicon Valley Unleashed Techno-feudalism: The Making of the Digital Economy. Translated by David Broder. London–New York: Verso. (Ed. orig. Techno-féodalisme. Critique de l’économie numérique, Paris: La Découverte / Zones, 2020.)

Floridi, L. (2017). La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo. Milano: Raffaello Cortina. (Ed. orig. The Fourth Revolution: How the Infosphere is Reshaping Human Reality, Oxford: Oxford University Press, 2014.)

Pariser, E. (2012). Il filtro. Quello che Internet ci nasconde. Milano: Il Saggiatore. (Ed. orig. The Filter Bubble: What the Internet Is Hiding from You, New York: Penguin Press, 2011.)

Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea (2022). Regolamento (UE) 2022/1925 del 14 settembre 2022 relativo a mercati equi e contendibili nel settore digitale (Digital Markets Act). In Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 265, 12 ottobre 2022, pp. 1-66.

Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea (2024). Regolamento (UE) 2024/1689 del 13 giugno 2024 che stabilisce regole armonizzate sull’intelligenza artificiale (Artificial Intelligence Act). In Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 2024/1689, 12 luglio 2024.

Stigler, G. J. (1971). The Theory of Economic Regulation. Bell Journal of Economics and Management Science, 2(1), 3-21.

Synergy Research Group (2025). European Cloud Providers’ Local Market Share Now Holds Steady at 15%. Reno, NV: Synergy Research Group, 27 luglio 2025.

Varoufakis, Y. (2023). Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo. Milano: La nave di Teseo. (Ed. orig. Technofeudalism: What Killed Capitalism, London: The Bodley Head, 2023.)

Zuboff, S. (2019). Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri. Roma: Luiss University Press. (ed. orig. The Age of Surveillance Capitalism, New York: PublicAffairs, 2019.)

 

Alessandro Cardazzone è un economista specializzato nelle relazioni tra tecnologia, potere geopolitico e sicurezza strategica.

Il presente testo introduce i temi dell’intervento previsto per il 20 maggio 2026 presso il Museo M9 di Mestre, nell’ambito dell’iniziativa «Anniversari della Scienza 2026».

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