Cina. La sfida economica di Xi Jinping. Analisi di Arturo Gorup de Besanez

6 ottobre 2021.

Nel marzo del 2021, alla seduta annuale del Congresso nazionale del popolo, camera legislativa della Repubblica popolare cinese, è stato redatto il quattordicesimo piano quinquennale di sviluppo, documento molto atteso che serve a stabilire le principali direzioni della politica economica del paese fra gli anni 2021 e 2025.

Come anticipato da diversi analisti, la novità principale del piano consiste nella centralità della cosiddetta «strategia della doppia circolazione», ovvero un apparente cambio di priorità della leadership cinese che identificherebbe nel mercato interno il principale motore di sviluppo economico. Tuttavia, al di là degli slogan, appare evidente come il piano si collochi sostanzialmente nel solco dei cambiamenti introdotti sin dall’ascesa al potere di Xi Jinping nel 2012.

In seguito alla crisi finanziaria internazionale del 2008-2009, di cui la Cina riuscì a contenere gli effetti peggiori grazie ad un massiccio stimolo economico di 4 mila miliardi di Renminbi (corrispondenti all’incirca a 600 miliardi di dollari statunitensi), Pechino riconobbe come il modello economico basato quasi esclusivamente sulle esportazioni esponesse pericolosamente il paese alle oscillazioni economiche internazionali. Si iniziò quindi a concepire un cosiddetto «New normal», in cui il precedente sistema basato sul lavoro a basso costo e una capacità di manifattura senza precedenti veniva gradualmente sostituito da un’attenzione maggiore alla qualità dei prodotti made in China. A tale scopo, la politica economica di Xi Jinping è stata dunque incentrata sulla necessità di rafforzare il ruolo dirigenziale dello Stato nell’economia nazionale. «The State Strikes Back» è appunto il titolo di un saggio, citato spesso dai media che affrontano l’argomento, sulla direzione impressa da Xi all’economia cinese, pubblicato dallo studioso Nicholas R. Lardy nel 2019.

Gli anni di Xi Jinping sono stati caratterizzati da un forte accentramento del potere nelle mani del segretario generale, di fatto rafforzando il carattere autoritario del sistema in vigore nel paese. Particolare rilievo nella stampa estera hanno avuto l’eliminazione del limite di due mandati alla segreteria del partito, che di fatto garantisce a Xi la leadership a vita, così come l’inserimento, nel corso del suo diciannovesimo congresso, della dottrina dell’attuale segretario nella costituzione del partito. Ciò ha dato a Xi Jinping un’autorità nell’immaginario ufficiale cinese che prima era stata conferita soltanto a Mao Zedong e Deng Xiaoping, rispettivamente il fondatore della Repubblica popolare e il leader responsabile delle riforme di mercato che aprirono l’economia del paese dalla fine degli anni Settanta. Sotto la guisa di una estesa lotta contro la corruzione, problema estremamente diffuso nel paese, Xi è inoltre riuscito a neutralizzare diversi fra i suoi avversari all’interno del partito. È stato il caso di Sun Zhengcai, capo del partito nel distretto di Chongqing e un tempo visto come un potenziale successore di Xi, che nel 2018 è stato condannato all’ergastolo per aver ricevuto tangenti multimilionarie nei primi anni 2000.

In campo economico, l’interventismo di Xi non è stato da meno. Al contrario dei suoi predecessori, l’attuale segretario non ammette deroghe alla legge che prevede la costituzione di un comitato del partito in seno alle compagnie private cinesi che contino oltre cento membri all’interno del loro staff. La percentuale di imprese con tali organizzazioni è dunque salita dal 50 al 70 per cento dall’elezione di Xi alla segreteria ad oggi. Nella metà di esse, il dirigente principale è egli stesso un membro del Partito comunista. Un altro importante strumento di controllo è stata la spinta governativa a favore delle imprese a capitale misto, ovvero le compagnie le cui quote sono detenute sia da privati che dallo Stato. Una forte crescita degli investimenti privati nelle compagnie statali, e viceversa il numero in aumento di imprese private che hanno ricevuto investimenti sostanziosi dallo Stato, indicano chiaramente che la demarcazione fra pubblico e privato in Cina sta diventando sempre più porosa. Particolare preoccupazione suscita la presenza o la supervisione statale in compagnie che gestiscono grandi piattaforme su internet. Ad esempio, con l’ingresso nel board di ByteDance, compagnia che possiede il social media TikTok, ad agosto del 2021 il governo cinese ha acquisito l’accesso a una delle più grandi banche di dati al mondo.

Questo «ritorno dello Stato» nella vita economica cinese non ha il solo fine di raffinare il controllo governativo sulla popolazione del paese, ma ha anche una chiara motivazione geopolitica. Già nel 2015 era stato divulgato il piano noto come «Made in China 2025», un programma mirato all’auto-sufficienza in campo tecnologico, che fissava dieci settori chiave, fra cui la robotica e le energie alternative, e che prevedeva che l’80 per cento della produzione interna doveva essere controllato da compagnie cinesi entro il 2025. A tale scopo vengono indirizzati larghi sussidi a imprese cinesi e innalzate barriere tariffarie e regolamentari che complicano le attività delle compagnie estere.

Il pericolo di una supremazia cinese nelle alte tecnologie, a maggior ragione se ottenuta distorcendo le regole di libero scambio e con acquisizioni non sempre trasparenti e spesso forzate di proprietà intellettuali (brevetti, segreti commerciali ecc.) ha spinto gli Stati Uniti a una reazione, che ha avuto la sua manifestazione più appariscente nella guerra commerciale lanciata dall’amministrazione Trump contro Pechino.

Tale congiuntura internazionale, caratterizzata inoltre da un peggioramento nelle relazioni fra la Cina e altri importanti partner commerciali fra cui il Regno Unito, il Canada e l’India, è stata poi segnata dalla pandemia di Covid-19, che ha portato al crollo della domanda internazionale per gran parte dei beni di consumo prodotti in Cina.

Ben più della crisi del 2008-2009, la pandemia di Covid-19 e le sempre più marcate tensioni internazionali, hanno spinto Pechino verso una maggiore attenzione alla situazione economica interna.

La «doppia circolazione» auspicata da Xi prevede un sistema in cui il mercato interno e gli scambi internazionali si sostengano a vicenda. Alla base dell’apparente cambio di rotta vi è tuttavia un problema perenne dell’economia cinese, ovvero la difficoltà di mobilitare una popolazione con un reddito nazionale per capita di gran lunga inferiore a quello dei paesi occidentali, e quindi con minori possibilità di consumo, per assorbire l’immensa capacità produttiva del paese noto fino allo scorso decennio come la «fabbrica del mondo».

Ad oggi, la «doppia circolazione» che è alla base del nuovo piano di sviluppo quinquennale resta ancora un’aspirazione più che un programma vero e proprio. È tuttavia già possibile ipotizzare che la spinta cinese verso l’auto sufficienza in materia tecnologica presenti una sfida non da poco per l’Unione Europea, le cui imprese operanti in Cina si troveranno a competere con controparti locali decisamente avvantaggiate. Inoltre, è probabile che le condizioni imposte alle imprese estere in Cina includeranno sempre più spesso trasferimenti di tecnologia e know-how per accelerare il processo di apprendimento nel paese.

In questo senso, l’Unione Europea si è mossa, negoziando con Pechino un accordo sugli investimenti che dovrebbe garantire alle imprese europee un’uguaglianza di trattamento con le controparti locali. Tuttavia, a causa di una crisi diplomatica scoppiata a marzo fra alcuni membri del Parlamento europeo e Pechino in relazione alle violazioni cinesi dei diritti umani della minoranza Uigura nella regione del Xinjiang, il Comprehensive agreement on investment (Cai) ad oggi non è stato ratificato da Bruxelles. Nel frattempo, il piano annunciato a maggio dalla Commissione europea mirato a ridurre la dipendenza sulle importazioni dalla Cina di settori quali le materie prime e i prodotti farmaceutici rappresenta un primo passo in quella che potrebbe essere la direzione giusta per il futuro. Ovvero un rafforzamento della politica commerciale comunitaria per far fronte ai cambiamenti annunciati da Pechino, il cui impatto non tarderà certo a farsi sentire nelle relazioni fra l’Europa e il gigante asiatico.

 

di Arturo Gorup de Besanez

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