Il mercato interno può costruire «più Europa»

mercato interno europeo

Il mercato interno è un risultato fondamentale e non marginale dell’integrazione europea; senza di esso non potremmo oggi pensare di avere «più Europa».

GABRIELE ORCALLI

 

Il mercato interno è stato, assieme all’Unione monetaria, la realizzazione più importante dell’Unione europea negli ultimi trent’anni. Eppure oggi la globalizzazione, i cambiamenti tecnologici e le crisi finanziarie, che hanno contribuito a impoverire i ceti medi lavoratori, hanno diminuito l’interesse per un suo ulteriore approfondimento.

Al mercato interno vengono mosse molte critiche, da quelle più popolari e banali (invece che occuparsi del benessere economico e sociale, l’Europa pensa ad imporre la corretta «curvatura» delle banane) a quelle più consistenti, come i relativamente deludenti risultati in termini di crescita economica, rispetto ad esempio agli Stati Uniti, e il peggioramento dell’equità nella distribuzione del reddito. Sono, queste ultime, critiche fondate e importanti, affrontate per la prima volta nel Rapporto stilato da Mario Monti nel 2010 in cui si richiama la necessità di affrontare la resistenza politica e culturale a un’ulteriore integrazione ponendosi come obiettivo il raggiungimento di un giusto equilibrio fra l’apertura del mercato e la protezione dei diritti e degli interessi dei lavoratori. In altre parole, di affiancare al progetto del mercato interno europeo quello di un’Europa sociale.

Affrontare e risolvere questi problemi è fondamentale per il rilancio dell’integrazione europea e la strategia da seguire non può non passare dal considerare il mercato interno come il core business dell’UE. Perché il core business? La risposta è data sia dalla considerazione di «cosa è» il mercato interno, sia di quali altri avanzamenti del processo europeo di integrazione siano dipesi alla loro nascita, e dipendono tuttora, dal mercato.

Prima di tutto il mercato interno non è mai stato solo la semplice liberalizzazione degli scambi (limitazione da cui probabilmente dipende la banale osservazione «non vogliamo l’Europa dei mercati, ma quella dei popoli»). Piuttosto, è un unicum che comprende, oltre alla liberalizzazione, altri tre aspetti fondamentali del processo di integrazione:

  • la politica comune della concorrenza, compreso il controllo degli aiuti di Stato, per assicurare sia la garanzia di accesso fisico delle merci che l’accesso economico, non distorto dagli interventi pubblici statali;
  • la regolamentazione comune dei mercati, ossia l’affidamento all’UE della competenza di stabilire le regole comuni che soddisfino sia la domanda dei consumatori che quella delle imprese di essere protetti dalle distorsioni di mercati imperfetti (regole sulla qualità dei prodotti, sulla loro sicurezza, sulla tutela dei consumatori, sull’ambiente etc.). Non dimentichiamo che le regole sono un bene pubblico richiesto dai cittadini;
  • il mutuo riconoscimento, quando possibile, delle regole e degli strumenti nazionali di controllo. Un impegno, assunto dai governi nazionali, che comporta un livello elevato di fiducia reciproca fra i Paesi membri.

Questi punti hanno richiesto una scelta politica molto impegnativa, possibile solo dopo un lungo periodo di convergenza delle preferenze politiche dei cittadini, per cui si comprende come sia fuorviante parlare di «Europa dei mercanti». L’approfondimento politico del processo di integrazione è stato reso possibile proprio dal completamento del mercato interno. Come saremmo arrivati all’eliminazione fisica delle frontiere il 31 dicembre del 1992 senza il mercato interno? Ma ancora, come potremmo pensare a politiche comuni in materia di tutela dell’ambiente, di relazioni commerciali con il mondo esterno, di tutela del lavoro senza la spinta data dal mercato interno? Senza il mercato interno avremmo potuto avere l’Unione monetaria?

Si tratta dunque di un risultato fondamentale e non marginale dell’integrazione europea ed è logico ritenere che senza di esso non potremmo oggi pensare di avere «più Europa».

D’altra parte, dobbiamo domandarci perché i risultati in termini di crescita della produttività, della competitività internazionale e di qualità della vita non sono stati soddisfacenti. Perché molti attribuiscono al mercato interno la causa delle difficoltà attuali dei popoli europei?

In realtà una analisi approfondita può dimostrare che sono proprio le forti resistenze al completamento del mercato ad essere responsabili dei risultati poco soddisfacenti che oggi misuriamo. Si pensi, ad esempio, come negli ultimi decenni sia aumentata in tutto il mondo sviluppato l’importanza del settore dei servizi, che non sono in Europa coperti da una effettiva liberalizzazione e regolamentazione comune. Un’Europa frammentata in questo settore non può competere efficacemente con i produttori di servizi che operano su mercati più vasti. Oppure pensiamo a come alcuni Stati membri hanno «remato contro» il mercato interno per proteggere i propri settori nazionali considerati più sensibili, come i monopoli per la fornitura di servizi pubblici.

Nonostante, quindi, i risultati positivi ottenuti soprattutto nei primi decenni di funzionamento del mercato interno, le delusioni degli ultimi anni hanno ridotto l’attenzione e il consenso sul tema del suo completamento. Viviamo quindi, come nota Micossi, una situazione paradossale: nonostante l’evidenza che un ulteriore approfondimento del mercato interno, soprattutto per i servizi pubblici e privati, possa essere fautore di una crescita più sostenuta, proprio la mancanza di questa crescita diminuisce il sostegno dei cittadini europei al progetto, offrendo un facile argomento di propaganda antieuropea. Così aumenta il rischio di un ritorno al protezionismo e l’inizio di una fase di regressione dell’UE.

Se ne può venire fuori ricordando il monito del Rapporto Monti: solo affiancando al progetto del mercato interno europeo quello di un’Europa sociale, con l’obiettivo di realizzare una «economia sociale di mercato fortemente competitiva» – capace di superare la preoccupazione che un ulteriore approfondimento del mercato non sia coerente con la difesa dei diritti e degli interessi dei cittadini – si può pensare di avere «più Europa».

Gabriele Orcalli è professore di Economia dell’integrazione europea presso l’Università di Padova.

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