Sahel: cartina di tornasole della politica estera Ue, di Francesca Caruso

Nel 2023, la crisi del Sahel è entrata nel suo dodicesimo anno, assumendo una nuova e preoccupante dimensione.

Attacchi terroristici in Burkina Faso, Mali e Niger, insieme a una successione di golpe militari, continuano a diffondere instabilità in tutta la regione. La competizione emergente tra grandi potenze, in particolare Russia e Francia, ha ulteriormente complicato le dinamiche regionali.

In seguito all’arrivo in Mali dei mercenari russi «Wagner», infatti, Parigi ha ritirato definitivamente la sua missione militare «Barkhane», ponendo fine a una presenza nel paese che si è prolungata oltre nove anni.

Tali dinamiche hanno avuto un impatto negativo sulle relazioni tra l’Unione Europea (UE) e i governi locali guidati dai nuovi golpisti, che oltre a criticare il passato coloniale francese rivendicano anche la scelta di appoggiarsi a partner non-tradizionali, ovvero alla Russia, nella lotta al terrorismo.

Tuttavia, la regione del Sahel continua ad essere d’importanza strategica per l’UE, sia per le sue dinamiche interne, laddove le preoccupazioni per il fenomeno migratorio si intrecciano con i crescenti dibattiti all’interno delle società europee sugli impegni verso l’esterno, sia per le sue capacità di azione esterna nel continente africano.

Le conseguenze delle crisi energetiche provocate dall’invasione russa dell’Ucraina hanno esacerbato la necessità dell’Europa di rinforzare la sua partnership con gli stati africani.

La guerra della Russia in Ucraina si è anche presentata come un’opportunità per il cosiddetto Sud Globale (che comprende Paesi emergenti come India, Cina e Brasile e diversi paesi Africani) che rivendica un’autonomia in politica estera, il non-allineamento rispetto all’Occidente e un sistema finanziario globale alternativo rispetto a quello esistente legato al dollaro.

In questo contesto, l’Africa – e in particolare il Sahel – è portavoce fondamentale per quei Paesi che non condividono la tesi secondo cui contrastare la Russia è un imperativo morale per sostenere la democrazia, l’integrità territoriale, oltre a un ordine mondiale basato sulle regole.

Le sfide per attuare la politica estera dell’UE nel Sahel rimangono quindi elevate, nonostante la volontà di Bruxelles di promuovere democrazia, sicurezza e diritti umani.

Per di più, l’aver reagito in maniera incoerente, facendosi guidare dai propri interessi, ai diversi colpi di Stato e ai cambiamenti incostituzionali, l’ha resa passibile di agire secondo il cosiddetto «double-standard».

Se da una parte, infatti, Bruxelles ha congelato i rapporti con il Mali e il Niger, ha dato, invece, pieno sostegno al governo ciadiano di Mahamat Déby, arrivato al potere per successione dinastica in seguito alla morte del padre, presidente del paese per quasi trent’anni.

In questo contesto, l’UE dovrebbe sviluppare un approccio politico a lungo termine che non si concentri esclusivamente sulle operazioni militari.

Ciò può essere fatto comprendendo meglio il contesto in cui opera, attraverso un’analisi efficace delle dinamiche di potere e delle richieste dei vari popoli.

Inoltre, l’UE dovrebbe agire in maniera coerente, coinvolgendo maggiormente i diversi attori che compongono e animano la società saheliana.

Stabilità e pace non possono essere unicamente il risultato di operazioni militari, ma devono comportare una ristrutturazione della coesione sociale tra istituzioni e attori non statali.

In quest’ottica, l’UE potrebbe dare un contributo alla mediazione e dedicare fondi per aiutare i rappresentanti della società civile, come i partiti politici e le molteplici piattaforme religiose impegnate in attività di capacity building.

Considerando la competizione multipolare e la volontà dei governi locali e della popolazione tutta, di sviluppare nuove alleanze, l’UE dovrebbe sia agire in concerto con altre potenze – tra cui i Paesi del Golfo, la Turchia e la Cina – sia rafforzare le organizzazioni regionali esistenti.

Le sfide sono tante, ma l’UE deve iniziare aconsiderare il Sahel come una cartina di tornasole per mettere effettivamente in pratica la sua politica estera, e agire per la pace e la democrazia in un mondo ormai davvero multipolare.

Francesca Caruso

Ricercatrice nel programma Mediterraneo, Medio Oriente e Africa dello IAI e Policy Officer del Mediterranean Women Mediators Network (MWMN).

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