Brexit

Il 26 maggio 2019 i cittadini dell’Unione Europea sono stati chiamati a votare per le elezioni del Parlamento Europeo, unica istituzione europea i cui membri sono eletti direttamente dai cittadini. Ma nonostante il referendum del 2016 avvenuto nel Regno Unito e l’ufficializzazione dell’uscita attraverso l’attivazione dell’articolo 50, i paesi che hanno votato sono ancora 28.

Di seguito vedremo quindi una panoramica ad ampio spettro della Brexit: definizione, contesto storico e relative conseguenze politiche ed economiche.

Brexit: cos’è?

La Brexit (acronimo di “Britain” e “exit”) consiste nell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, decisione avvenuta attraverso il referendum consultivo del 23 giugno 2016, che si è concluso con la maggioranza dei voti a favore dell’uscita del paese dall’UE (51,89%).

Tale referendum è stato indetto dall’allora premier David Cameron, che lo utilizzò come “arma elettorale” alle elezioni del 2015, alle quali vinse, rendendogli inevitabile fare dei passi in avanti verso il referendum. Cameron inizialmente prese degli accordi con Bruxelles per ottenere alcune concessioni, ma non furono sufficienti a compensare il significato politico di un referendum, identificato ormai dai cittadini britannici, come strumento di protesta contro le disparità più evidenti determinate dalla globalizzazione.

Successivamente alla vittoria del SI, il 29 marzo del 2017, la prima ministra Theresa May ha formalmente notificato al Consiglio europeo l’intenzione di uscire dall’Unione con l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Articolo 50 Trattato di Lisbona:
1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.
2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.
3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine.
4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano. Per maggioranza qualificata s’intende quella definita conformemente all’articolo 238, paragrafo 3, lettera b) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
5. Se lo Stato che ha receduto dall’Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all’articolo 49.  

 

UE e UK

Il Regno Unito entra a far parte dell’Unione Europea, o meglio, dell’allora Comunità Economica Europea nel 1973 e, ad oggi, occupa 73 posti nel Parlamento Europeo e nel corso degli anni ha occupato per 5 mandati la Presidenza del Consiglio dell’UE (che ricordiamo avere durata di 6 mesi).

Nei due comitati, invece, quello economico e sociale e quello delle regioni, con 24 rappresentanti nel primo e 18 nel secondo.

Brexit: un percorso ad ostacoli

L’uscita dall’Unione Europea da parte del Regno Unito, però non è immediata. Dal giorno del referendum ad oggi, quindi quasi tre anni dopo, ancora non si sono riusciti a trovare gli accordi necessari da permettere l’avvenuta messa in atto della manovra. Facciamo quindi uno storico di tutti i passaggi ed i motivi ostacolanti di questo processo.

Partendo dall’inizio, come abbiamo già detto, il 23 giugno del 2016 i cittadini del Regno Unito sono stati chiamati per votare al referendum relativo all’uscita del paese dall’Unione Europea, referendum che ha portato alla vittoria del “si”.

Qualche giorno dopo, dunque, si riunisce il Consiglio Europeo a discutere dell’esito del referendum.

Il 2 ottobre del 2016 la prima ministra inglese, Theresa May, dichiara che il Regno Unito avvierà formalmente il processo negoziale in vista dell’uscita dall’UE entro fine marzo 2017.

Arriviamo quindi alla famosa dichiarazione di Tusk, che cito “hard Brexit o no Brexit”, in cui afferma che il compito principale durante i negoziati per la Brexit sarà quello di tutelare gli interessi dell’UE e di ciascuno dei suoi 27 Stati membri.

Dopo questa dichiarazione seguono una serie di incontri che portano al 29 marzo 2017, giorno in cui il Regno Unito attiva formalmente l’articolo 50 per uscire dall’UE.

Ora possono quindi prendere avvio i negoziati, il 19 giugno, dopo che il Consiglio “Affari generali” designa la Commissione europea come negoziatore dell’UE, Michel Barnier (capo negoziatore dell’UE) e David Davis (ministro per l’uscita dall’Unione Europea), avviano il primo ciclo di negoziati sulla Brexit. Oltre alla struttura dei negoziati e alle questioni imminenti, l’avvio dei negoziati si incentra sui seguenti temi:

Quello di giugno è stato solo il primo di una serie di incontri necessari per andare a trovare un accordo di uscita del paese, con l’obiettivo di minimizzare i danni conseguenti all’attivazione dell’articolo 50, danni prevalentemente relativi all’economia del paese uscente (che approfondiremo in seguito), ma anche eventuali conseguenze relative ai diritti dei cittadini, ai confini della Gran Bretagna con gli altri paesi parte del Regno Unito, ma anche problemi relativi ad accordi e trattati, come ad esempio l’Euratom (trattato sull’energia atomica).

Si iniziano ad avere i primi progressi decisivi solo nel novembre del 2018, quindi più di un anno dopo dall’avvio dei negoziati. Durante l’incontro di novembre, infatti, si è ottenuto un progetto di accordo sul recesso del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dall’UE, che vede la procedura di firma e conclusione il 5 dicembre del 2018, e una bozza della dichiarazione politica sulle frontiere tra l’UE ed il Regno Unito concordata a livello dei negoziati.

Non essendo riusciti a trovare tutti gli accordi necessari, nel mese di marzo il Consiglio Europeo a 27 ha discusso ed approvato la proroga per la Brexit, ma già nei primi mesi di aprile la ministra Theresa May chiede al Consiglio europeo un’ulteriore proroga all’articolo 50 fino al 30 giugno 2019, precisando che il Regno Unito si sarebbe comunque preparato alle elezioni europee nel caso in cui fosse ancora parte del parlamento. Quindi, il Consiglio europeo straordinario svoltosi il 10 aprile 2019 ha concordato, sulla base della richiesta del Regno Unito, di concedere un’ulteriore proroga del termine ex art. 50 TUE, per consentire la ratifica dell’Accordo di recesso. Tale proroga dovrebbe durare solo il tempo necessario e, in ogni caso, non potrà andare oltre il 31 ottobre 2019 (c.d. flextension). Nel caso in cui l’Accordo di recesso venga ratificato da entrambe le parti prima di tale data, il recesso avverrà il primo giorno del mese successivo.

Inoltre, l’accordo di recesso non potrà essere rinegoziato e la proroga non può essere utilizzata per avviare negoziati sulle future relazioni tra UE e Regno Unito. In ogni caso, durante tutto il periodo di proroga il Regno Unito rimarrà Stato membro dell’UE con pieni diritti ed obbligazioni e può revocare la notifica del recesso.

Quindi il rinvio della Brexit, ha portato il Regno Unito a partecipare alle elezioni di maggio, andando ad occupare i 73 seggi spettanti, ed è proprio a causa di questi mancati accordi che, come avevano previsto i sondaggi, ha portato gli elettori ad abbandonare i conservatori per spostarsi al neonato partito “Brexit Party” guidato dall’euroscettico Nigel Farage, che si attesta il 33% dei voti, seguito da LibDem (21%), Labour (14%), Verdi (12%) e Tory (9%).

La vittoria da parte di euroscettici potrebbe portare a rendere ancora più complicato l’arrivo ad un accordo politico per la Brexit e dunque ad una maggioranza all’europarlamento.

Conseguenze economiche

La House of Commons Treasury Committee ha richiesto alla Bank of England la pubblicazione di un’analisi sugli effetti economici e finanziari che potrebbero avvenire dal distacco del Paese dall’Unione Europea, prendendo in analisi anche come le relazioni commerciali potrebbero reagire a questo cambio e tutti gli aspetti che potrebbero derivare da questo “withdrawal agreement”, considerando il fatto che il caso Brexit è unico, non ha precedenti nella storia.

Ovviamente l’impatto della Brexit dipenderà dalla direzione, dalla grandezza e dalla velocità con cui gli effetti di questa “reduce openness” avranno sull’economia britannica e questo dipenderà in larga parte dalla tipologia di accordi che l’Unione Europea riuscirà a stipulare con il Regno Unito.

Partendo dal primo punto, ovvero quello della direzione, la Bank of England afferma che è chiara la direzione che avrà questo fenomeno. L’economia britannica andrà inevitabilmente incontro ad un indebolimento della domanda e dell’offerta, un tasso di cambio più basso e quindi una più alta inflazione, affermando inoltre che gli effetti della Brexit sull’economia sono già in atto. Si è infatti già potuto notare un rallentamento della produttività, un deprezzamento della sterlina e un aumento dell’inflazione che ha “spremuto” i redditi reali.

Per quanto riguarda la grandezza, invece, si prevede una riduzione del commercio e degli investimenti diretti esteri che porteranno ad una riduzione della produttività, di conseguenza un’economia meno produttiva arriverà ad avere percentuali di tassazione molto più alti. Inoltre, rallentamenti all’economia sono spesso associati a condizioni finanziarie rigide e ad un incremento dell’incertezza, pesando di conseguenza sulla domanda, portando al seguente andamento: al diminuire della domanda, aumenta il tasso di disoccupazione.

Infine, condizioni economiche deboli tendono a ridurre l’immigrazione netta (tenendo presente che il Regno Unito è il sesto paese nella classifica mondiale per percentuale di immigrazione, secondo dei paesi membri dell’UE).

Per quanto riguarda il terzo punto, invece, quello relativo alla velocità di aggiustamento, è difficile fare una previsione data, appunto, la mancanza di precedenti. Gli ostacoli finanziari dovuti all’inserimento di dazi doganali prima inesistenti potrebbero causare ingenti danni, ma soprattutto ritardi per tutte quelle imprese che nei loro modelli non hanno mai previsto l’ostacolo doganale. Questo comporta un inserimento meno rapido del prodotto sul mercato.

Per evitare, o ridurre, tali ostacoli è necessaria una forte preparazione sia da parte delle aziende, che da parte delle infrastrutture inevitabilmente coinvolte (come porti e sistemi di trasporto).

Vi riportiamo di seguito i grafici del rapporto in questione sui possibili scenari relativi al PIL, all’inflazione ed alla disoccupazione, presi appunto dall’analisi della Bank of England.

  • GRAFICO A

Il grafico A mostra i possibili scenari del PIL prendendo in considerazione le diverse ipotesi possibili. La proiezione di colore grigia indica gli scenari dell’andamento del PIL a maggio 2016, quindi degli scenari pre-Brexit; mentre la proiezione di colore nero è relativa all’andamento ipotizzato dall’Inflation Reporter a novembre 2018.

Prendendo quindi come punto di riferimento queste due linee appena citate, vediamo le varie proiezioni in caso di possibili accordi economici più o meno stretti tra UK e UE.

Il grafico evidenzia che in caso di stipulazione di rapporti più stretti, quindi più vicini alla condizione di un Regno Unito ancora all’interno dell’Unione Europea, il PIL si posiziona sotto alla proiezione senza Brexit, ma sopra al rapporto stimato dall’Inflation Reporter. Mentre, in caso di stipulazione di accordi “meno stretti”, quindi con la presenza di accordi tra le due realtà, ma meno vicini a quelli della condizione del Regno Unito come paese membro dell’UE, nel corso degli anni si potrà notare comunque un buon incremento del PIL, ma al di sotto addirittura della proiezione dell’Inflation Reporter.

Le stime, invece, evidenziate in rosso, sono le possibili proiezioni in caso di mancati accordi tra le due realtà. Possiamo notare che il valore del PIL subisce un drastico calo dall’entrata in vigore della Brexit, con successivamente un lento rialzo ma che nel corso degli anni, fino al 2023, comunque non raggiunge i livelli ipotizzati in qualsiasi dei precedenti casi.

  • GRAFICO B

La medesima comparazione si può fare con il grafico B, relativo alla disoccupazione. In questo grafico possiamo notare come in caso di instaurazioni di partnership più o meno strette le proiezioni nel corso degli anni in analisi non si posizionano molto distante da quelle ipotizzate nel novembre 2018 dall’IR; avendo chiaramente degli effetti maggiormente positivi in caso di chiusura di rapporti più stretti tra le due realtà e leggermente negativi nel caso di chiusura di rapporti meno stretti. Quello che risalta maggiormente da questo grafico è la proiezione in previsione di stipulazione di accordi molto meno vicini all’attuale condizione, si può infatti notare come il Regno Unito toccherebbe alti livelli di disoccupazione, con un apice previsto tra il 2020 ed il 2021.

  • GRAFICO C

Nel caso del grafico C l’andamento ipotizzato dall’IR risulta seguire in maniera molto similare gli andamenti previsti in caso di stipulazione di accordi più o meno vicini alle condizioni pre-Brexit. Mentre in caso di mancata chiusura di accordi, o accordi meno “stretti” l’inflazione arriverebbe a picchi molto alti verso il 2020.

È inoltre da notare come nei primi due grafici ci sia una continuità abbastanza regolare nella crescita del PIL e nel calo della disoccupazione anche nello scenario Brexit. Mentre nel terzo grafico, si può notare come l’inflazione abbia subito un notevole aumento già dal referendum.  

La natura e il futuro del PIL, dell’inflazione e della disoccupazione dipendono in maniera significativa dalla natura del recesso e di eventuali futuri accordi commerciali tra UK e UE. Previsioni che sono indeterminabili al momento.

In ogni caso, la Bank of England, insieme agli istituti finanziari territoriali, sta mettendo in atto piani di emergenza in grado di sostenere la nazione nel momento di eventuale, necessità nell’effettivo momento di distacco tra queste due realtà.

Sitografia

Europa.eu – Tutti i paesi dell’UE in sintesi, https://europa.eu/european-union/about-eu/countries/member-countries/unitedkingdom_it

Consiglio dell’Unione Europea – Brexit,https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-uk-after-referendum/

Politico – European elections, https://www.politico.eu/2019-european-elections/united-kingdom/

Il sole 24 ore – Politica, https://www.infodata.ilsole24ore.com/2019/05/12/brexit-voto-europeo-senza-vince-perde/

Financial Times – The European Parlamient elections, https://ig.ft.com/european-parliament-elections-guide/

Bank of England – EU withdrawal scenarios and monetary and financial stability, https://www.bankofengland.co.uk/-/media/boe/files/report/2018/eu-withdrawal-scenarios-and-monetary-and-financial-stability.pdf

 

 

 

Brexit: il convegno del 10 giugno a Venezia

“Brexit, cosa rischia l’Unione Europea”: è il tema del convegno, organizzato da Fondaco Europa, che si è tenuto a Palazzo Franchetti, sede dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti. Ne discutono David Sassoli, vicepresidente del Parlamento Ue, Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia e Sergio Fabbrini, politologo dell’Università Luiss di Roma. I lavori sono stati introdotti da Tiziana Lippiello, prorettore vicario dell’ Università di Ca’ Foscari.

Brexit – quale alternativa alla negoziazione astiosa?

Il commento di Sergio Fabbrini, componente del comitato scientifico di Fondaco Europa apparso su “Il Sole 24 Ore” di domenica 26 giugno.

La negoziazione per fare uscire il Regno Unito dall’UE richiederà una negoziazione contrastata e astiosa tra Londra e Bruxelles. Vediamo perché cominciando da Londra. L’esito del referendum non è vincolante sul piano legale. Il Regno Unito è un paese a sovranità parlamentare. Solamente un atto approvato dal parlamento di Westminster può avere un valore legale. Il premier Cameron informerà martedì prossimo i suoi colleghi primi ministri dell’esito del referendum, ma si tratterà di una comunicazione informale. Per poter attivare l’Art. 50 del Trattato di Lisbona (che regola la secessione di uno stato membro dall’UE) è necessaria una decisione formale del parlamento britannico. Cameron, nel suo discorso di dimissioni, ha detto che non sarà lui ad avviare la discussione a Westminster. Rimarrà in carica fino all’ottobre, quando si terrà la conferenza annuale del suo partito. In quell’occasione, un nuovo primo ministro e segretario di partito verrà eletto. Spetterà quindi a quest’ultimo decidere quando attivare l’Art. 50. Per farlo dovrà però avere l’approvazione di Westminster, ma lì non c’è una maggioranza per abolire l’atto di adesione all’UE (allora CEE) del 1972 e sostituirlo con un atto che formalizzi la separazione dall’UE. Se i parlamentari del partito conservatore, che hanno sostenuto Cameron nella sua campagna per rimanere, non voteranno il nuovo atto di separazione, allora le cose si complicheranno. Infatti, poiché Westminster ha approvato nel 2011 una legge (Fixed-term Parliaments Act) che impone di tenere le elezioni parlamentari ogni cinque anni a scadenza fissa (le ultime si sono tenute nel 2015), il nuovo primo ministro non potrà sciogliere il parlamento per crearsi una nuova maggioranza a favore dell’atto di secessione. Prima dovrà cambiare la legge del 2011. E ciò aprirà nuove divisioni. Nel frattempo, il Regno Unito continuerà ad essere membro dell’UE, al punto che potrebbe presiederla nel secondo semestre del 2017. Una situazione paradossale che fa però il gioco dei favorevoli a Brexit. Per loro è molto più conveniente negoziare dall’interno, piuttosto che dall’esterno, dell’UE. Dall’interno possono utilizzare i loro poteri di ricatto (se non accettate questa richiesta blocchiamo quella trattativa), dall’esterno sarebbero un paese contro 27 altri paesi. Insomma, potrebbe passare parecchio tempo prima di attivare l’Art. 50, che a sua volta prevede due anni per concludere la negoziazione.
Ciò non andrebbe bene a Bruxelles. Infatti, è interesse di Bruxelles accelerare la negoziazione. Più la negoziazione tarda, più altri stati membri (come la Svezia e la Danimarca) potrebbero farsi contagiare dalla voglia di uscire. Per di più, non sarà facile far funzionare le istituzioni comunitarie con il Regno Unito ancora membro dell’UE, quando si sa che ha deciso di uscirne. Però, se il Regno Unito tarderà a notificare la sua decisione di secessione dall’UE, non è chiaro quali strumenti Bruxelles potrebbe utilizzare per obbligarlo a farlo prima possibile. Comunque, una volta che il Regno Unito formalizzerà la sua domanda di secessione, cosa dovrà fare l’UE? L’art. 50 non entra nei dettagli. Sicuramente il Consiglio europeo dei capi di stato e di governo dovrà accogliere quella richiesta. Il Consiglio europeo incaricherà poi la Commissione europea ad avviare il negoziato con il nuovo governo britannico, sotto la supervisione del Consiglio dei ministri. Tuttavia, poiché il negoziato riguarderà un numero notevole di materie di natura commerciale, è improbabile che il Consiglio europeo possa dare un preciso mandato alla Commissione per concludere il negoziato in due anni. Su ognuna di quelle materie (ad esempio, i 54 accordi commerciali da rinegoziare) gli interessi dei governi del Consiglio europeo differiscono. Così come differiscono i loro interessi politici, con alcuni governi che ‘vogliono farla pagare agli inglesi’ (per spaventare gli euro-scettici di casa propria) ed altri governi che spingeranno invece verso soluzioni pragmatiche e di compromesso. Due anni non basteranno e il Consiglio europeo dovrà allungare la scadenza. Nel frattempo, la Commissione si troverà in mezzo a pressioni contrastanti, che sarà arduo ricomporre. Per di più, la negoziazione con il Regno Unito richiederà risorse e tempo, al punto che la Commissione dovrà probabilmente trascurare gli punti della sua agenda (come il piano di investimenti e la stessa unione bancaria). In una situazione in cui la crisi non è ancora superata, ciò aumenterà ulteriormente il malessere dei cittadini degli altri 27 paesi nei confronti dell’UE e dell’impotenza decisionale delle sue istituzioni.
Insomma, nei prossimi anni, sia il Regno Unito che l’UE saranno assorbiti da una negoziazione incerta e astiosa. Le élite politiche di Londra e di Bruxelles, come i sonnambuli che portarono l’Europa alla prima guerra mondiale, non sono riuscite ad anticipare questa crisi, né riescono oggi a proporre una via d’uscita. Dirà qualcuno, cosa mai si potrebbe proporre con le elezioni francesi che si terranno il prossimo maggio, quelle tedesche il successivo settembre e l’Italia concentrata sul suo referendum costituzionale? Eppure, non ci si deve rassegnare alla disintegrazione dell’Europa. Invece di perdere anni in negoziati astiosi, si dovrebbe far partire subito un’iniziativa politica per riformare i trattati (che comunque la negoziazione tra il Regno Unito e l’UE obbligherà a rivedere). Una riforma che distingua tra un’unione del mercato comune (basata su un trattato interstatale leggero, accettabile dai britannici come dai polacchi) ed un’unione politica (basata su un “Political Compact”). Quest’ultima dovrebbe dare vita ad un governo democratico, dotato di una sua capacità fiscale autonoma, per gestire cruciali politiche come quella della difesa, della sicurezza, del controllo delle frontiere, dei rifugiati, della politica economica. I sei paesi fondatori o i 19 paesi dell’Eurozona dovrebbero incontrarsi a Roma l’anno prossimo per celebrare i Trattati del 1957 con una dichiarazione che li impegni a creare un’unione politica secondo scadenze precise. In momenti di crisi esistenziale, il realismo non basta. Ci vuole una visione. E il coraggio di promuoverla.

Brexit: inizio della fine o inizio della rinascita

Qualche settimana fa avevamo tirato un sospiro di sollievo dopo il risultato delle elezioni presidenziali in Austria, stanotte ci eravamo coricati con notizie che sembravano preludere ad una vittoria del remain: il risveglio è stato scioccante.

Quello che si può dire è che questa battaglia è stata vinta dall’Europa della paura, dall’Europa degli egoismi, dall’Europa fiaccata da una troppo lunga crisi economica e sociale.

Ma si badi bene: si tratta appunto di una battaglia, non della guerra.

Ora sta a tutti noi, e in primis alle classi dirigenti, rimettere i cocci a posto: non sarà facile, ci vorrà pazienza, tenacia, sguardo lungo e anche gusto del rischio. Si, proprio quello sguardo lungo e gusto del rischio di cui sembrano difettare parte delle leadership politiche oggi alla guida dei più importanti paesi europei.

Sapranno costoro essere all’altezza della sfida che hanno di fronte?

Sapranno spiegare che il nostro futuro è o nello stare insieme o nel decadere?

Sapranno rispondere all’appello che Papa Francesco rivolgeva loro solo poche settimane fa in Vaticano dicendo:

“Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”

Forse l’unico aspetto “positivo” del risultato di questo referendum sta nell’aver riportato al centro del dibattito la questione Europa unita.

Staremo a vedere.

Noi, consci del nostro piccolo ruolo, intendiamo fare la nostra parte.

 

Arcangelo Boldrin
Presidente di FONDACO EUROPA

Brexit: l’impatto economico

Che impatto avrà l’uscita del Regno Unito sull’economia britannica? e su quella dell’Europa? Negli ultimi mesi sono usciti diversi studi che stimano l’impatto della Brexit. L’OCSE, PWC, il CEP – Centre for Economic Performance della London School of Economics sono concordi: l’uscita dall’UE provocherà effetti negativi sulla ricchezza del Regno Unito. Un solo studio calcola effetti positivi, quello di Patrick Minford, un lavoro pesantemente criticato da Ottaviano e altri su VoxEu.

In poche righe provo a sintetizzare i risultati ottenuti dal CEP.

I fatti. L’Unione Europea è il principale partner commerciale del Regno Unito. Nel 2014 il 45% delle esportazioni britanniche era diretto ai paesi dell’UE, il 53% delle importazioni proveniva dal continente europeo.

L’impatto. L’eventuale Brexit ridurrà i flussi commerciali a causa dell’aumento delle tariffe e delle barriere non tariffarie (normative tecniche, regolamenti…) più elevate. Di quanto? Gli economisti del CEP stimano due scenari: uno ottimistico, in cui il Regno Unito riesce a limitare l’impatto della Brexit negoziando accordi simili a quelli in vigore tra Norvegia e UE, l’altro pessimistico, in cui i rapporti tra UK e UE sono regolati dalle norme del WTO. Vengono calcolati anche gli impatti positivi derivanti dall’uscita, rappresentati dal risparmio sulla quota che ogni anno il Regno Unito versa per contribuire al bilancio europeo.
L’analisi stima una riduzione del reddito pro-capite pari a 1,28% nello scenario più positivo e 2,61% in quello più negativo.

La Brexit ha anche un impatto negativo sugli altri paesi europei. L’UE nel suo complesso perderà tra 0,12 e 0,29% del PIL, i paesi extre UE (che beneficeranno dello spostamento di una parte dei flussi commerciali) guadagneranno tra 0,01% e 0,02% del PIL.

L’impatto nel lungo periodo. L’uscita dall’UE, nel lungo periodo, potrebbe portare a una riduzione della produttività del sistema britannico (via riduzione del livello di concorrenza e quindi di effiicienza). Una volta considerati questi effetti il CEP arriva a stimare una perdita tra 6,3% e 9,5% del PIL.

Restano da stimare gli impatti che l’uscita avrà, ad esempio, sulle migrazioni e sugli investimenti dall’estero. Rimaniano in attesa dei prossimi lavori. Intanto qualcosa si può dire su uno dei cavalli di battaglia di chi ha sostenuto l’uscita. Brexit garantirebbe norme migliori e più snelle di quelle europee. Che effetti, positivi, potrebbe produrre? 0,9% nella migliore delle ipotesi. Ben al di sotto dei costi dell’uscita.

 

Gianluca Toschi
Professore a contratto di Economia dell’Integrazione Europea
Università di Padova
Fondaco Europa – Comitato scientifico

Brexit: cosa rischia l’Unione Europea

Il 23 giugno i cittadini britannici sceglieranno se il loro paese continuerà a far parte dell’Unione Europea.

È una scadenza gravida di incognite e di rischi per la stessa tenuta della costruzione europea e del faticoso cammino di unificazione, oggi costellato di ostacoli di diversa natura.

FONDACO EUROPA ha chiesto ad alcuni protagonisti di discutere e approfondire il tema, senza racchiuderlo in una dimensione esclusivamente europea.

Presiede e introduce
Tiziana Lippiello
Prorettore Vicario, Università Ca’ Foscari Venezia

Intervengono
David Sassoli
Vice Presidente del Parlamento Europeo

Pier Paolo Baretta
Sottosegretario al Ministero dell’Economia

Sergio Fabbrini
Politologo, Docente Università LUISS Roma

Venerdì 10 Giugno 2016 ore 17.30
Palazzo Franchetti, sala del Portego
Venezia – San Marco, 2847

Scarica l’invito:

Invito