Verso le Elezioni Europee 2019

VERSO IL 26 MAGGIO. PERCHé L’EUROPA RESTA LA VIA DA PERCORRERE

A Roma, tre iniziative organizzate dal mondo associativo e civico hanno gettato le basi per un nuovo progetto europeo

di Pier Paolo Baretta

Le elezioni europee si avvicinano. E la fase politica che attraversiamo conferma la loro importanza, preannunciando una campagna elettorale particolarmente accesa. Se, da un lato, appare chiaro il tono aggressivo e dirompente con il quale giocheranno le loro carte i nazionalisti, non è altrettanto chiaro il modo con il quale gli europeisti condurranno la loro battaglia. Si chiuderanno in difesa di un’Europa necessaria, ancorché debole e invisa a molta parte della pubblica opinione? Lanceranno generici e inefficaci messaggi sulla unità politica dell’Europa? O riusciranno, finalmente, a proporre un modello istituzionale, economico e sociale che rilanci l’idea originale di una “patria delle patrie”, di una comunità di popoli con identità e storie secolari, ma che condividono valori di pace e benessere, che solo attraverso una prospettiva europeista possono essere realizzate?

Nella ricerca di una risposta a questi quesiti vanno segnalati tre appuntamenti pubblici che si sono svolti nelle ultime settimane a Roma, a organizzarli realtà del mondo associativo, civico e sindacale. Il 23 ottobre è stata la volta di “Per un’altra Europa”, convegno organizzato dall’associazione Res (Riformismo e solidarietà); Il 12 novembre, nell’Aula Magna del Rettorato della Sapienza, sei associazioni – Fondazione Achille Grandi, Fratelli Rosselli, Koiné, l’Italia che verrà, Mondo operaio e ReS – hanno dato vita a “Italia, Europa: un nuovo riformismo”; infine, il 30 novembre, si è tenuto il convegno “La nostra Europa”, organizzato da un gruppo di Associazioni e Fondazioni di ispirazione cattolica, Acli, Azione Cattolica, Comunità Sant’Egidio, Confcooperative, Fondazione Ezio Tarantelli della Cisl, Fuci e Istituto Sturzo.

Prima ancora dei contenuti emersi nei convegni, è opportuno rilevare il filo conduttore che lega questa pluralità di soggetti a una comune visione politico-sociale. Sia le associazioni di ispirazione laico-socialista sia cattolica condividono la cultura riformista e la democrazia rappresentativa. Non è poco in un’epoca di radicalismi e plebiscitarismo.

È stata proprio la constatazione della crisi del riformismo a far muovere gli organizzatori dei tre avvenimenti. L’inadeguatezza delle risposte riformiste, nella drammatica crisi economica del 2008, ha trovato conferma politica nella Brexit, nelle elezioni di Trump e di altri leader nazionalisti nel mondo e, qui da noi, col voto del 4 marzo.L’Europa è al centro di questa crisi. Il modello sociale europeo, infatti, è stato, con l’economia sociale di mercato e lo Stato sociale, il paradigma sul quale si sono costruite le speranze post-belliche. Assumere l’Europa (e le imminenti elezioni) come la piattaforma per un nuovo progetto riformista è stato, quindi, un passaggio naturale.

Ma quale Europa e come affrontare la prossima scadenza elettorale? A questa seconda domanda ha risposto Romano Prodi nell’iniziativa delle sei associazioni, alla quale erano presenti centinaia di giovani studenti. È in questa occasione che Prodi ha lanciato l’idea di un confronto tra i due campi di centrosinistra e di centrodestra per riprendere il terreno di gioco ora occupato dai… sovranisti. Alla condizione, però, che entrambi gli schieramenti si muovano uniti al loro interno con un unico candidato Presidente. A sorreggere questa scelta serve un programma, che è stato delineato nella relazione di Raffaele Morese e negli interventi, in particolare, di Anna Maria Furlan e Mauro Magatti.

La prospettiva di un fronte europeista largo, oltre gli attuali partiti, era stata prospettata pure da Paolo Gentiloni nel convegno di Res di ottobre, nel quale l’esigenza di una nuova architettura istituzionale (poi avanzata da Merkel e Macron) era stata disegnata dal docente della Luis, Sergio Fabbrini. Non solo però architettura istituzionale, ma anche quella che potremo definire “architettura etica” è emersa nel convegno delle associazioni cattoliche e, in particolare, nell’introduzione del cardinale Bassetti, Presidente della Cei. Ritrovare l’anima dell’Europa e le sue radici. Il punto non è ideologico. Parlare di radici cristiane non vuol dire tanto religiose, ma, come ha ricordato Magatti, civiche. I valori di solidarietà e fraternità, assieme a quelli di uguaglianza a e libertà sono propri anche della rivoluzione francese. Identità rinnovata e istituzioni riformate per fare dell’Europa il motore del nuovo modello economico e sociale, che ci appare indispensabile realizzare dopo la desertificazione prodotta dalla crisi economica globale, come ci ha ricordato Andreatta. Un’economia sostenibile (Giovannini) e un’integrazione sicura (Allievi) sono le due gambe contro la grande paura che alimenta i nazionalismi.

Insomma, agli europeisti spetta il duro, ma affascinante compito di disegnare l’Europa prossima ventura. Solidi valori costitutivi, rinnovato impianto istituzionale federale, governo europeo legittimato dal voto popolare, politiche estere, di bilancio e fiscali cooperative, modello sociale fondato sulla solidarietà e la sussidiarietà sono i paradigmi perché il nostro antico continente, che è tutt’ora il primo mercato del mondo, ritrovi il protagonismo che gli consenta di contribuire alla grande transizione storica, da una globalizzazione frantumata a un nuovo equilibrio di potenze (Cina, Russia, Usa, Brasile, …).

Parlare agli europei di tutto ciò nei prossimi mesi vuol dire ritrovare un orgoglio smarrito; ma vuol anche dire rispondere alle questioni della quotidiana condizione di vita che la crisi ha lasciato aperte per milioni di persone.

A questo compito vanno dedicate le energie di tutti in previsione del voto di maggio.

L’Italia e l’Euro

LE DIFFICOLTA’ DELL’ECONOMIA ITALIANA NON DIPENDONO DALL’EURO
di Maurizio Scarpa

La mediocre performance dell’economia italiana degli ultimi anni (il PIL pro capite è ancora inferiore a quello del 2000) non è dovuta all’euro, ma a problemi strutturali.
Lo sostiene Valentina Romei in un articolo del Financial Times ripreso da l’Internazionale del 22 Novembre 2018.

Secondo l’autrice i principali problemi strutturali sono:

I bassi livelli di produttività, innanzitutto, legati alla conduzione familiare delle aziende italiane: il 95% di queste ha meno di dieci dipendenti (fonte: osservatorio della commissione europea sulle piccole e medie imprese); il loro valore aggiunto per dipendente è tra i più bassi in Europa e continua a diminuire.

Le carenze del sistema dell’istruzione, in secondo luogo: in Italia le “competenze medie in scienze, matematica e capacità di lettura dei quindicenni” sono le peggiori in Europa (anche se in linea con gli Stati Uniti); il Paese vanta inoltre un enorme abbandono scolastico (il maggior numero di persone tra i 15 e i 34 anni in Europa che non lavorano né studiano) ed il minor numero di laureati del continente.

L’inefficienza dello Stato e dei servizi pubblici (il peggior “indice sullo stato di diritto 2017-2018 tra i paesi ad alto reddito nel mondo), inoltre, che impedisce, fra l’altro, alle aziende straniere di investire in Italia.

Infine, il costo degli interessi sul debito pubblico (i più alti in Europa in percentuale del PIL): “Il debito dell’Italia assorbe una grande quantità di risorse economiche riducendo i fondi per le infrastrutture e per gli investimenti industriali”.

Europa e legge di bilancio

IL NORDEST HA UN’ALLEATA PER CORREGGERE LA MANOVRA
di Gianluca Toschi

La maggioranza (risicata ma pur sempre maggioranza) dei cittadini del Nord Est ritiene che sia meglio rimettere mano alla legge di bilancio come richiesto dall’Unione Europea.
Come possono essere interpretati i risultati dell’Osservatorio Nord Est? L’ipotesi più immediata è che l’idea di andare allo scontro con l’UE, imboccando un percorso che non si sa a quali esiti possa portare, spaventi i cittadini del Nord Est. Una posizione simile, quindi, a quella registrata dall’Osservatorio poche settimane fa sull’Euro quando il 75% della popolazione si dichiarava contraria all’uscita dalla moneta unica. Aprire una dura battaglia con le istituzioni europee o uscire dall’Euro apre prospettive inedite caratterizzate da grande incertezze: due scenari che i cittadini del Nord Est preferiscono evitare.
La seconda ipotesi è che gli elettori nordestini credano sia meglio rivedere la legge di bilancio perché il mix di misure proposte non li convince. Dei sei provvedimenti sondati solamente due vedono il favore della maggioranza degli elettori (la necessità di bloccare l’aumento dell’IVA e l’abolizione della legge Fornero). Il condono fiscale e il reddito di cittadinanza, invece, non scaldano i cuori. Si dichiara favorevole a questi due provvedimenti solamente un cittadino su tre del Nord Est. In un territorio in cui esiste una forte condivisione culturale del ruolo dell’impresa appare diffusa la sensazione che nella legge di bilancio alle imprese sia destinato un ruolo marginale. Andare allo scontro con l’UE rappresenterebbe, quindi, una battaglia da combattere per difendere una politica economica di cui non si è convinti pienamente o, ribaltando la prospettiva, l’UE fornisce la possibilità di rivedere una legge di bilancio che contiene alcuni provvedimenti che piacciono poco: una sorta di “ce lo chiede l’Europa” vista dal lato degli elettori.

I primissimi risultati di un sondaggio Eurobarometro usciti venerdì scorso forniscono una chiave di lettura aggiuntiva. Secondo tale sondaggio gli italiani tenderebbero a fidarsi più dell’Unione europea che del governo. Nella maggioranza delle regioni italiane, oltre un cittadino su due (50-65%) dichiara, infatti, di credere nell’Unione europea, mentre solo una quota tra il 35 e il 50% si fida del governo nazionale. Un risultato decisamente a sorpresa dopo quelli usciti poche settimane fa che evidenziavano che in caso di referendum sull’uscita dall’Ue, solamente il 44% degli italiani avrebbe votato per restare. Certo, per vedere se siamo davvero in presenza di un cambiamento di tendenza sarà necessario analizzare in dettaglio i risultati dell’Eurobarometro. Di sicuro il quadro appare più complesso di come si presentava fino a poche settimane fa.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 14 novembre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

https://www.ilgazzettino.it/

http://www.demos.it/

 

Il Nord Est e l’uscita dall’Euro

DOPO L’UNIONE MONETARIA MANCA ANCORA QUELLA POLITICA
di Gianluca Toschi

Qualche anno fa Paul De Grauwe paragonò l’Euro a una bella villa che aveva però un problema: era stata costruita senza il tetto. In una villa senza il tetto tutti vogliono rimanere finché il tempo è bello ma quando volge al brutto ci si rammarica della scelta.
L’immagine dell’economista belga è particolarmente efficace per evidenziare i problemi che oggi l’Unione Monetaria sta vivendo e quindi anche per commentare i dati che emergono dall’Osservatorio sul Nord Est. I due temporali che si sono abbattuti sulla villa Euro (la recessione del 2008-2009 e quella del 2012-2013) hanno reso evidenti i difetti di progettazione. Il tetto che manca all’Euro si chiama Unione Politica e per costruirla servono due cose: buoni progettisti (una classe politica che accetti la sfida) ma soprattutto tegole molto costose che vanno sotto il nome di “maggior simmetria nelle politiche macroeconomiche tra gli stati”, “completamento dell’unione bancaria” e “unione fiscale”. Un tetto di questo tipo ridurrebbe le divergenze nelle politiche macroeconomiche che sono state spesso all’origine di forti squilibri tra paesi. In secondo luogo, attraverso un’unione politica si potrebbe dar vita a meccanismi di assistenza automatica tra gli stati. Il problema è che sono tutti investimenti che gli stati membri dovrebbero pagare utilizzando una moneta che va sotto il nome di (ulteriore) cessione di sovranità.
I venti populisti che stanno soffiando in molti paesi e più in generale la sfiducia che i cittadini nutrono verso le istituzioni europee sembrano portare l’Europa in tutt’altra direzione. Come commentare, quindi, la posizione dei cittadini del Nord Est che dichiarano di voler rimanere nell’Euro pur in presenza di una fiducia calante verso l’Europa? L’ipotesi più immediata è che l’idea di abbandonare la moneta unica spaventi.
Riprendendo l’immagine di De Grauwe, stare con altri (paesi) in una villa in cui piove dentro è preferibile rispetto ad uscire per strada soli durante un temporale. Il problema è che se non si investe sul tetto i muri potrebbero crollare, togliendo quella (parziale) protezione che hanno dato fino ad oggi. Un vero dilemma: per rendere efficace l’Euro (che i cittadini vogliono) servono ulteriori cessioni di sovranità che una parte sempre più importante dei cittadini non vuole. Sarà interessante vedere le posizioni delle forze politiche su queste questioni in vista delle elezioni europee del prossimo anno, ammesso che in campagna elettorale si parli di questo e non di problemi nazionali, come spesso, purtroppo, accade.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 17 ottobre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

Europa e Mediterraneo: un mare di relazioni complesse

Lunedì 23 ottobre 2017 alle 20.30 a San Stino di Livenza il Presidente di Fondaco Europa, Arcangelo Boldrin, interverrà all’incontro “Europa e Mediterraneo”.

L’icontro sarà introdotto dall’On. Sara Moretto e dai saluti di Matteo Cappelleto sindaco di San Stino di Livenza.

Integrazione differenziata? Cerchi concentrici? Due (o più) velocità?

In occasione delle cerimonie previste per il 60° anniversario dei Trattati di Roma i quotidiani italiani hanno ospitato diversi commenti sul futuro dell’UE. In vista del prossimo appuntamento organizzato da Fondaco Europa, la presentazione del libro “Né centauro né chimera – modesta proposta per un’Europa plurale” scritto da Antonio Armellini e Gerardo Mombelli per Marsilio che avverrà venerdì 31 marzo alle 17.30 presso la Libreria Feltrinelli di Mestre, vale la pena sottolineare alcuni passaggi che riguardano il tema dell’integrazione differenziata o dei “cerchi concentrici” che viene affrontato nel libro di Armellini e Mombelli.

Marcello Messori, direttore della Luiss School of European Political Economy, nel commento apparso su Repubblica del 22 marzo identifica la velocità minima e quella massima della futura UE. L’autore parte dall’idea che l’appartenenza al processo di integrazione debba basarsi su un minimo fattore comune che abbia un adeguato potere di coesione ma che al tempo stesso non contrasti con gli interessi degli stati membri e permetta, in futuro, di poter adottare la velocità massima.  L’appartenenza al mercato unico rappresenta, secondo l’autore il minimo fattore comune che identifica la velocità minima. La velocità massima è invece indicata nel processo che passando per l’unione economica e monetaria si ponga l’obiettivo dell’unione politica. Nella scelta della velocità da adottare ogni paese è sottoposto a un duplice vincolo: non si può scegliere una velocità inferiore a quella minima (la partecipazione al mercato unico) e chi sceglie di partecipare all’unione monetaria non può adottare una velocità che lo allontani dalla piena integrazione con gli altri membri della Uem. Una prospettiva che ridimensiona e semplifica l’idea dei cerchi concentrici o delle diverse velocità riducendo le opzioni per i paesi dell’UE. Appare infatti evidente che le velocità differenziate non sono praticabili ai paesi dell’area Euro. La conclusione che si può trarre partendo dalle suggestioni di Messori è che le velocità possibili rimarrebbero tre, quella minima, che caratterizza i paesi che decidono di partecipare al mercato unico (e al suo completamento), una intermedia, certo, con diverse intensità, adottata dai paesi che decidono di avviarsi verso la partecipazione all’area Euro, e quella massima, dei paesi che corrono verso l’unione politica.

Il secondo commento, a firma di Sergio Romano, è apparso sul Corriere della Sera sempre del 22 marzo. L’autore esordisce segnalando che l’Europa a più velocità non sarà una passeggiata. Sintetizzando i passaggi storici citati da Romano si può affermare che il sogno federale che ha accomunato la prima fase della storia del processo di integrazione in Europa si è trovato a fare i conti con l’allargamento a Est. Secondo l’autore la colpa dei vecchi paesi membri sarebbe quella di non essersi resi conto che i nuovi paesi entranti non erano disposti a rinunciare (gradualmente) alla propria sovranità, ma se mai di riconquistarla dopo l’esperienza sovietica. Il risultato dell’allargamento è stata la creazione di una Europa a due teste, ognuna dei quali con sogni propri. In tale contesto l’Europa a più velocità rappresenta, secondo Romano, il solo modo per non buttare via quello che si è costruito in tre generazioni evitando che le sorti del processo di integrazione vengano decise da chi non ha mai condiviso gli ideali e le speranze dei paesi fondatori.

Approcci diversi che rappresentano alcune delle molteplici sfaccettature che verranno affrontate nel dibattito di venerdì prossimo con l’ambasciatore Antonio Armellini.

Dinamiche mediterranee e destabilizzazione in Europa

Arcangelo Boldrin, presidente di Fondaco Europa parteciperà all’incontro organizzato da Acli Provinciali Venezia:

Dinamiche mediterranee e destabilizzazione in Europa.

Le migrazioni internazionali causa o effetto?

Venerdì 27 maggio 2016 alle 21 a Robegano (VE) c/o il cinema parrocchiale.

Introduce Bruno Pigozzo, Vicepresidente del Consiglio Regionale del Veneto e conduce i lavori Paolo Grigolato, Presidente Acli Provinciali di Venezia.

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