Lettera agli Europei

di Emmanuel Macron

Cittadini d’Europa, se prendo la libertà di rivolgermi direttamente a voi, non è solo in nome della storia e dei valori che ci riuniscono. È perché è urgente. Tra qualche settimana, le elezioni europee saranno decisive per il futuro del nostro continente.. Mai dalla Seconda guerra mondiale, l’Europa è stata così necessaria. Eppure, mai l’Europa è stata tanto in pericolo.

La Brexit ne è l’emblema. Emblema della crisi dell’Europa, che non ha saputo rispondere alle esigenze di protezione dei popoli di fronte alle grandi crisi del mondo contemporaneo. Emblema, anche, dell’insidia europea. L’insidia non è l’appartenenza all’Unione Europea ma sono la menzogna e l’irresponsabilità che possono distruggerla. Chi ha detto ai Britannici la verità sul loro futuro dopo la Brexit? Chi ha parlato loro di perdere l’accesso al mercato europeo? Chi ha evocato i rischi per la pace in Irlanda tornando alla frontiera del passato? Il ripiego nazionalista non propone nulla; è un rifiuto senza progetto. E questa insidia minaccia tutta l’Europa: coloro che sfruttano la collera, sostenuti dalle false informazioni, promettono tutto e il contrario di tutto.

Di fronte a queste manipolazioni, dobbiamo resistere. Fieri e lucidi. Dire innanzitutto cos’è l’Europa. È un successo storico: la riconciliazione di un continente devastato, in un inedito progetto di pace, di prosperità e di libertà. Non dimentichiamolo mai. E questo progetto continua a proteggerci oggi: quale Paese può agire da solo di fronte alle aggressive strategie delle grandi potenze? Chi può pretendere di essere sovrano, da solo, di fronte ai giganti del digitale? Come resisteremmo alle crisi del capitalismo finanziario senza l’euro, che è una forza per tutta l’Unione? L’Europa, sono anche quelle migliaia di progetti quotidiani che hanno cambiato il volto dei nostri territori, quel liceo ristrutturato, quella strada costruita, l’accesso rapido a Internet che arriva, finalmente. Questa lotta è un impegno di ogni giorno perché l’Europa come la pace non sono mai acquisite. In nome della Francia, la porto avanti instancabilmente per far progredire l’Europa e difendere il suo modello. Abbiamo dimostrato che quanto ci dicevano inaccessibile, la creazione di una difesa europea o la tutela dei diritti sociali, era possibile.

Ma occorre fare di più, più rapidamente. Perché c’è l’altra insidia, quella dello status quo e della rassegnazione. Di fronte alle grandi crisi del mondo, i cittadini molto spesso ci dicono: “Dov’è l’Europa? Che fa l’Europa?”. È diventata ai loro occhi un mercato senz’anima. L’Europa invece non è solo un mercato, è un progetto. Un mercato è utile, ma non deve far dimenticare la necessità di frontiere che proteggono e di valori che uniscono. I nazionalisti sbagliano quando pretendono di difendere la nostra identità con il ritiro dall’Europa, perché è la civiltà europea che ci riunisce, ci libera e ci protegge. Ma anche coloro che non vorrebbero cambiare nulla sbagliano, perché negano le paure che attanagliano i nostri popoli, i dubbi che minano le nostre democrazie. Siamo in un momento decisivo per il nostro continente; un momento in cui, collettivamente, dobbiamo reinventare politicamente, culturalmente, le forme della nostra civiltà in un mondo che si trasforma. È il momento del Rinascimento europeo. Pertanto, resistendo alle tentazioni del ripiego e delle divisioni, vi propongo di costruire insieme questo Rinascimento su tre ambizioni: la libertà, la protezione e il progresso.

Difendere la nostra libertà

Il modello europeo si fonda sulla libertà dell’uomo, sulla diversità delle opinioni, della creazione. La nostra prima libertà è la libertà democratica, quella di scegliere i nostri governanti laddove, ad ogni scrutinio, alcune potenze straniere cercano di influenzare i nostri voti. Propongo che venga creata un’Agenzia europea di protezione delle democrazie che fornirà esperti europei ad ogni Stato membro per proteggere il proprio iter elettorale contro i cyber-attacchi e le manipolazioni. In questo spirito di indipendenza, dobbiamo anche vietare il finanziamento dei partiti politici europei da parte delle potenze straniere. Dovremo bandire da Internet, con regole europee, tutti i discorsi di odio e di violenza, in quanto il rispetto dell’individuo è il fondamento della nostra civiltà di dignità.

Proteggere il nostro continente

Fondata sulla riconciliazione interna, l’Unione Europea ha dimenticato di guardare le realtà del mondo, ma nessuna comunità crea un senso di appartenenza se non ha limiti che protegge. La frontiera, significa la libertà in sicurezza. Dobbiamo pertanto rivedere lo spazio Schengen: tutti coloro che vogliono parteciparvi devono rispettare obblighi di responsabilità (rigoroso controllo delle frontiere) e di solidarietà (una stessa politica di asilo, con le stesse regole di accoglienza e di rifiuto). Una polizia comune delle frontiere e un ufficio europeo dell’asilo, obblighi stringenti di controllo, una solidarietà europea a cui ogni paese contribuisce, sotto l’autorità di un Consiglio europeo di sicurezza interna: credo, di fronte alle migrazioni, in un’Europa che protegge al contempo i suoi valori e le sue frontiere.

Le stesse esigenze devono applicarsi alla difesa. Da due anni sono stati realizzati importanti progressi, ma dobbiamo indicare una rotta chiara: un trattato di difesa e di sicurezza dovrà definire i nostri obblighi indispensabili, in collegamento con la Nato ed i nostri alleati europei: aumento delle spese militari, clausola di difesa reciproca resa operativa, Consiglio di sicurezza europeo che associa il Regno Unito per preparare le nostre decisioni collettive.

Le nostre frontiere devono anche garantire una giusta concorrenza. Quale potenza al mondo accetta di proseguire i propri scambi con coloro che non rispettano nessuna regola? Non possiamo subire senza proferir parola. Dobbiamo riformare la nostra politica della concorrenza, rifondare la nostra politica commerciale: punire o proibire in Europa le aziende che ledono i nostri interessi strategici ed i nostri valori essenziali, come le norme ambientali, la protezione dei dati ed il giusto pagamento delle tasse; e assumere, nelle industrie strategiche e nei nostri appalti pubblici, una preferenza europea come fanno i nostri concorrenti americani o cinesi.

Ritrovare lo spirito di progresso

L’Europa non è una potenza di secondo rango. L’Europa intera è un’avanguardia: ha sempre saputo definire le norme del progresso. Per questo, deve portare avanti un progetto di convergenza più che di concorrenza: l’Europa, in cui è stata creata la previdenza sociale, deve instaurare per ogni lavoratore, da Est a Ovest e dal Nord al Sud, uno scudo sociale che gli garantisca la stessa retribuzione sullo stesso luogo di lavoro, e un salario minimo europeo, adatto ad ogni paese e discusso ogni anno collettivamente.

Riannodare il filo del progresso significa anche prendere la guida della lotta ecologica. Guarderemo in faccia i nostri figli se non riassorbiamo anche il nostro debito climatico? L’Unione Europea deve fissare la sua ambizione — 0 carbonio nel 2050, dimezzamento dei pesticidi nel 2025 — e adattare le sue politiche a questa esigenza: Banca europea per il clima per finanziare la transizione ecologica; forza sanitaria europea per rafforzare i controlli dei nostri alimenti; contro la minaccia delle lobby, valutazione scientifica indipendente delle sostanze pericolose per l’ambiente e la salute… Questo imperativo deve guidare tutta la nostra azione: dalla Banca centrale alla Commissione europea, dal budget europeo al piano di investimento per l’Europa, tutte le nostre istituzioni devono avere il clima per mandato.

Il progresso e la libertà significano poter vivere del proprio lavoro: per creare posti di lavoro, l’Europa deve anticipare. È per questo che non solo deve regolamentare i giganti del digitale, creando una supervisione europea delle grandi piattaforme (sanzioni accelerate per le violazioni della concorrenza, trasparenza dei loro algoritmi…), ma deve anche finanziare l’innovazione dotando il nuovo Consiglio europeo dell’innovazione di un budget comparabile a quello degli Stati Uniti, per prendere la guida dei nuovi grandi cambiamenti tecnologici, come l’intelligenza artificiale.

Un’Europa che si proietta nel mondo deve essere volta verso l’Africa, con cui dobbiamo stringere un patto per il futuro. Assumendo un destino comune, sostenendo il suo sviluppo in modo ambizioso e non difensivo: investimenti, partenariati universitari, istruzione delle ragazze…

Libertà, protezione, progresso. Dobbiamo costruire su questi pilastri un Rinascimento europeo. Non possiamo lasciare i nazionalisti, senza soluzioni, sfruttare l’ira dei popoli. Non possiamo essere i sonnambuli di un’Europa rammollita. Non possiamo rimanere nella routine e nell’incantesimo. L’umanesimo europeo è un’esigenza di azione. Ed ovunque i cittadini chiedono di partecipare al cambiamento. Allora entro la fine dell’anno, con i rappresentanti delle istituzioni europee e degli Stati, instauriamo una Conferenza per l’Europa al fine di proporre tutti i cambiamenti necessari al nostro progetto politico, senza tabù, neanche quello della revisione dei trattati. Questa conferenza dovrà associare gruppi di cittadini, dare audizione a universitari, parti sociali, rappresentanti religiosi e spirituali. Definirà una roadmap per l’Unione Europea trasformando in azioni concrete queste grandi priorità. Avremo dei disaccordi, ma è meglio un’Europa fossilizzata o un’Europa che progredisce, talvolta a ritmi diversi, rimanendo aperta a tutti?

In questa Europa, i popoli avranno veramente ripreso il controllo del loro destino; in questa Europa, il Regno Unito, ne sono certo, troverà pienamente il suo posto.

Cittadini d’Europa, l’impasse della Brexit è una lezione per tutti. Usciamo da questa insidia; diamo un senso alle prossime elezioni e al nostro progetto. Sta a voi decidere se l’Europa, i valori di progresso che porta avanti, debbano essere più di una parentesi nella storia. È la scelta che vi propongo, per tracciare insieme il cammino di un Rinascimento europeo.

Fonte: https://www.corriere.it 04 marzo 2019

Europa e Italia: capire la paura e ritrovare il coraggio

Convegno di FONDACO EUROPA

Venezia, 22 Febbraio 2019

 

Introduzione di
PIER PAOLO BARETTA

Ringrazio Carlo Calenda di aver accettato l’invito di Fondaco Europa e di essere qui, con noi, oggi. La grande adesione al Manifesto “Siamo Europei” di singoli o  Associazioni, e di importanti forze politiche riformiste (tra cui il Partito Democratico), ci fa ben sperare che l’idea di Europa sia ancora viva nel cuore e nel futuro di molti.

Anche la numerosa partecipazione, a questo incontro, ci rincuora. Venezia vive da sempre della sua dimensione sovranazionale; della sua integrazione con il resto d’Europa e del mondo; della sua tolleranza e convivenza. E questa ne è la prova. Grazie!

E ringrazio “Fronte democratico”; “7 Luglio” e “Passaggi a Nord Est” per la partecipazione ed il contributo attivo al successo di questa serata.

L’interesse di molti, stasera, è anche rivolto agli effetti che l’iniziativa di Carlo Calenda può avere nella politica italiana, schiacciata nella tenaglia di una esuberante gestione del potere da parte di chi ci governa e da un persistente affanno della opposizione.

Dietro i fuochi di artificio di comportamenti irrituali e di  provocazioni, la maggioranza persegue una rivoluzione culturale e gestionale destinata a cambiare, sì, il Paese, ma in maniera illiberale e divisiva. L’intolleranza verso il “diverso”, meglio se di colore e di religione diverse; la complicità con le aree anti sistema (come le frange estreme del movimento dei Gilet gialli); il fastidio verso l’impresa e i sindacati;  la denigrazione delle Istituzioni democratiche (a cominciare dal Parlamento e – non lo dimentichiamo – dal Presidente della Repubblica); l’attacco a tutti gli apparati e i poteri indipendenti dello Stato (da ultima  la Banca d’Italia): sono gli ingredienti di questa escalation che ci preoccupa e che ha come obiettivo costante la  destabilizzazione dell’Europa.

A questo disegno generale bisogna contrapporre una nuova idea civica.

E, l’Europa è, per noi, un punto essenziale di questa…ripartenza.

L’Europa, in questi anni, ci ha offerto grandi, incontestabili, opportunità (l’Euro e Schengen su tutto…) ed ha impedito tragedie. Ma, si è appesantita, a causa di un allargamento disordinato; è gestita da una tecnocrazia competente, ma miope ed invadente; si è, troppo spesso, dimostrata disattenta ai bisogni locali e ai destini delle comunità; ed incapace di offrire soluzioni alle crisi regionali che la circondano. Perciò appare, agli occhi dei suoi cittadini, lontana, matrigna, inerte. Attaccata da ovest da parte di Trump che la vuole debole e da est da Putin che, semplicemente, … la vuole, sembra il famoso vaso di coccio.

L’Europa, dunque, è malata. Ma, come per ogni malattia, prima di decidere se è destinata a morte naturale o, addirittura, per eutanasia, come vorrebbero i sovranisti, dobbiamo stabilire la diagnosi.

Per formularla bisogna rispondere a tre domande, che giro, solo come spunto di riflessione, anche ai nostri interlocutori e a Carlo, in particolare.

1) Da cosa dipende la crisi dell’Europa?

2) Ha, l’Europa, ancora, le risorse, le energie, per riprendersi?

3) Senza Europa possiamo cavarcela lo stesso?

Da cosa dipende la malattia? Da obesità? Un eccesso di Europa, come sostengono, con formidabile efficacia comunicativa, i nuovi nazionalisti. O da anoressia? ovvero la carenza di Europa.

Gli Stati nazionali sono naturalmente portatori di interessi particolari, ma il gioco esasperato dei veti incrociati e del peso del più forte, ha offuscato, spesso, gli interessi comunitari. È successo per i flussi migratori; per le politiche di sviluppo; per la gestione del debito; per le controversie sulle politiche industriali e commerciali; per l’assenza di una comune politica estera, in primis verso la Russia.

Il processo di unificazione e di integrazione, nato per necessità sulle ceneri della tragedia bellica, si è, poi, sviluppato con passione, fino a diventare realtà e sentimento comune. Ma, si è frantumato a causa del prevalere, non degli interessi legittimi dei diversi popoli, ma di egoismi parziali e localistici.

E, così, quando, dopo la caduta del muro, si avviò il grandioso processo di unificazione della Germania; o quando fu introdotto l’Euro; o furono varati Maastricht, Schengen o il trattato di Lisbona, non abbiamo saputo cogliere l’occasione per operare un salto di qualità che rendesse più robusta l’unione politica, che ne era la logica conseguenza. Attraverso, ad esempio, l’elezione diretta del Presidente del Governo Europeo. O attraverso una realistica proposizione degli Stati Uniti d’Europa: una federazione che riconosce le differenze, le apprezza, ma le mette insieme, con regole condivise, oltre l’unanimismo nelle decisioni.

Una Europa come “patria delle patrie”, che sa apprezzare e valorizzare le Storie e le potenzialità di ciascuno dei suoi membri; ma, al tempo stesso, porta a sintesi questa straordinaria varietà di esperienze.

E chi è stato responsabile di queste mancate scelte? La troppa Europa o il troppo nazionalismo?

Il nostro vecchio (per Storia e per demografia) Continente ha, ancora, le energie per ripartire ed un ruolo da svolgere nella ridefinizione dello  scacchiere mondiale, in subbuglio?

Io rispondo di sì. Innanzitutto proprio perché l’Europa è depositaria del principale patrimonio artistico e culturale, che la rende sempre più meta di visitatori; e perché è produttore e consumatore di beni che esporta ed importa da tutto il mondo, fino ad essere, tutt’ora, il primo mercato globale. Questa forza è stata costruita attraverso un modello di economia sociale di mercato, di Stato sociale, di democrazia economica, che è parte della identità europea e che, sia pure logorato e da riformare, appare, sempre più, il solo in grado di dare una risposta equilibrata agli scompensi della globalizzazione: benefica se ben guidata; dannosa se lasciata senza regole. E’ quando abbiamo deviato da questo modello che ci siamo persi, interrompendo il rapporto tra i cittadini e l’Europa.

Se possiamo vivere senza Europa (che era la terza domanda) ha risposto… la Brexit: da soli non si va da nessuna parte.

E noi, che siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa; che il 66% delle nostre esportazioni vanno in Europa; che deteniamo il più importante brand del mondo: il Made in Italy; che siamo il primo Paese al mondo per patrimonio artistico e il… giardino d’Europa (tant’è che, nel 2018, abbiamo ricevuto 216 milioni di turisti); che,  data la nostra naturale posizione geografica nel mediterraneo (che non porta solo migranti), godiamo di una potenzialità logistica straordinaria (terminale naturale della via della seta, anche se… senza Tav o infrastrutture….), pensiamo, davvero, che tanto vantaggio competitivo sia compatibile con una visione autarchica?

Ci sono voluti pochi mesi perché la Gran Bretagna si rendesse conto di quanto fosse scriteriata un’idea di questo tipo in un mondo globale e ci sono volute poche settimane perché Salvini abbia ricevuto, proprio dai suoi amici, sui migranti e  sul  deficit di bilancio, la  dimostrazione che scelte isolazioniste non vanno da nessuna parte.

Se, dunque, queste sono le risposte, dobbiamo essere conseguenti: non ci resta che procedere verso una maggiore integrazione europea, non verso la sua dissoluzione.

Ma, per riuscirci serve anche una prospettiva politica di breve, che si misura con le prossime scadenze elettorali. Romano Prodi – nel lanciare la sua proposta, che sosteniamo, di esporre tutti, il 21 marzo, la bandiera dell’Europa – ha auspicato che nelle prossime elezioni europee si confrontino ampie coalizioni. Paolo Gentiloni prospetta un largo fronte unitario europeista del centrosinistra. Carlo Calenda ha lanciato “Siamo europei”.  Ci inseriamo in questo filone.

Non spetta a noi, qui, stasera, discutere delle forme con le quali ci auguriamo si concretizzi questa prospettiva; ma sosteniamo l’idea di un campo largo che si  unisca, in una prospettiva progettuale ed  elettorale, per  raccogliere tutti coloro che credono nell’Europa e si battono per il suo miglioramento.

Non confondiamo il consenso di cui godono le forze nazionaliste e sovraniste, oggi al governo in molti paesi, tra cui l’Italia, sui temi economici e dei migranti, con la loro posizione sull’Europa. Quando si parla di Europa le cose cambiano. La critica all’Europa è aspra, diffusa, a volte irrazionale,  ma non arriva, per la maggior parte degli italiani, a contemplare l’uscita  dall’euro e dall’Unione.  Nella recente vicenda, che ha visto il nostro governo retrocedere nel negoziato con la  Commissione europea sui saldi di bilancio, una buona parte dei cittadini riteneva necessaria un’intesa con questa Europa.

Questo non riduce la necessità di cambiare profondamente L’Europa e non rende   più facile la battaglia elettorale che ci attende, ma ci dice che, per la maggior parte  degli italiani, l’Europa resta un orizzonte turbolento, ma irrinunciabile.

Basta, dunque, indugi e prudenze. Mobilitandoci per una nuova Europa. Rivolgiamoci alla tanta gente che è delusa, che si è allontanata dalla politica (a cominciare dal voto!); a coloro, ancor più  numerosi, che non condividono le politiche (e gli atteggiamenti) che ci vengono proposti, ogni giorno, ma che  non trovano ancora risposta alla loro domanda di partecipazione civica. Mobilitiamoci per riunire ciò è diviso; risvegliare chi è assopito, incoraggiare chi è intimorito.

Serve una piattaforma che costituisca il  programma condiviso di questa avventura.

Dieci anni di crisi economica e sociale hanno sfibrato la fiducia  verso la crescita, la  solidarietà, la uguaglianza.  In una parola: verso il futuro. Dobbiamo rilanciare i valori di  riferimento che scuotano le coscienze. Una crescita equa e sostenibile; Il  lavoro e l’impresa; la lotta alla disoccupazione, alle disuguaglianze, alla  povertà e alla emarginazione sociale; l’accoglienza nella sicurezza: non  devono essere motivo di divisione tra i progressisti e i riformisti, più o meno  moderati, più o meno radicali…

Forse, nemmeno l’Europa da sola può bastare a questo scopo; ma senza  Europa, o con un’Europa malata, debole o compromessa, questo futuro non ci sarà. 

Verso le Elezioni Europee 2019

VERSO IL 26 MAGGIO. PERCHé L’EUROPA RESTA LA VIA DA PERCORRERE

A Roma, tre iniziative organizzate dal mondo associativo e civico hanno gettato le basi per un nuovo progetto europeo

di Pier Paolo Baretta

Le elezioni europee si avvicinano. E la fase politica che attraversiamo conferma la loro importanza, preannunciando una campagna elettorale particolarmente accesa. Se, da un lato, appare chiaro il tono aggressivo e dirompente con il quale giocheranno le loro carte i nazionalisti, non è altrettanto chiaro il modo con il quale gli europeisti condurranno la loro battaglia. Si chiuderanno in difesa di un’Europa necessaria, ancorché debole e invisa a molta parte della pubblica opinione? Lanceranno generici e inefficaci messaggi sulla unità politica dell’Europa? O riusciranno, finalmente, a proporre un modello istituzionale, economico e sociale che rilanci l’idea originale di una “patria delle patrie”, di una comunità di popoli con identità e storie secolari, ma che condividono valori di pace e benessere, che solo attraverso una prospettiva europeista possono essere realizzate?

Nella ricerca di una risposta a questi quesiti vanno segnalati tre appuntamenti pubblici che si sono svolti nelle ultime settimane a Roma, a organizzarli realtà del mondo associativo, civico e sindacale. Il 23 ottobre è stata la volta di “Per un’altra Europa”, convegno organizzato dall’associazione Res (Riformismo e solidarietà); Il 12 novembre, nell’Aula Magna del Rettorato della Sapienza, sei associazioni – Fondazione Achille Grandi, Fratelli Rosselli, Koiné, l’Italia che verrà, Mondo operaio e ReS – hanno dato vita a “Italia, Europa: un nuovo riformismo”; infine, il 30 novembre, si è tenuto il convegno “La nostra Europa”, organizzato da un gruppo di Associazioni e Fondazioni di ispirazione cattolica, Acli, Azione Cattolica, Comunità Sant’Egidio, Confcooperative, Fondazione Ezio Tarantelli della Cisl, Fuci e Istituto Sturzo.

Prima ancora dei contenuti emersi nei convegni, è opportuno rilevare il filo conduttore che lega questa pluralità di soggetti a una comune visione politico-sociale. Sia le associazioni di ispirazione laico-socialista sia cattolica condividono la cultura riformista e la democrazia rappresentativa. Non è poco in un’epoca di radicalismi e plebiscitarismo.

È stata proprio la constatazione della crisi del riformismo a far muovere gli organizzatori dei tre avvenimenti. L’inadeguatezza delle risposte riformiste, nella drammatica crisi economica del 2008, ha trovato conferma politica nella Brexit, nelle elezioni di Trump e di altri leader nazionalisti nel mondo e, qui da noi, col voto del 4 marzo.L’Europa è al centro di questa crisi. Il modello sociale europeo, infatti, è stato, con l’economia sociale di mercato e lo Stato sociale, il paradigma sul quale si sono costruite le speranze post-belliche. Assumere l’Europa (e le imminenti elezioni) come la piattaforma per un nuovo progetto riformista è stato, quindi, un passaggio naturale.

Ma quale Europa e come affrontare la prossima scadenza elettorale? A questa seconda domanda ha risposto Romano Prodi nell’iniziativa delle sei associazioni, alla quale erano presenti centinaia di giovani studenti. È in questa occasione che Prodi ha lanciato l’idea di un confronto tra i due campi di centrosinistra e di centrodestra per riprendere il terreno di gioco ora occupato dai… sovranisti. Alla condizione, però, che entrambi gli schieramenti si muovano uniti al loro interno con un unico candidato Presidente. A sorreggere questa scelta serve un programma, che è stato delineato nella relazione di Raffaele Morese e negli interventi, in particolare, di Anna Maria Furlan e Mauro Magatti.

La prospettiva di un fronte europeista largo, oltre gli attuali partiti, era stata prospettata pure da Paolo Gentiloni nel convegno di Res di ottobre, nel quale l’esigenza di una nuova architettura istituzionale (poi avanzata da Merkel e Macron) era stata disegnata dal docente della Luis, Sergio Fabbrini. Non solo però architettura istituzionale, ma anche quella che potremo definire “architettura etica” è emersa nel convegno delle associazioni cattoliche e, in particolare, nell’introduzione del cardinale Bassetti, Presidente della Cei. Ritrovare l’anima dell’Europa e le sue radici. Il punto non è ideologico. Parlare di radici cristiane non vuol dire tanto religiose, ma, come ha ricordato Magatti, civiche. I valori di solidarietà e fraternità, assieme a quelli di uguaglianza a e libertà sono propri anche della rivoluzione francese. Identità rinnovata e istituzioni riformate per fare dell’Europa il motore del nuovo modello economico e sociale, che ci appare indispensabile realizzare dopo la desertificazione prodotta dalla crisi economica globale, come ci ha ricordato Andreatta. Un’economia sostenibile (Giovannini) e un’integrazione sicura (Allievi) sono le due gambe contro la grande paura che alimenta i nazionalismi.

Insomma, agli europeisti spetta il duro, ma affascinante compito di disegnare l’Europa prossima ventura. Solidi valori costitutivi, rinnovato impianto istituzionale federale, governo europeo legittimato dal voto popolare, politiche estere, di bilancio e fiscali cooperative, modello sociale fondato sulla solidarietà e la sussidiarietà sono i paradigmi perché il nostro antico continente, che è tutt’ora il primo mercato del mondo, ritrovi il protagonismo che gli consenta di contribuire alla grande transizione storica, da una globalizzazione frantumata a un nuovo equilibrio di potenze (Cina, Russia, Usa, Brasile, …).

Parlare agli europei di tutto ciò nei prossimi mesi vuol dire ritrovare un orgoglio smarrito; ma vuol anche dire rispondere alle questioni della quotidiana condizione di vita che la crisi ha lasciato aperte per milioni di persone.

A questo compito vanno dedicate le energie di tutti in previsione del voto di maggio.

L’Italia e l’Euro

LE DIFFICOLTA’ DELL’ECONOMIA ITALIANA NON DIPENDONO DALL’EURO
di Maurizio Scarpa

La mediocre performance dell’economia italiana degli ultimi anni (il PIL pro capite è ancora inferiore a quello del 2000) non è dovuta all’euro, ma a problemi strutturali.
Lo sostiene Valentina Romei in un articolo del Financial Times ripreso da l’Internazionale del 22 Novembre 2018.

Secondo l’autrice i principali problemi strutturali sono:

I bassi livelli di produttività, innanzitutto, legati alla conduzione familiare delle aziende italiane: il 95% di queste ha meno di dieci dipendenti (fonte: osservatorio della commissione europea sulle piccole e medie imprese); il loro valore aggiunto per dipendente è tra i più bassi in Europa e continua a diminuire.

Le carenze del sistema dell’istruzione, in secondo luogo: in Italia le “competenze medie in scienze, matematica e capacità di lettura dei quindicenni” sono le peggiori in Europa (anche se in linea con gli Stati Uniti); il Paese vanta inoltre un enorme abbandono scolastico (il maggior numero di persone tra i 15 e i 34 anni in Europa che non lavorano né studiano) ed il minor numero di laureati del continente.

L’inefficienza dello Stato e dei servizi pubblici (il peggior “indice sullo stato di diritto 2017-2018 tra i paesi ad alto reddito nel mondo), inoltre, che impedisce, fra l’altro, alle aziende straniere di investire in Italia.

Infine, il costo degli interessi sul debito pubblico (i più alti in Europa in percentuale del PIL): “Il debito dell’Italia assorbe una grande quantità di risorse economiche riducendo i fondi per le infrastrutture e per gli investimenti industriali”.

Europa e legge di bilancio

IL NORDEST HA UN’ALLEATA PER CORREGGERE LA MANOVRA
di Gianluca Toschi

La maggioranza (risicata ma pur sempre maggioranza) dei cittadini del Nord Est ritiene che sia meglio rimettere mano alla legge di bilancio come richiesto dall’Unione Europea.
Come possono essere interpretati i risultati dell’Osservatorio Nord Est? L’ipotesi più immediata è che l’idea di andare allo scontro con l’UE, imboccando un percorso che non si sa a quali esiti possa portare, spaventi i cittadini del Nord Est. Una posizione simile, quindi, a quella registrata dall’Osservatorio poche settimane fa sull’Euro quando il 75% della popolazione si dichiarava contraria all’uscita dalla moneta unica. Aprire una dura battaglia con le istituzioni europee o uscire dall’Euro apre prospettive inedite caratterizzate da grande incertezze: due scenari che i cittadini del Nord Est preferiscono evitare.
La seconda ipotesi è che gli elettori nordestini credano sia meglio rivedere la legge di bilancio perché il mix di misure proposte non li convince. Dei sei provvedimenti sondati solamente due vedono il favore della maggioranza degli elettori (la necessità di bloccare l’aumento dell’IVA e l’abolizione della legge Fornero). Il condono fiscale e il reddito di cittadinanza, invece, non scaldano i cuori. Si dichiara favorevole a questi due provvedimenti solamente un cittadino su tre del Nord Est. In un territorio in cui esiste una forte condivisione culturale del ruolo dell’impresa appare diffusa la sensazione che nella legge di bilancio alle imprese sia destinato un ruolo marginale. Andare allo scontro con l’UE rappresenterebbe, quindi, una battaglia da combattere per difendere una politica economica di cui non si è convinti pienamente o, ribaltando la prospettiva, l’UE fornisce la possibilità di rivedere una legge di bilancio che contiene alcuni provvedimenti che piacciono poco: una sorta di “ce lo chiede l’Europa” vista dal lato degli elettori.

I primissimi risultati di un sondaggio Eurobarometro usciti venerdì scorso forniscono una chiave di lettura aggiuntiva. Secondo tale sondaggio gli italiani tenderebbero a fidarsi più dell’Unione europea che del governo. Nella maggioranza delle regioni italiane, oltre un cittadino su due (50-65%) dichiara, infatti, di credere nell’Unione europea, mentre solo una quota tra il 35 e il 50% si fida del governo nazionale. Un risultato decisamente a sorpresa dopo quelli usciti poche settimane fa che evidenziavano che in caso di referendum sull’uscita dall’Ue, solamente il 44% degli italiani avrebbe votato per restare. Certo, per vedere se siamo davvero in presenza di un cambiamento di tendenza sarà necessario analizzare in dettaglio i risultati dell’Eurobarometro. Di sicuro il quadro appare più complesso di come si presentava fino a poche settimane fa.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 14 novembre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

https://www.ilgazzettino.it/

http://www.demos.it/

 

Il Nord Est e l’uscita dall’Euro

DOPO L’UNIONE MONETARIA MANCA ANCORA QUELLA POLITICA
di Gianluca Toschi

Qualche anno fa Paul De Grauwe paragonò l’Euro a una bella villa che aveva però un problema: era stata costruita senza il tetto. In una villa senza il tetto tutti vogliono rimanere finché il tempo è bello ma quando volge al brutto ci si rammarica della scelta.
L’immagine dell’economista belga è particolarmente efficace per evidenziare i problemi che oggi l’Unione Monetaria sta vivendo e quindi anche per commentare i dati che emergono dall’Osservatorio sul Nord Est. I due temporali che si sono abbattuti sulla villa Euro (la recessione del 2008-2009 e quella del 2012-2013) hanno reso evidenti i difetti di progettazione. Il tetto che manca all’Euro si chiama Unione Politica e per costruirla servono due cose: buoni progettisti (una classe politica che accetti la sfida) ma soprattutto tegole molto costose che vanno sotto il nome di “maggior simmetria nelle politiche macroeconomiche tra gli stati”, “completamento dell’unione bancaria” e “unione fiscale”. Un tetto di questo tipo ridurrebbe le divergenze nelle politiche macroeconomiche che sono state spesso all’origine di forti squilibri tra paesi. In secondo luogo, attraverso un’unione politica si potrebbe dar vita a meccanismi di assistenza automatica tra gli stati. Il problema è che sono tutti investimenti che gli stati membri dovrebbero pagare utilizzando una moneta che va sotto il nome di (ulteriore) cessione di sovranità.
I venti populisti che stanno soffiando in molti paesi e più in generale la sfiducia che i cittadini nutrono verso le istituzioni europee sembrano portare l’Europa in tutt’altra direzione. Come commentare, quindi, la posizione dei cittadini del Nord Est che dichiarano di voler rimanere nell’Euro pur in presenza di una fiducia calante verso l’Europa? L’ipotesi più immediata è che l’idea di abbandonare la moneta unica spaventi.
Riprendendo l’immagine di De Grauwe, stare con altri (paesi) in una villa in cui piove dentro è preferibile rispetto ad uscire per strada soli durante un temporale. Il problema è che se non si investe sul tetto i muri potrebbero crollare, togliendo quella (parziale) protezione che hanno dato fino ad oggi. Un vero dilemma: per rendere efficace l’Euro (che i cittadini vogliono) servono ulteriori cessioni di sovranità che una parte sempre più importante dei cittadini non vuole. Sarà interessante vedere le posizioni delle forze politiche su queste questioni in vista delle elezioni europee del prossimo anno, ammesso che in campagna elettorale si parli di questo e non di problemi nazionali, come spesso, purtroppo, accade.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 17 ottobre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

Europa e Mediterraneo: un mare di relazioni complesse

Lunedì 23 ottobre 2017 alle 20.30 a San Stino di Livenza il Presidente di Fondaco Europa, Arcangelo Boldrin, interverrà all’incontro “Europa e Mediterraneo”.

L’icontro sarà introdotto dall’On. Sara Moretto e dai saluti di Matteo Cappelleto sindaco di San Stino di Livenza.

Integrazione differenziata? Cerchi concentrici? Due (o più) velocità?

In occasione delle cerimonie previste per il 60° anniversario dei Trattati di Roma i quotidiani italiani hanno ospitato diversi commenti sul futuro dell’UE. In vista del prossimo appuntamento organizzato da Fondaco Europa, la presentazione del libro “Né centauro né chimera – modesta proposta per un’Europa plurale” scritto da Antonio Armellini e Gerardo Mombelli per Marsilio che avverrà venerdì 31 marzo alle 17.30 presso la Libreria Feltrinelli di Mestre, vale la pena sottolineare alcuni passaggi che riguardano il tema dell’integrazione differenziata o dei “cerchi concentrici” che viene affrontato nel libro di Armellini e Mombelli.

Marcello Messori, direttore della Luiss School of European Political Economy, nel commento apparso su Repubblica del 22 marzo identifica la velocità minima e quella massima della futura UE. L’autore parte dall’idea che l’appartenenza al processo di integrazione debba basarsi su un minimo fattore comune che abbia un adeguato potere di coesione ma che al tempo stesso non contrasti con gli interessi degli stati membri e permetta, in futuro, di poter adottare la velocità massima.  L’appartenenza al mercato unico rappresenta, secondo l’autore il minimo fattore comune che identifica la velocità minima. La velocità massima è invece indicata nel processo che passando per l’unione economica e monetaria si ponga l’obiettivo dell’unione politica. Nella scelta della velocità da adottare ogni paese è sottoposto a un duplice vincolo: non si può scegliere una velocità inferiore a quella minima (la partecipazione al mercato unico) e chi sceglie di partecipare all’unione monetaria non può adottare una velocità che lo allontani dalla piena integrazione con gli altri membri della Uem. Una prospettiva che ridimensiona e semplifica l’idea dei cerchi concentrici o delle diverse velocità riducendo le opzioni per i paesi dell’UE. Appare infatti evidente che le velocità differenziate non sono praticabili ai paesi dell’area Euro. La conclusione che si può trarre partendo dalle suggestioni di Messori è che le velocità possibili rimarrebbero tre, quella minima, che caratterizza i paesi che decidono di partecipare al mercato unico (e al suo completamento), una intermedia, certo, con diverse intensità, adottata dai paesi che decidono di avviarsi verso la partecipazione all’area Euro, e quella massima, dei paesi che corrono verso l’unione politica.

Il secondo commento, a firma di Sergio Romano, è apparso sul Corriere della Sera sempre del 22 marzo. L’autore esordisce segnalando che l’Europa a più velocità non sarà una passeggiata. Sintetizzando i passaggi storici citati da Romano si può affermare che il sogno federale che ha accomunato la prima fase della storia del processo di integrazione in Europa si è trovato a fare i conti con l’allargamento a Est. Secondo l’autore la colpa dei vecchi paesi membri sarebbe quella di non essersi resi conto che i nuovi paesi entranti non erano disposti a rinunciare (gradualmente) alla propria sovranità, ma se mai di riconquistarla dopo l’esperienza sovietica. Il risultato dell’allargamento è stata la creazione di una Europa a due teste, ognuna dei quali con sogni propri. In tale contesto l’Europa a più velocità rappresenta, secondo Romano, il solo modo per non buttare via quello che si è costruito in tre generazioni evitando che le sorti del processo di integrazione vengano decise da chi non ha mai condiviso gli ideali e le speranze dei paesi fondatori.

Approcci diversi che rappresentano alcune delle molteplici sfaccettature che verranno affrontate nel dibattito di venerdì prossimo con l’ambasciatore Antonio Armellini.

Dinamiche mediterranee e destabilizzazione in Europa

Arcangelo Boldrin, presidente di Fondaco Europa parteciperà all’incontro organizzato da Acli Provinciali Venezia:

Dinamiche mediterranee e destabilizzazione in Europa.

Le migrazioni internazionali causa o effetto?

Venerdì 27 maggio 2016 alle 21 a Robegano (VE) c/o il cinema parrocchiale.

Introduce Bruno Pigozzo, Vicepresidente del Consiglio Regionale del Veneto e conduce i lavori Paolo Grigolato, Presidente Acli Provinciali di Venezia.

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