L’Italia e l’Euro

LE DIFFICOLTA’ DELL’ECONOMIA ITALIANA NON DIPENDONO DALL’EURO
di Maurizio Scarpa

La mediocre performance dell’economia italiana degli ultimi anni (il PIL pro capite è ancora inferiore a quello del 2000) non è dovuta all’euro, ma a problemi strutturali.
Lo sostiene Valentina Romei in un articolo del Financial Times ripreso da l’Internazionale del 22 Novembre 2018.

Secondo l’autrice i principali problemi strutturali sono:

I bassi livelli di produttività, innanzitutto, legati alla conduzione familiare delle aziende italiane: il 95% di queste ha meno di dieci dipendenti (fonte: osservatorio della commissione europea sulle piccole e medie imprese); il loro valore aggiunto per dipendente è tra i più bassi in Europa e continua a diminuire.

Le carenze del sistema dell’istruzione, in secondo luogo: in Italia le “competenze medie in scienze, matematica e capacità di lettura dei quindicenni” sono le peggiori in Europa (anche se in linea con gli Stati Uniti); il Paese vanta inoltre un enorme abbandono scolastico (il maggior numero di persone tra i 15 e i 34 anni in Europa che non lavorano né studiano) ed il minor numero di laureati del continente.

L’inefficienza dello Stato e dei servizi pubblici (il peggior “indice sullo stato di diritto 2017-2018 tra i paesi ad alto reddito nel mondo), inoltre, che impedisce, fra l’altro, alle aziende straniere di investire in Italia.

Infine, il costo degli interessi sul debito pubblico (i più alti in Europa in percentuale del PIL): “Il debito dell’Italia assorbe una grande quantità di risorse economiche riducendo i fondi per le infrastrutture e per gli investimenti industriali”.

Europa e legge di bilancio

IL NORDEST HA UN’ALLEATA PER CORREGGERE LA MANOVRA
di Gianluca Toschi

La maggioranza (risicata ma pur sempre maggioranza) dei cittadini del Nord Est ritiene che sia meglio rimettere mano alla legge di bilancio come richiesto dall’Unione Europea.
Come possono essere interpretati i risultati dell’Osservatorio Nord Est? L’ipotesi più immediata è che l’idea di andare allo scontro con l’UE, imboccando un percorso che non si sa a quali esiti possa portare, spaventi i cittadini del Nord Est. Una posizione simile, quindi, a quella registrata dall’Osservatorio poche settimane fa sull’Euro quando il 75% della popolazione si dichiarava contraria all’uscita dalla moneta unica. Aprire una dura battaglia con le istituzioni europee o uscire dall’Euro apre prospettive inedite caratterizzate da grande incertezze: due scenari che i cittadini del Nord Est preferiscono evitare.
La seconda ipotesi è che gli elettori nordestini credano sia meglio rivedere la legge di bilancio perché il mix di misure proposte non li convince. Dei sei provvedimenti sondati solamente due vedono il favore della maggioranza degli elettori (la necessità di bloccare l’aumento dell’IVA e l’abolizione della legge Fornero). Il condono fiscale e il reddito di cittadinanza, invece, non scaldano i cuori. Si dichiara favorevole a questi due provvedimenti solamente un cittadino su tre del Nord Est. In un territorio in cui esiste una forte condivisione culturale del ruolo dell’impresa appare diffusa la sensazione che nella legge di bilancio alle imprese sia destinato un ruolo marginale. Andare allo scontro con l’UE rappresenterebbe, quindi, una battaglia da combattere per difendere una politica economica di cui non si è convinti pienamente o, ribaltando la prospettiva, l’UE fornisce la possibilità di rivedere una legge di bilancio che contiene alcuni provvedimenti che piacciono poco: una sorta di “ce lo chiede l’Europa” vista dal lato degli elettori.

I primissimi risultati di un sondaggio Eurobarometro usciti venerdì scorso forniscono una chiave di lettura aggiuntiva. Secondo tale sondaggio gli italiani tenderebbero a fidarsi più dell’Unione europea che del governo. Nella maggioranza delle regioni italiane, oltre un cittadino su due (50-65%) dichiara, infatti, di credere nell’Unione europea, mentre solo una quota tra il 35 e il 50% si fida del governo nazionale. Un risultato decisamente a sorpresa dopo quelli usciti poche settimane fa che evidenziavano che in caso di referendum sull’uscita dall’Ue, solamente il 44% degli italiani avrebbe votato per restare. Certo, per vedere se siamo davvero in presenza di un cambiamento di tendenza sarà necessario analizzare in dettaglio i risultati dell’Eurobarometro. Di sicuro il quadro appare più complesso di come si presentava fino a poche settimane fa.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 14 novembre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

https://www.ilgazzettino.it/

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Il Nord Est e l’uscita dall’Euro

DOPO L’UNIONE MONETARIA MANCA ANCORA QUELLA POLITICA
di Gianluca Toschi

Qualche anno fa Paul De Grauwe paragonò l’Euro a una bella villa che aveva però un problema: era stata costruita senza il tetto. In una villa senza il tetto tutti vogliono rimanere finché il tempo è bello ma quando volge al brutto ci si rammarica della scelta.
L’immagine dell’economista belga è particolarmente efficace per evidenziare i problemi che oggi l’Unione Monetaria sta vivendo e quindi anche per commentare i dati che emergono dall’Osservatorio sul Nord Est. I due temporali che si sono abbattuti sulla villa Euro (la recessione del 2008-2009 e quella del 2012-2013) hanno reso evidenti i difetti di progettazione. Il tetto che manca all’Euro si chiama Unione Politica e per costruirla servono due cose: buoni progettisti (una classe politica che accetti la sfida) ma soprattutto tegole molto costose che vanno sotto il nome di “maggior simmetria nelle politiche macroeconomiche tra gli stati”, “completamento dell’unione bancaria” e “unione fiscale”. Un tetto di questo tipo ridurrebbe le divergenze nelle politiche macroeconomiche che sono state spesso all’origine di forti squilibri tra paesi. In secondo luogo, attraverso un’unione politica si potrebbe dar vita a meccanismi di assistenza automatica tra gli stati. Il problema è che sono tutti investimenti che gli stati membri dovrebbero pagare utilizzando una moneta che va sotto il nome di (ulteriore) cessione di sovranità.
I venti populisti che stanno soffiando in molti paesi e più in generale la sfiducia che i cittadini nutrono verso le istituzioni europee sembrano portare l’Europa in tutt’altra direzione. Come commentare, quindi, la posizione dei cittadini del Nord Est che dichiarano di voler rimanere nell’Euro pur in presenza di una fiducia calante verso l’Europa? L’ipotesi più immediata è che l’idea di abbandonare la moneta unica spaventi.
Riprendendo l’immagine di De Grauwe, stare con altri (paesi) in una villa in cui piove dentro è preferibile rispetto ad uscire per strada soli durante un temporale. Il problema è che se non si investe sul tetto i muri potrebbero crollare, togliendo quella (parziale) protezione che hanno dato fino ad oggi. Un vero dilemma: per rendere efficace l’Euro (che i cittadini vogliono) servono ulteriori cessioni di sovranità che una parte sempre più importante dei cittadini non vuole. Sarà interessante vedere le posizioni delle forze politiche su queste questioni in vista delle elezioni europee del prossimo anno, ammesso che in campagna elettorale si parli di questo e non di problemi nazionali, come spesso, purtroppo, accade.

Articolo pubblicato su Il Gazzettino del 17 ottobre 2018, a cura di Demos & pi. Sondaggio dell’Osservatorio Nord Est, diretto da Ilvo Diamanti.

Integrazione differenziata? Cerchi concentrici? Due (o più) velocità?

In occasione delle cerimonie previste per il 60° anniversario dei Trattati di Roma i quotidiani italiani hanno ospitato diversi commenti sul futuro dell’UE. In vista del prossimo appuntamento organizzato da Fondaco Europa, la presentazione del libro “Né centauro né chimera – modesta proposta per un’Europa plurale” scritto da Antonio Armellini e Gerardo Mombelli per Marsilio che avverrà venerdì 31 marzo alle 17.30 presso la Libreria Feltrinelli di Mestre, vale la pena sottolineare alcuni passaggi che riguardano il tema dell’integrazione differenziata o dei “cerchi concentrici” che viene affrontato nel libro di Armellini e Mombelli.

Marcello Messori, direttore della Luiss School of European Political Economy, nel commento apparso su Repubblica del 22 marzo identifica la velocità minima e quella massima della futura UE. L’autore parte dall’idea che l’appartenenza al processo di integrazione debba basarsi su un minimo fattore comune che abbia un adeguato potere di coesione ma che al tempo stesso non contrasti con gli interessi degli stati membri e permetta, in futuro, di poter adottare la velocità massima.  L’appartenenza al mercato unico rappresenta, secondo l’autore il minimo fattore comune che identifica la velocità minima. La velocità massima è invece indicata nel processo che passando per l’unione economica e monetaria si ponga l’obiettivo dell’unione politica. Nella scelta della velocità da adottare ogni paese è sottoposto a un duplice vincolo: non si può scegliere una velocità inferiore a quella minima (la partecipazione al mercato unico) e chi sceglie di partecipare all’unione monetaria non può adottare una velocità che lo allontani dalla piena integrazione con gli altri membri della Uem. Una prospettiva che ridimensiona e semplifica l’idea dei cerchi concentrici o delle diverse velocità riducendo le opzioni per i paesi dell’UE. Appare infatti evidente che le velocità differenziate non sono praticabili ai paesi dell’area Euro. La conclusione che si può trarre partendo dalle suggestioni di Messori è che le velocità possibili rimarrebbero tre, quella minima, che caratterizza i paesi che decidono di partecipare al mercato unico (e al suo completamento), una intermedia, certo, con diverse intensità, adottata dai paesi che decidono di avviarsi verso la partecipazione all’area Euro, e quella massima, dei paesi che corrono verso l’unione politica.

Il secondo commento, a firma di Sergio Romano, è apparso sul Corriere della Sera sempre del 22 marzo. L’autore esordisce segnalando che l’Europa a più velocità non sarà una passeggiata. Sintetizzando i passaggi storici citati da Romano si può affermare che il sogno federale che ha accomunato la prima fase della storia del processo di integrazione in Europa si è trovato a fare i conti con l’allargamento a Est. Secondo l’autore la colpa dei vecchi paesi membri sarebbe quella di non essersi resi conto che i nuovi paesi entranti non erano disposti a rinunciare (gradualmente) alla propria sovranità, ma se mai di riconquistarla dopo l’esperienza sovietica. Il risultato dell’allargamento è stata la creazione di una Europa a due teste, ognuna dei quali con sogni propri. In tale contesto l’Europa a più velocità rappresenta, secondo Romano, il solo modo per non buttare via quello che si è costruito in tre generazioni evitando che le sorti del processo di integrazione vengano decise da chi non ha mai condiviso gli ideali e le speranze dei paesi fondatori.

Approcci diversi che rappresentano alcune delle molteplici sfaccettature che verranno affrontate nel dibattito di venerdì prossimo con l’ambasciatore Antonio Armellini.

UE, ASEAN E MERCOSUR – Il video dell’incontro

“UE, ASEAN E MERCOSUR di fronte alle nuove sfide del mondo: integrazioni al bivio”

Alzando lo sguardo oltre la dimensione europea ci accorgiamo che non solo l’UE, ma anche l’ASEAN nel far east e il MERCOSUR nell’America Latina sembrano incapaci di rispondere alle grandi sfide del mondo globalizzato.

Per quali ragioni vacillano i processi di integrazione fino ad oggi considerati lo strumento più adeguato a rispondere ai fenomeni globali quali migrazioni, terrorismo e crisi economiche?

Lo abbiamo chiesto ad una politologa, profonda conoscitrice dell’esperienza ASEAN, e a degli economisti che hanno studiato le dinamiche e le difficoltà del MERCOSUR, dell’Unione Europea e dei processi di globalizzazione.

Il video integrale del covegno.