Welfare: i giovani protagonisti del nuovo stato sociale

Dall’evento “Welfare: nuove sfide in Italia e in Europa”, tenutosi a Palazzo Franchetti (Venezia) il 14 ottobre 2023.

“Nel lungo periodo siamo tutti morti… ma intanto dobbiamo occuparci di figli e nipoti.”

Con quest’ironica crasi tra uno dei più celebri detti del padre della macroeconomia, John Maynard Keynes, e un suo piccolo contributo personale, Pier Paolo Baretta, politico, sindacalista, e attuale Presidente dell’associazione ReS – Riformismo e Solidarietà, chiamato a moderare l’evento, riassume molto bene il tema centrale dell’incontro di sabato scorso, dedicato al welfare.

Se lo stato sociale è indubbiamente la più grande conquista europea dalla Seconda Guerra Mondiale, a inquadrare da subito le sfide che il modello di welfare dev’essere in grado di affrontare, se vuole rispondere ancora efficacemente ai bisogni della popolazione, è il Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Paolo Gentiloni, nel video-messaggio iniziale. Nel mondo che vorremmo per noi e i nostri figli, crescita demografica, digitalizzazione e sostenibilità economica dovrebbero andare di pari passo. In Italia, però, e da anni ormai, a un rigido inverno demografico si accompagna un debito pubblico enorme, combinazione che genera un disequilibrio ormai sempre più pericoloso.

Come fare? Che soluzioni adottare?

Una società fondata sul disequilibrio.

Prima di passare la parola ai relatori, Baretta aggiunge qualche elemento in più, per contestualizzare una questione così complessa. “Una società sana di per sé dovrebbe presentare poche disuguaglianze e molte opportunità. Invece, il disequilibrio cui assistiamo oggi”, quello di cui parlava Gentiloni, “è il risultato di una radicale inversione di tendenza, che genera – tra le altre cose – guerre, catastrofi ambientali e nazionalismi, rallentando bruscamente qualunque forma di sviluppo”.

Non ci sono soluzioni: il welfare va rivoluzionato! È importante, per Baretta, riflettere su due aspetti fondamentali. Innanzitutto, il fatto che il welfare ha smesso, a differenza di com’era stato concepito inizialmente, di andare a esclusivo vantaggio delle classi sociali più deboli, rispondendo, per contro, alle esigenze di tutta la società, a seconda delle possibilità economiche individuali. Inoltre, in una realtà come la nostra, in cui la domanda cresce ma le risorse rimangono sempre le stesse, è inutile illudersi che lo stato possa sostenere tutto il welfare da solo, o ritenere che vi siano servizi più essenziali di altri, e che quindi basti sacrificare una spesa a vantaggio di un’altra…

L’unico modo per presentare proposte efficaci e costruire uno stato sociale nuovo, è identificare con precisione la natura dei problemi che stiamo vivendo. Gianpiero Dalla Zuanna, Professore di Demografia all’Università degli Studi di Padova, apre uno squarcio illuminante su una questione spinosa, spesso maltrattata, come quella demografica.

Fa sorridere l’utilizzo che inizialmente fa di un’opera straordinaria come la statua di Enea, Anchise e Ascanio di Gian Lorenzo Bernini. Eppure, se si sostituisce il personaggio di Enea con la classe di produttori-riproduttori, quello di Anchise con chi non produce e non si riproduce più e, infine, di Ascanio con chi, in futuro, crescendo, potrebbe produrre e riprodursi a sua volta, se messo nelle giuste condizioni, la metafora appare immediatamente calzante.

In generale, affinché il modello sia sostenibile, il numero degli Enea dovrebbe essere sufficientemente grande da garantire agli Anchise e agli Ascanio – ovvero ai vecchi e ai giovani, rispettivamente – un futuro adeguato. Purtroppo, racconta Dalla Zuanna: “In Europa, oggi, ogni 100 lavoratori all’incirca 60 non possono lavorare e la previsione per il 2050 è che si arrivi addirittura a una percentuale di 85 su 100.”

Se puntiamo, quindi, il focus sull’Italia, e tentiamo un paragone con lo stato europeo a noi più affine, la Francia, notiamo come la differenza sostanziale tra i due paesi riguardi proprio la fecondità:

 

 

 

 

 

 

 

Come Francia e Germania hanno risolto la crisi demografica.

Grazie a politiche a sostegno delle giovani coppie, oggi in Francia si conta una media di due figli (due è il numero magico per garantire una crescita zero, nda) per nucleo familiare, mentre l’Italia non supera l’1.3, un divario enorme.

Anche la Germania una decina di anni fa ha raddrizzato la rotta, ripensando rapidamente a quali servizi puntare per incentivare la fecondità. A fargli fare un balzo avanti rispetto al passato, e all’Italia, sono state misure come l’assegno unico per i figli, la quasi gratuità degli asili nido e delle scuole per l’infanzia, e un periodo di congedo maggiore per entrambi i genitori.

A tutto questo si è andato ad aggiungere un ampio saldo migratorio, perché politiche di questo, e altro tipo, rendono la Germania attrattiva anche agli occhi esterni. A differenza dell’Italia, che è spesso il primo punto di approdo dei migranti del sud ed est del mondo ma, raramente, la destinazione auspicata.

 

 

 

 

 

 

 

In Italia il debito pubblico si allarga per mancanza di lavoratrici.

Anche la Professoressa Agar Brugiavini, docente ordinaria di Economia politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, insiste sui dati numerici. Questa volta per introdurre la questione del debito pubblico, tanto cara all’Italia, e per suggerire una soluzione rapida, ma non indolore, per mettervi fine una volta per tutte.

Innanzitutto, onore alla Professoressa che, di fronte a un uditorio composto da tanti studenti delle classi superiori, ha voluto fare un breve sunto dei termini fondamentali per inquadrare il problema. Così, “se il PIL è il valore (monetario) di produzione di un anno che risponde ai redditi distribuiti da chi produce, ovvero lavoratori e imprese, l’unico modo affinché possa aumentare – spiega la Brugiavini – “è che vi sia o una crescita nel numero dei lavoratori o nella produttività degli stessi”.

Qui sta il problema: in Italia non ci sono abbastanza opportunità di lavoro e, quindi, un numero consistente di lavoratori. Soprattutto di lavoratrici.

Il debito pubblico è una ricchezza negativa, ovvero quella spesa che lo stato deve sostenere ogni anno tramite un certo numero di risorse, tra cui le tasse dei cittadini che, però, da sole, non basterebbero. Ecco perché lo stato per coprire le spese si indebita (sia verso i cittadini che verso le banche) e per ripagare questo debito, molto simile a un mutuo, deve usare il PIL. Purtroppo, come dimostra il grafico sottostante, nel 2022 l’Italia non è riuscita a farlo, perché il suo PIL non era sufficiente:

La percentuale debito-PIL in Italia è molto maggiore rispetto agli altri stati europei,” spiega Brugiavini, “e ciò non ha a che fare con la spesa pubblica – se così fosse la Francia avrebbe un debito maggiore del nostro – ma piuttosto con il modo in cui è distribuita.”

In Italia – come si evince dal grafico – la gran parte del PIL va alle pensioni.

I poveri sono proprio coloro che in futuro dovranno farsi carico del debito, ovvero i cittadini con età inferiore ai 65 anni. Ecco perché bisogna intervenire su questa fascia e, in particolare, sulla porzione 26-40 anni, che è la più penalizzata.

 

 

 

 

 

 

 

La crisi demografica è un problema europeo ma può e dev’essere risolta.

A fornire uno sguardo d’insieme è Ruth Paserman, Direttrice alla Direzione Generale per l’Occupazione, Affari Sociali e Inclusione alla Commissione Europea. “Sebbene l’Italia sia messa peggio rispetto agli altri paesi, il tema demografico è urgente in tutta Europa, specialmente in quella orientale, ” afferma Paserman, cercando di sollevare gli animi, “tanto che la Commissione ha richiesto di recente una comunicazione al riguardo.”

Per superare il binomio invecchiamento-decrescita demografica, che tanto attanaglia l’Italia, la CE raccomanda di intervenire sul “ciclo della vita”, ovvero di implementare misure a favore dei giovani, tramite occupazione, formazione, diritto alla casa… ma anche tramite misure più capillari, come l’aumento degli asili nido e altri servizi per supportare le famiglie, tra cui trasformazioni nel sistema scolastico, che permettano a entrambi i genitori di perseguire i propri obblighi e diritti lavorativi.

Al termine di questo confronto tra rappresentanti del mondo accademico e istituzionale, che, a loro volta, hanno voluto mostrare cosa distingue l’Italia da altre, simili, realtà europee, l’impressione è di aver messo molto più a fuoco il problema principale, che attanaglia il nostro Paese oggi, e che ne determinerà, sempre di più, lo sviluppo in futuro. Più sforzi riusciremo a fare per abbattere le disuguaglianze e dare pari opportunità, e quindi pari servizi, alle classi sociali più deboli, per età, genere, o razza, più il Paese è destinato a crescere.

 

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